2012.05.20 – FESTA DELLE SENSA E IL BUCINTORO


IL BUCINTORO DEL SETTECENTO
5 ottobre 1786. Per esprimere in due parole che cosa è il Bucintoro, lo chiamerò una galea da parata. Il Bucintoro antico, del quale rimangono le riproduzioni, giustifica questa espressione più ancora del moderno, il quale con tutta la sua magnificenza ci fa dimenticare la sua origine. Insisto sempre nella mia antica idea: date ad un artista un soggetto veramente buono, ed egli produrrà qualche cosa di buono. Nel caso nostro all’artista era stato affidato il compito di costruire una galea, che fosse degna di portare i capi della Repubblica, nel giorno solenne che consacra il tradizionale dominio del mare; un tal compito è stato eseguito alla perfezione. La nave è già per sé tutta una decorazione; non si può dire quindi che sia sovraccarica di ornamenti; è tutto un cesello d’oro, e del resto non serve ad altro; è un vero e proprio ostensorio, che serve a mostrare al popolo i suoi principi, in tutta la loro magnificenza. Si sa che il popolo, come ha una predilezione per adornare i suoi capelli, così ama vedere anche i suoi supériori in abito elegante e sfarzoso. Questa nave di gala non è che un autentico mobile d’inventario, che ci ricorda in modo tangibile quello che i Veneziani furono, o si lusingarono di essere. (l.W. Goethe, Viaggio in Italia)
Nèl 1719, trovandosi il dogale naviglio secentesco in condi¬zioni assai precarie (aveva ben 113 anni di navigazione) si commissionò un nuovo Bucintoro, incaricando altresì i responsabili dell’allestimento della nuova imbarcazione di scoprire i difetti della vecchia, in modo da apportare le modifiche necessarie. Proprio del 1719 è uno spaccato in sezione longitudinale di un Bucintoro, progettato e mai realizzato, dipinto ad olio su carta in grigio e rosso, che reca alla base le misure in piedi veneti. Questo studio (attualmente assai deteriorato e ridipinto in talune parti) pur mantenendo la medesima struttura del Bucintoro del Seicento, presenta notevoli varianti nelle decorazioni. La polena raffigura la Fede e La Giustizia; (nel precedente Bucintoro vi era la sola Giustizia); al posto delle colonnine che sorreggevano il tiemo vi sono delle figure allegoriche, corredate da scritte (molte delle quali sono attualmente illeggibili), che non corrispondono a nessuna decorazione dei navigli dogali: la poppa inoltre presenta una curvatura assai più a accentuata di qualsiasi altro Bucintoro. Lo spaccato è conservato nella sala del Bucintoro del Museo Storico Navale di Venezia. proviene dalla sala dei modelli dell’ Arsenale, come è attestato dal Casoni, e reca la scritta: Anno 1719 Petrus Fileti hoc perfecit opus. Di Pietro Fileti all’infuori di questa, sino ad ora, non si conoscono altre notizie. La direzione dei lavori del nuovo Bucintoro fu affidata all’architetto navale Michele Stefano Conti, che fu confuso talora col committente dei disegni del Canaletto, Stefano Conti (uomo d’affari nativo di Lucca). Le statue e gli intagli furono ideati e disegnati dallo scultore Antonio Corradini (1668-1752), artista già affermato in città: la Serenissima gli affidò l’incarico il 14 dicembre 1719. Vari documenti dell’Archivio di Stato di Venezia ci dicono che il Corradini oltre che l’ideatore delle decorazioni fu il sovrintendente ai lavori di intaglio. Egli, per tale incombenza, dovette abbandonare per anni la sua bottega di scultore. Gli intagliatori che decorarono il Bucintoro furono in alcuni anni tutti quelli operanti in città. Nel 1727 per scolpire la poppa ne vediamo al lavoro ben sessanta. Il Temanza cita Michele Fanoli e il figlio Lorenzo: lavorò molto con suo figlio nel Bucintoro Ducale, ed è tutta sua la statua di Marte, o sia Scandarbech, che è sulla prora. Fece molti bassi rilievi et arpie vicino alla sedia del doge. Poiché è molto improbabile che a prua vi fossero due statue di Marte, la contraddizione in cui il Temanza pare dunque caduto (dal momento che, in un altro passo, afferma invece che la statua di Marte di questo Bucintoro proveniva dal precedente) può essere risolta supponendo che il Marte dei Vanini sia stato sostituito in un secondo momento con quest’altro del Fanoli. Il nome di un intagliatore che operò sul Bucintoro ci è fornito da una carta d’archivio: il 3 aprile 1728, per la perizia dimostrata negli intagli, fu accettato come Maestro marangon all’Arsenale Pietro Pichi, con