STORIA VENETA

1881.11.25 – PAPA GIOVANNI XXIII – ANGELO GIUSEPPE RONCALLI

250px-Giovannixxiii« Cari figlioli, tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: "Questa è la carezza del Papa!" »
(Papa Giovanni XXIII)
 
Giovanni XXIII (in latino: Ioannes PP. XXIII, nato Angelo Giuseppe Roncalli; Sotto il Monte, 25 novembre 1881 – Città del Vaticano, 3 giugno 1963) è stato il 261º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (il 260º successore di Pietro), Primate d'Italia e 3º sovrano dello Stato della Città del Vaticano (accanto agli altri titoli connessi al suo ruolo). 
Fu eletto papa il 28 ottobre 1958 e in meno di cinque anni di pontificato riuscì ad avviare il rinnovato impulso evangelizzatore della Chiesa Universale. 
È ricordato con l'appellativo di "Papa buono". 
Fu terziario francescano ed è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000; è prevista la sua canonizzazione entro l'anno 2013.
 
Nato a Sotto il Monte il 25 novembre 1881, da Giovanni Battista Roncalli e da Marianna Mazzola, quarto di tredici fratelli, veniva – a differenza del suo predecessore, Eugenio Pacelli, che era di stirpenobile – da una famiglia di umili origini: i suoi parenti lavoravano infatti come mezzadri. 
Questo non gli impedì, grazie all'aiuto economico di uno zio, di studiare presso il seminario minore di Bergamo, per poi vincere una borsa di studio e trasferirsi al Seminario dell'Apollinare di Roma, l'attuale Pontificio Seminario Romano Maggiore, ove completò brillantemente gli studi e fu ordinato prete nellachiesa di Santa Maria in Montesanto, in Piazza del Popolo, nel 1904.
Da ragazzo, e durante il seminario, manifestò la venerazione per la Vergine con numerosi pellegrinaggi al Santuario della Madonna del Bosco ad Imbersago.
Nel 1901 era stato coscritto ed arruolato nel 73º Reggimento fanteria, brigata Lombardia, di stanza a Bergamo.
Nel 1905 fu scelto dal nuovo vescovo di Bergamo, Giacomo Radini-Tedeschi, quale segretario personale. 
Roncalli si segnalò per la dedizione, la discrezione e l'efficienza. 
A sua volta Radini-Tedeschi rimarrà sempre guida ed esempio per Angelo Roncalli. 
Roncalli restò al fianco di Radini-Tedeschi fino alla morte di questi, il 22 agosto 1914, durante questo periodo si dedicò altresì all'insegnamento della storia della Chiesa presso il seminario di Bergamo. 
Fu richiamato nel 1915, a guerra iniziata, nella sanità militare e ne fu poi congedato col grado di tenente cappellano.
Nel 1921 papa Benedetto XV lo nominò prelato domestico (che gli valeva l'appellativo di monsignore) e presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell'Opera della Propagazione della Fede. 
In tale ambito egli si occupò fra l'altro della redazione del motu proprio di Pio XI Romanorum pontificum, che divenne la magna charta della cooperazione missionaria.
Nel 1925 papa Pio XI lo nominò visitatore apostolico in Bulgaria, elevandolo alla dignità episcopale e affidandogli la sede titolare, pro illa vice titolo arcivescovile, di Areopoli. 
Si trattava di una diocesi antica della Palestina, un tempo chiamata in partibus infidelium, ossia, semplicemente, un titolo disponibile per attribuire il rango di vescovo – in questo caso a Roncalli – senza dovere affidare al prescelto le cure pastorali di una diocesi effettiva. 
Roncalli scelse come motto episcopale Oboedientia et pax ("Ubbidienza e pace", in latino), frase che divenne il simbolo del suo operato e che aveva ripreso dal motto del cardinale Cesare Baronio Pax et oboedientia. 
La consacrazione episcopale, presieduta dal cardinale Giovanni Tacci Porcelli, Segretario della Congregazione Orientale, si tenne il 19 marzo 1925 a Roma nella chiesa di San Carlo al Corso.
Inizialmente il suo ministero in Bulgaria doveva durare solo qualche mese, per espletare cinque compiti: visitare tutte le comunità cattoliche del regno (cosa che fece dal maggio al settembre 1925); risolvere il conflitto nella Diocesi di Nicopoli tra don Karl Raev e il vescovo passionista mons. 