l’obbligo di lavorar sia di “grosso” che di “sotil”, ricevendo la paga di 24 soldi al giorno. Da quanto si è detto si deduce che non si può parl,are di statue del Bucintoro eseguite dal Corradini e dalla sua scuola. Per il lavoro di sovrintendente il Corradini ricevette, negli anni in cui operò, mediamente 15 lire al giorno ma, dal 27 marzo del 1728, essendo ormai quasi tutti gli intagli ultimati, il governo veneziano gli tolse lo stipendio, pur obbligandolo a sorvegliare i lavori e la sistemazione dei vecchi intagli. Per debito di riconoscenza si pensò di corrispondergli la somma di 60 zecchini, che fu mutata in una medaglia d’oro dello stesso valore. Il suo nome era ricordato in una iscrizione posta a prua della nave: ANTONIl CORADINI SCULPTORIS INVENTUM. Da notizie tratte dai registri dell’ Arsenale (ora non rintracciabili), trascritte dal Casoni 8, sappiamo che il 23 novembre 1722 il Bucintoro fu “accarenato”. I lavori dovettero andare molto a rilento dal 1722 al 1726, forse per mancanza di danaro. Il 22 febbraio 1726 furono messi a disposizione 8.000 ducati per proseguire la costruzione  che si protrasse per altri due anni. L’8 maggio del 1727 fu dato incarico al Corradini di sovrintendere personalmente alle sculture, incarico ricoperto dapprima dal proto dei marangoni Piero de Pieri. Il 6 settembre 1727 si lavorava ancora agli intagli del tiemo, dei fianchi e della poppa e vi prestavano la loro opera ben sessanta intagliatori, costretti a lavorare anche le domeniche e i giorni festivi. Il 15 settembre, in via del tutto eccezionale, fu accordato il permesso all’intagliatore Lorenzo Picotin di lasciare per un certo periodo i lavori del Bucintoro per ornare le carrozze dell’ Ambasciatore Bragadin. Il I maggio 1727 si diede ordine i allestire provvisoriamente il Bucintoro per l’uso: mancavano numerosi intagli e la de orazione dell’ interno  del tiemo, per il quale i pensò di supplire con damaschi. La festa della Sensa cadeva in quell’ anno il 22 maggio: per essa  si prevedeva l”uscita del Bucintoro nuovo. La datazione ufficiale del Bucintoro settecentesco è proprio il 1727 e fu posta a prua della nave, sulla pelle di leone che scendeva dal sedile della Giustizia. Essa ricordava anche il doge Alvise III Mocenigo, sotto il cui dogado l’opera era stata compiuta: ALOYSIO MOCENIGO VENETIARUM PRINCIPE. ANNO SALUTIS 1727. Ma dalle notizie offerteci dai registri dell’ Arsenale 15 e dai Commemoriali di Pietro Gradenigo  apprendiamo che il varo avvenne il 12 gennaio 1728 e che il Bucintoro fece la sua prima comparsa ufficiale per la Sensa di quell’ anno (25 maggio), interamente dipinto in rosso, col cosiddetto “bolo”, necessario per la futura dora¬tura. Un documento dell’Archivio di Stato, datato 8 aprile 1728, reca un preventivo per la spesa della doratura – che fu successivamente approvata – e ammonta a 15.500 ducati, richiesti da Giovanni d’Adamo, capo di quell’arte veneziana. Gli intagli furono ultimati prima del 4 maggio del 1728 e in quell’occasione venne richiesto ai doratori un ulteriore esatto calcolo dell’oro impiegato. La doratura ebbe inizio il 31 maggio 1728, com’era attestato da una scritta in rosso posta sul muro sinistro del deposito del Bucintoro in Arsenale, nel quale per circa un anno lavorarono ininterrottamente quasi tutti i doratori della città. Il Casoni potè leggere e ricopiare la scritta, che apparve in occasione di un restauro al¬l’edificio, il 12 dicembre 1827: 1728 Addì 31 maggio Fu principiato a indorar il Bucintoro. L’iscrizione, come attesta il Casoni, dopo il reperimento e la trascrizione fu subito imbiancata. L’appalto per la doratura venne dato ai due maggiori artigiani della città: Donà Giuliato, con bottega in campo ai Ss. Apostoli, e Zuane d’Adamo, con bottega in Frezzeria a San Moisè, “ambi eguali compagni e appaltatori”. All’Archivio di Stato di Venezia si conservano i documenti relativi ai modi e ai tempi della doratura. Già nel 1727 (7 agosto in Pregadi) Nicolò Boldù aveva avanzato la proposta che si seguisse il sistema usato per dorare il Bucintoro precedente; lo stesso concetto fu ribadito il 3 gennaio dell’anno seguente. Per evitare lo sperpero dell’oro si ordinò di usarlo nelle sole parti in vista, evitando di dorare i dossali di rimesso delle sedie fino al pavimento e la parte posteriore delle arpie che formavano la balaustra dei giardini di poppa e di prua (come era avvenuto del resto nel Bucintoro precedente). Per gli addobbi interni si ordinò di economizzare e la magistratura alle Rason Vecchie, che doveva soprintendere all’allestimento interno, ordinò che sul nuovo Bucintoro si adattassero stoffe e cortine del vecchio naviglio, e si sa che furono sostituite soltanto due cortine. Anche per gli intagli si seguì lo stesso principio: si cercò di fare la massima economia. Infatti non tutti gli intagli e le statue del vecchio Bucintoro secentesco andarono distrutti. Se una parte fu venduta all’asta e assegnata al maggior offerente, il mercante ebreo Sanson Jona, per ducati 628 e un altro lotto a Giovanni d’Adamo (uno dei due appaltatori per la doratura del Bucintoro) per ducati 180, si utilizzarono non pochi “vecchi lavorieri” (intagli e ornamenti) del precedente Bucintoro per decorare il nuovo naviglio ducale: essi furono collocati nel 1727 per decisione presa in Pregadi, per ragioni di risparmio e per accelerare i lavori che – come si è detto – si protraevano ormai da anni: e l’accostamento dei vecchi intagli ai nuovi fu fatto con accortezza, in modo che non ne risentissero la bellezza e la magnificenza della nuova costruzione. Tra le parti reintegrate nel nuovo Bucintoro, oltre alla statua di Marte e ai due leoni marciani, vi furono specialmente i pannelli a bassorilievo dell’interno del grande tiemo con le decorazioni astrologiche. Il Bucintoro settecentesco – che apparve in tutto il suo splendore il 26 maggio 1729 – ripeteva la struttura del precedente, con l’introduzione di due “giardini a poppa”, ma risultava essere più sfarzoso di ogni altro negli addobbi, negli intagli, nelle statue e nelle dorature, anche se le decorazioni e i temi iconografici erano gli stessi dì quello secentesco;ne fa fede il Donno, nell’Allegro giorno veneto, che descrive analoghe allegorie. Le misure qui riportate sono conformi alle originali, in piedi vene ti di mare, i metri figurano tra parentesi (secondo le indicazioni del Casoni un piede veneto equivale a cm. 34,8) 25. Il Bucintoro aveva una lunghezza di 100 piedi (m. 34,800), era largo “alla bocca” 21 (m. 7,308), ed era alto 24 piedi (m. 8,351). Era a due ponti, come i precedenti: il prima era destinata a 168 rematori, a quelli della riserva e a circa 40 marinai, aveva a pappa e a prua due stanze in cui si riponevano le vesti e le refezioni. I rematori, tutti arsenalotti, si disponevano su panche (poste trasver¬salmente) a quattro per remo. Un remo (in totale erano 42) misurava 30 piedi (m. 10,44), e per facilitare e rendere possibile la vaga aveva “a capi alcuni fori da potervi i remiganti intrometterle mani”: questi ultimi erano sette e un “giron”. Ma i fori dai quali uscivano i remi erano 50, essendone otto riservati per le corde dei rimarchi che facevano compiere alla nave le manovre più complesse. I fianchi del naviglio nella parte inferiore erano decorati can 20 statue in forma di Sirene alate a mezza busta e da 20 mascheroni in bassorilievo che sostenevano la “rema”. A pappa erano posti due grandi leoni alati, opera dei fratelli Vanini (provenienti dal Bucintoro secentesco), e due giganti marini (Ota e Efialte), in funzione di telamoni a sostenere i giardini detti anche “pergoli” (corpi aggettanti in fuori). Ai lati dei giganti marini erano poste le raffigurazioni delle Arti dell’ Arsenale, dei Calafati (sinistra) e dei Marangani (a destra), coi loro proti e capimaestri. A  prora spuntavano due speroni: il superiore lungo piedi 13 e ½  (m . 4,698) rappresentava il Mare, era sovrastato da un leone alato (San Marco) e dalle allegorie della Pace e della Guerra. in forma di putti; l’ inferiore raffigurava la Terra con Zeffiro che spira verso il mare. Ai lati degli speroni c’erano rispettivamente le raffigurazioni dei due principali fiumi veneti: il Po e l’Adige. Tra il primo e il secondo ponte, le fiancate erano ornate a bassorilievo con trionfi di divinità marine. Vi erano raffigurati: Nettuno, Anfitrite sul delfino, Venilia e Salacia (simboleggianti il flusso e il riflusso del mare), Tetide, Forco, Nereo,  Janira sopra il delfino, Portumno (divinità che simboleggiava l’arrivo in porto sicu¬ro), Proteo in sembianza di balena, la ninfa Ligea, Venere Citerea, Leucippe, Tisa sopra gli ippocampi, la ninfa Dori (simboleggiante l’amarezza dell’acqua marina), Galatea con molte Nereidi e Tritoni, Glauci con cornamuse e varie ninfe marine.
Il secondo ponte consisteva nella piazza della prora detta palmetta, lunga 12 piedi e 1/4 (m. 4,263), circondata da due giardini. Su di essa prendevano posto gli scudieri del doge, i comandadori (otto dei quali portavano i vessilli e le sei antiche lunghe trombe d’argento), i proti e i capimaestri dell’Arsenale. L’esterno della prua era decorato da una grande grottesca e da una conchiglia che sorreggeva la polena. Quest’ultima raffigurava la Giustizia reggente la spada e la bilancia, seduta su di una pelle di leone, sovrastata dall’ombrello dogale, con a lato la Pace (avente come simboli una colomba e un ramo d’ulivo). Sulla pelle del leone era posta la scritta che ricordava il doge Alvise III Mocenigo e, di seguito a questa, la raffigurazione dello Zodiaco con il sole nascente sotto il segno della Vergine e ai lati i simboli della Bilancia e del Leone, a significare che Venezia con la Forza (il leone) e la Giustizia (la bilancia) si sarebbe mantenuta sempre Vergine invitta. In un angolo di detto Zodiaco stava la scritta che ricordava l’ideatore degli in¬tagli: Antonio Corradini. A prua si apriva anche l’ingresso all’interno del Bucintoro, con ai lati due Sfingi (simboleggianti la Sapienza), fronteggiato da un grande arco, sostenuto da due telamoni, che aveva sulla sommità lo stemma del doge, al centro del quale era posta la gigantesca statua di Marte, che i Veneziani chiamavano familiarmente Scanderbeg, identificandolo in Giorgio Castriota (1403-1468), eroe e difensore dell’indipendenza albanese contro i Turchi, il cui nome, per le sue benemerenze verso la Repubblica, era stato posto nel Libro d’Oro della nobiltà veneziana. La poppa era ornata da bassorilievi con fiori e frutta e il timone era pure intagliato. Ai lati della poppa (similmente alla prua) si aprivano due giardini, sorretti, oltre che da due grandi telamoni, da mostri marini e ninfe, mentre all’interno “i pergoli” erano decorati da bassorilievi con baccanali di putti. I giardini di poppa misuravano piedi 34 e 1/2 (m. 12,006), con uno “sporto” di un “pergolo” nel mezzo di piedi 6 (m. 2,088). Nel mezzo di questi giardini stava il tronco con serpi attorcigliate (le serpi erano il simbolo della Prudenza) presso il quale stava l’ammiraglio dell’ Arsenale, al cui comando era la nave. Attraversata la porta, si apriva la sala di piedi 65 (m. 22,62) di lunghezza, divisa da nove arcate, otto delle quali misuravano 7 piedi (m. 2,436) e la nona 3 piedi e 1/2 (m. 1,218), adornate da doppi putti (allegorie della musica, della caccia, della pesca e della danza) per un totale di 18 figure. Ne risultavano perciò due lunghe sale fiancheggiate da 90 sedili, con dossali di rimesso (ornate da strumenti scientifici) sui quali prendevano posto i nobili veneziani che partecipavano alla cerimonia. Lungo le due sale si aprivano 19 finestre per lato con cartigli e fiori, sostenute da 152 cariatidi a mezzo busto in forma di ninfe. Alla fine delle due sale, verso poppa. si ergeva un arcone interno, al centro del quale era collocata la statua del Tempo Presente, addossata ad un pilastro che nascondeva la base dell’unico albero della nave. Questa statua aveva funzione portante, sorreggendo il tiemo nel punto di congiunzione delle due parti; la minore, quella sopraelevata, era di piedi 24 e 1/2 (m. 8,525) e copriva il gabinetto del doge. L’arco era decorato con strumenti musicali intagliati e dorati: era il luogo destinato ai musici della cappella marciana che cantavano le laudi e il madrigale durante la cerimonia dello sposalizio del mare. Saliti due gradini si accedeva al gabinetto di poppa, destinato al doge, agli ambasciatori stranieri e alle più alte cariche di governo, che era lungo 15 piedi e 3/4 (m. 5,481): intorno a questo spazio si aprivano 5 finestre per lato, e 5 a poppa, per un totale di 15, sostenute da 64 statue di satiri a figura intera (quattro per finestra). All’ingresso del Gabinetto era posto un arcone, decorato con lo stemma do gale e due putti, sostenuto da telamoni. All’estremità della poppa era il trono dogale, adornato da due teste di leone e da due tondi con le storie di Ercole. Nella parte posteriore del dossale c’era un bassorilievo rappresentante una vittoria navale con trofei; questa parte si abbassava e  permetteva al doge di gettare tra le onde dell’Adriatico l’anello per sposare il mare. Ai lati del trono erano poste le statue della Prudenza e della Forza. Il secondo ponte aveva un pavimento ligneo decorato con preziosi intarsi a mo¬tivi geometrici. Il grande tiemo era a volta di botte ed adornato all’esterno da velluto cremisi e all’interno da 36 scomparti dorati a bassorilievo con le Virtù e i mesi dell’anno (iniziante more veneto da marzo), i segni zodiacali e le Arti Liberali (con le ore del giorno e della notte dominate dai pianeti) entro ovati aventi nelle zone intermedie dei “San Marco” e delle ombrelle. Il piccolo tiemo, sovrastante il gabinetto, era ricoperto, come quello grande, di raso cremisi con ricamate le armi del doge. Gli scomparti interni erano 10 e rap¬presentavano le Muse con Apollo. Inoltre erano posti dieci stemmi dei Patroni e Provveditori all’ Arsenale che avevano seguito i lavori: Antonio Nani, Zorzi Pasqualigo, Bortolo Erizzo, Alvise Gritti, Daniel Dolfin (Provveditori); Giovanni Malipiero, Filippo Antonio Boldù, Antonio Grimani, Nicolò Foscarini e Marin Contarini (Patroni). Gli stemmi erano sostenuti da mezze cariatidi e intervallati da ombrelle. Il piccolo tiemo aveva un corpo aggettante in fuori (baldacchino) dal quale pendeva un drappo di seta cremisi con un leone marciano ricamato. Il baldacchino era decorato da una conchiglia, da Pallade sul cocchio in bassorilievo e da due figure alate con la tromba, simboleggianti la Fama. In particolare la decorazione del “volto” (cioè del soffitto) all’interno del gran¬de tiemo era assai interessante per i temi iconografici. Secondo quanto appare dalle descrizioni del Luchini e della Cronaca Veneta, che riguardavano il Bucintoro settecentesco (ma sappiamo di poteri e riferire sicuramente, per questa parte, anche al naviglio precedente), i trentasei scomparti intagliati del soffitto si rial¬lacciavano alla tematica astrologica che tanta fortuna ebbe nel Medioevo e nel Rinascimento, e di cui si trovano a Padova (in particolare nel Salone) e a Venezia (portale centrale della Basilica Marciana, capitelli del Palazzo Ducale, Libreria Marciana) esempi illustri. Questo del Settecento è il Bucintoro più noto ai moderni, sia perché riprodotto in molte famose vedute veneziane – celebri in tutto il mondo quelle dei Guardi e dei Canaletto – sia per la dovizia di notizie che ci ha permesso fin qui di ricostruirlo in modo abbastanza preciso. Esso è anche ricordato con sottile ironia dal poeta settecentesco Antonio Lamberti:
Xe ‘I Bucinroro ‘Na barca d’oro, Sive indorada Per el de fora, E decorada de drento ancora De galoni, de tapei, De veludi boni e bei, Dove l’oro è intramezzà Da coltrine de cendà.
Il Bucintoro settecentesco per forma e iconografia assommava le esperienze dei prototipi precedenti esprimendole nelle dolci, sinuose e raffinate forme rococò ed era, nel contempo, l’immagine di una Venezia festeggiante che traeva i suoi mo¬tivi d’essere da un glorioso passato sui mari. L’insieme delle decorazioni del Bucintoro, esaltando quasi esclusivamente fatta eccezione per tal une Virtù cristiane che decoravano l’interno del grande tiemo una tematica classica, risultava quindi essere un unicum. La polena, in forma di Giustizia, fu sicuramente fin dal Quattrocento l’ornamento principale della nave dogale, quella Giustizia su cui i Veneziani avevano modellato le loro azioni e il loro Stato. Le divinità dell’Olimpo, Apollo con le Muse e Minerva (la cultura e l’intel-ligenza) unite alla Forza e alla Prudenza ornavano il gabinetto dogale, quasi ad illuminare la condotta del Principe. Le Virtù, le Arti Liberali, attività dello spirito e della mente nel corso dei mesi e delle ore del giorno e della notte soggette ai segni astrali e ai pianeti che influenzano la vita e il destino degli esseri umani, sovrastavano i due saloni, nei quali prendeva posto il Senato veneto, quasi un memento della condizione della vita. Allegorie della Sapienza, della Guerra (Marte), della Pace, del Tempo Presente, del dio Pan (simboleggiante il mondo), di tutto ciò che vi è di buono, malvagio e imponderabile, unite alla raffigurazione dello Zodiaco con l’o¬roscopo di Venezia, vergine invitta, popolavano li secondo ponte. Sul primo e sulle fiancate abitavano le divinità marine: un inno a glorificazione del mare, conquistato con quelle navi veneziane costruite dalle Arti dei Calafati e dei Marangoni, sulla cui operosità si reggeva la potenza dell’ Arsenale. La prua della nave, simboleggiava i possessi di terraferma con i principali fiumi che vi scorrono, il Po e l’Adige, domi¬nati dal saggio governo di Venezia. Il simbolo di San Marco in forma di leone andante, appare più volte nelle decorazioni, ma è qui laicizzato, non ha nulla di sacro, non è in veste di santo patro¬no, è l’emblema della potenza della città. Una costante nella lettura dei simboli del Bucintoro è l’assoluta mancanza di raffigurazioni religiose che pur erano presenti nelle navi veneziane. Iddio, i Santi che sono spesso invocati, adorati e venerati nel corso della cerimonia e dei riti che si compiòno sul Bucintoro per lo sposalizio del mare, non trovano posto nell’imbarcazione dogale. Se la preghiera per i naviganti, che invoca porti tranquilli, è rivolta a Dio durante la funzione che si celebra a bord¬o il medesimo concetto è raffigurato sul Bucintoro da una divinità pagana, Por¬tumno (che simboleggia appunto l’arrivo in porto sicuro). E manca parimenti una qualsiasi raffigurazione delle storie di Alessandro III a Venezia, da cui pure avreb¬be avuto origine l’investitura per il possesso del mare Adriatico. Il Bucintoro va letto come una bibbia pauperum ed ha lo scopo di dimostrare mondo la potenza veneziana, in un secolo in cui purtroppo essa era in rapido de¬clino; è un tempio in cui si esaltano fino all’esasperazione la storia, il mito e il culto civico di Venezia. Il naviglio dogale rappresentava, nella tradizione popolare, un elemento fiabe¬sco e mitizzato. Solamente la sua “Cate bionda Biriota” era superiore in bellezza, afferma Alessandro Caravia nel Naspo Bizaro (Venezia 1565), allo splendore del Bucintoro:
No credo che ghe sìa stele in tel cielo Né zoie in India che sia più lusente De i to oci, viseto mio belo E del restante dirò solamente Che ‘l raro al mondo Tizian col penelo Solo a retrarte sarave valente: Val più le to belezze che quant’ oro Xe in Zeca e l’Arsenal con Bucintoro
Il Bucintoro è menzionato persino in ninne nanne. Nella raccolta del Canti po¬polari del Bernoni, due lo ricordano. Nella prima, si parla di una bimba fortunata nata di maggio, mese in cui le fasce si asciugano facilmente, e di un copriletto di raso d’oro ricamato: Quel bel covertor de razo d’oro Che par el dose co’ el va al Bucintoro. Nella seconda, dolcissima, una nutrice cerca di far addormentare il bambino promettendogli tutto ciò che più di prezioso esiste a Venezia: bei vestiti, collane d’oro al collo (i preziosi manini), la Zecca, l’Arsenale e il Bucintoro; che qui vedia¬mo addirittura sposato alla Bucintoressa, considerato a guisa di un essere animato evidente ricordo del doge e della dogaressa):
Fame la nana; se ti fussi mio, Te mandaria pulito e ben vestio; Te mandaria eo i manineti al colo, La Zeca, l’Arsenal e ‘l Buçintoro: EI Buçintoro e la Buçintoressa. La mama che t’ ha fato è andata a messa; E la xe a la messa e la xe ai Tolentini, In dove che va tuti i fantolini.
IL BUCINTORO In dettaglio
Innanzitutto il suo nome. Ci sono diverse versioni sul suo appellativo: chi lo fa derivare dal Latino “Bucem taurus”, chi da altri nomi più o meno nobili o greci. Io, più prosaicamente, lo faccio derivare dal nome veneziano “burcio d’ oro”, in quanto le sue dimensioni, al nudo di tutti gli abbellimenti, sono proprio quelle di un “burcio”, ossia di una grossa imbarcazione da carico tuttora circolante nelle Lagune. Era la nave di rappresentanza ufficiale della Repubblica di Venezia, adibito a ricevere gli ospiti più illustri al loro arrivo ed allo sposalizio del mare. Gli ospiti potevano arrivare o dalla parte della laguna, ed allora si andava loro incontro o a S. Nicolò o per il Canale dell’ Orfano a Malamocco; oppure da terra: o da Fusina, se arrivavano da Padova, o dalla fossa Grimana, l’ attuale Piazza Barche, se da Treviso e dal Friuli. Allora passava attravesro il Canal Grande e sotto il Ponte di Rialto, la cui altezza era stata progettata proprio per agevolare il passaggio del Bucintoro. Queste sono le musure dell’ ultimo Bucintoro, come descritto da Emanuel Cicogna in un suo manoscritto del Museo Correr (copia di mano di Giovanni Casoni), cc. 186 r – 190 v.
BUCINTORO SETTECENTESCO
piedi veneti        metri Lunghezza                     100                 34,800 Altezza                       24                   8,351 Larghezza alla bocca          21                   7,308 Gabinetto di poppa, lunghezza 15 e 3/4             5,481 Giardini di poppa             34 e 1/2            12,006 Sporto di un pergolo nel mezzo 6                   2,088 Palmetta di prora             12 e 1/4             4,263 Remo, lunghezza               30                  10,440 Sperone superiore, lunghezza  13 e 1/2             4,698 Sperone inferiore, lunghezza  11                   3,826 Sala grande, lunghezza        65                  22,620 Tiemo (piccolo -) con sporto  24 e 1/2             8,525 Arcate interne: 8, larghe      7                   2,436 Arcata interna: 1, larga       3 e 1/2             1,218 Fori per remi e corde: 50 (42 per i remi; 8 per le corde)
Banchetto degli Arsenalotti 1 A, ms, Cicogna 33# del Museo Correr di Venezia (copia di mano di Giovanni Casoni), cc. 186 r- 190 v, Notizia A, Gelfi: Descrizione delle formalità intrinseche e minute della Festa dell’ Ascensione col Bucintoro riguardo singolarmente a quanto riferisce alli Arsenalotti e loro trattamento in Palazzo Ducale scritta dal maestro Gelfi Antonio e qui fedelmente trascritta, Parmi convenevole dar una descrizione della funzione che succedeva il giorno dell’ Ascensione del Signore che a tale oggetto era d’uopo anche del Bucintoro per apportarsi al Lido, come più dettagliatamente il leggitore conoscerà qui appiedi. Il Bucintoro stava già pronto alle rive della Piazza condottovi la vigilia dell’ Ascensione dalli Arsenalotti con li tre Ammiragli, cioè quello dell’ Arsenale, quello del Lido e Malamocco, il primo dei quali andava a situarsi nella località del giardino laterale a puppa, il secondo a prora ed il terzo finalmente si collocava a puppa vicino al timon, nella situazione dell’ultimo ci stavano tutti li Proti, sotto Proti e capi d’opera dell’ Arsenale, Posto che il Bucintoro si staccava dalle rive della Piazza, cioè nel giorno (l’ Ascensione, di mattina alle ore 9 antimeridiane, tutte le navi, galee, galiasce e bastimenti mercantili che si trovavano, facevano ala e col tiro della loro artiglierie rendevano più maestosa l’andata al Lido del sudetto. Quando attrovavasi dirimpetto all’ex Cappella dell’ Arsenale ove eravi venerata una immagine (immagine che ancora si conserva, su1la torre dell’ Arsenale a sinistra dell’antico ingresso marittimo in un piccolo capitello od altarino) i remiganti la salutavano al modo che si praticava nelle galere. Frattanto Monsìgnor Patriarca se ne stava nell’isola di S. Elena nella quale era il monastero dì Monaci Olivetani ad attender il passaggio del Bucintoro. Veniva trattato egli da quei padri con una veramente religiosa collazione di castagne ed acqua, antico inalterabile costume che sempre si è operato. Dopo la sopressione di quei Padri subentrò alli suddetti la professione dei Ped [ …] d’Istria. Quando accostavasi il Bucintoro, il Patriarca col seguito dei Canonici e Clero della cattedrale di S. Pietro apparato pontificalmente, entrava in un piatton dorato, come egualmente gli altri e si trasferiva ad incontrarlo: pervenuto al fianco del Bucintoro, benediva un mastello d’acqua la quale di poi veniva versata nel mare. (Viene qui dimostrata ancora una volta la netta separazione che usava la Signoria tra Chiesa e Stato: nel Bucintoro prendeva parte solo il “Primicerio”, ossia l’ Ecclesiasta preposto alla chiesa di S. Marco che, va ricordato, era la Cappella “Palatina” ossia la cgiesa privata del Doge e della Signoria; nel mentre il Patriarca seguiva la Nave di Stato in una sua imbarcazione a parte: a fianco della barchetta del Doge dei Nicolotti che il Bucintoro trainava…) Uscito che era il Bucintoro dal Porto del Lido si appriva lo schenale della ducal sedia, dove il doge gettava nell’acqua un anello d’oro (questo doveva esser tale, ma di fatto per lo più era metallo) esprimendo queste parole: “Desponsamus te mare in signum perpetui dominij”.
Eseguita la funzione con li descritti metodi tornava al Lido, dove il Principe con tutto il seguito, scendeva alla chiesa di S. Nicolò (era questa uffiziata dalli monaci cassinensi) e alla lor soppressione supplì un arciprete delle 9 congregazioni: era destinato per turno. Ivi v’assisteva alla messa sollenemente cantata in pontificale e terminata che era ascendeva con tutto l’accompagnamento nel Bucintoro il quale ritornava a S. Marco d’onde partì. Tutti dippoi restavano trattenuti ad un real convitto. Questa la memoria di quanto era consueto di somministrare S. Serenità al n. di 100 graduati ministri dell’ Arsenale con li 3 Ammiragli nel Banchetto il giorno sudetto ancorche non fosse fatta la funzione in quel giorno a cagione degli antichi istituti, cioè che fosse calma e ciel sereno, caso diverso non aveva effetto la gita al Lido. In primo luogo si noti che delli numero 100 proposti convitati erano apposti in 10 tavole, che tali appunto erano ancor questi di tal numero, compresa ancor quella degli Ammiragli e Proti, tutti generalmente avevano le stesse posade, con la sola differenza che nella tavola degli Ammiragli e Proti erano serviti in posade d’argento, e le altre tavole con posade cioé cucchiaio d’ottone, cortello e pirone di ferro e queste poi restavano in proprietà dei 90 ministri e quelle d’argento venivano restituite.
Qualità, quantità e porzione del convitto.
PER ANTIPASTO 1 piatto di fette di Pan di Spagna -una fetta cadauno 1 piatto di Savoiardi 1 piatto di Raffioli 1 piatto di Sfogiade 1 cao di latte – la decima parte 1 piatto di narance garbe – una per cadauno 1 piatto di osso collo – uno per cadauno 1 piatto di cedro – la decima parte 1 piatto di celeni – uno per cadauno 1 piatto di lingua salata – la decima parte
PER PASTO 1 piatto grande di trippe di vitello per minestra – la decima parte per cadauno 1 piatto di fette di figà – una fetta per cadauno 1 piatto – due polpettoni – la decima parte per cadauno 1/4 di vitello allesso – la decima parte per cada uno 1 piatto con tre pollastre allesse – 1/4 per cadauno 1 piatto con 10 colombini rosti – uno per cadauno 1/4 di vitello arrosto – la decima parte per cadauno 1 capretto intiero – la decima parte per cadauno 1 piatto di dindiotti rosti – 1/2 per cadauno
DOPO PASTO 1 piatto di rosada – la decima parte per cadauno 1 piatto di puina – la decima parte per cada uno 1 piatto di pomi – la decima parte per cadauno 1 piatto di sparesi – la decima parte per cada uno 1 piatto di fenocchi – la decima parte per cada uno 1 piatto di artichiocchi – la decima parte per cadauno 1 piatto di straccaganaccie – la decima parte per cadauno 1 piatto di susini – la decima parte per cada uno 1 piatto con un tortion – la decima parte per cadauno 1 piatto con torta sfogiada – la decima parte per cada uno 1 piatto con due formagelle – la decima parte per cadauno 1 piatto con 10 scatole di confetti – una per cadaun 1 piatto con 10 stelle di marzapan – una per cadaun 1 piatto con fiaschetti di moscato – la decima parte 2 panni bianchi per cada un uno bianco e nero a disposizione di tutti li convitati che componevano le 10 tavole e quelli che componevano le 90 persone erano padroni d’appropriarsi della sua posada, ed anco una bassa da tavola di vetro e il suo sotto e li piatti di terra per cadauno. Terminato il pranzo gli Ammiragli si mettevano in vesta e venivano levati dal -calco e condotti al Serenissimo che era a Banchetto, ancor essi in pubblica figura. Sua Serenità facevagli delle ricerche relativamente al pranzo, cioè se erano stati ben serviti e se vi fosse stata trascurata qualche cosa giusto l’antico istituto: questi ri¬spondevano di no, poi li premuniva per l’anno venturo e li licenziava. Questi si portavano di nuovo nella sala ove erano partiti a far nota alli ministri quanto aveva lor detto sua Serenità e davano il congedo a tutti.
N.B. Che nella giornata surifferita la mattina prima di partire dall’Arsenale, si andava in gran numero a prendere il caffè dalli due Padroni dell’ Arsenale, dalli quali eravamo trattati con bussolai, acqua di limone e naranza, con caffè preceden¬temente  si era andati già dall’ Amiraglio che v’era soltanto caffè e bussoladi, partiti  unitamente ambidue li Padroni s’andava in chiesa di S. Martino alla messa, poi con lo stesso seguito andavamo per la parte interna (cioè per S. Antonin, li Greci, S. Provolo etc.) a S. Marco a fare il complimento a Sua Serenità che ci stava attendendo alla sua camera in Palazzo Ducale, ordinando che si desse la merenda ti che consisteva in pane, formaggio e vino. Scrissi con tutta esattezza questa notoria funzione perché io mi trovai testimo¬ne qual ministro dell’Arsenale ed in conseguenza avendo diritto di trovar¬mi in tutti i luoghi descritti, così ho potuto con piena esattezza rendere soddisfatto, il mio benevolo leggitore al quale auguro perfetta salute di vero cuore.
Scritta da Antonio Gelfi, antico maestro dei Calafai, anni ultimi del secolo XVIII.
[a.c. 144 dello stesso manoscritto si legge (di mano del Casoni): “Antonio Gelfi maestro calafato dell’Arsenale morto a Venezia il 10 agosto 1829].
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