Damian Theelen (cosa che realizzò nei primissimi mesi); promuovere ed avviare un seminario nazionale per la formazione di sacerdoti locali (cosa che non riuscì mai ad ottenere); riorganizzare la comunità di rito orientale (cosa che realizzò nel 1926, con l'ordinazione del primo Esarca mons. Kirill Kurtev); avviare le relazioni diplomatiche con la corte e il governo, in vista di una piena rappresentanza della Santa Sede (lavorò che portò alla creazione, nel 1932, della Delegazione Apostolica).
Per diversi motivi i previsti pochi mesi diventarono dieci anni, e così mons. Roncalli ebbe occasione di inserirsi più profondamente nella vita del popolo bulgaro, di cui anche imparò la lingua.
Si ritrovò anche in contatto con la maggioranza ortodossa della popolazione, nei confronti della quale dimostrò una particolare carità. In seguito dovette occuparsi pure del matrimonio tra il re bulgaro Boris III, ortodosso, e la figlia del re d'Italia Vittorio Emanuele III, Giovanna di Savoia. 
Papa Pio XI aveva infatti concesso la dispensa per il matrimonio di mista religione a condizione che lo sposalizio non venisse ripetuto nella Chiesa ortodossa e che l'eventuale prole fosse battezzata ed educata cattolicamente. 
Dopo la cerimonia cattolica celebrata ad Assisi il 25 ottobre 1930, il 31 ottobre 1930 la coppia reale, pur senza rinnovare il consenso matrimoniale, diede ad intendere al popolo bulgaro di aver ripetuto il connubio nella cattedrale ortodossa di Sofia. 
La profonda irritazione di Papa Pio XI per l'accaduto diede luogo a una solenne protesta papale. 
Il battesimo ortodosso dei figli della coppia, a partire da quello di Maria Luisa nel gennaio del 1933, diede spunto ad ulteriore indignazione, che prese la forma di nuova pubblica protesta pontificia.
Nel 1934 fu nominato arcivescovo titolare di Mesembria, antica città della Bulgaria, con l'incarico di delegato apostolico in Turchia e in Grecia ed inoltre di amministratore apostolico "sede vacante" del Vicariato apostolico di Istanbul. 
Questo periodo della vita di Roncalli, che coincise con la seconda guerra mondiale, è ricordato in particolare per i suoi interventi a favore degli ebrei in fuga dagli stati europei occupati dai nazisti.
Roncalli strinse uno stretto rapporto con l’ambasciatore di Germania a Istanbul, il cattolico Franz von Papen, ex cancelliere del Reich, pregandolo di adoperarsi in favore degli ebrei. 
Così testimonierà l’ambasciatore tedesco: "Andavo a Messa da lui nella delegazione apostolica. 
Parlavamo del modo migliore per garantire la neutralità della Turchia. 
Eravamo amici. 
Io gli passavo soldi, vestiti, cibo, medicine per gli ebrei che si rivolgevano a lui, arrivando scalzi e nudi dalle nazioni dell’est europeo, man mano che venivano occupate dalle forze del Reich. 
Credo che 24 mila ebrei siano stati aiutati a quel modo".
Durante la guerra, una nave piena di bambini ebrei tedeschi, miracolosamente sfuggita ad ogni controllo, giunse al porto di Istanbul. Secondo le regole della neutralità, la Turchia avrebbe dovuto rimandare quei bambini in Germania, dove sarebbero stati avviati ai campi di sterminio. 
Mons. Roncalli si adoperò giorno e notte per la loro salvezza e, alla fine – grazie anche alla sua amicizia con von Papen – i bambini si salvarono.
Nel luglio del 1943 Angelo Roncalli scrisse sul diario: «La notizia più grave del giorno è il ritiro di Mussolini dal potere. 
L'accolgo con molta calma. 
Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza, che gli fa onore. 
No, io non getterò pietre contro di lui. 
Anche per lui sic transit gloria mundi. 
Ma il gran bene che lui ha fatto all'Italia resta. 
Il ritirarsi così è espiazione di qualche suo errore. 
Dominus parcat illi (Dio abbia pietà di lui)».
Nel 1944 papa Pio XII nominò monsignor Roncalli nunzio apostolico a Parigi. 
Nel frattempo, con l'occupazione tedesca dell'Ungheria, erano iniziate le deportazioni e le esecuzioni di massa anche in quel paese. La collaborazione del nunzio apostolico e il diplomatico svedese Raoul Wallenberg consentì a migliaia di ebrei di evitare la camera a gas.
Venuto a conoscenza – grazie a Wallenberg – che migliaia di ebrei erano riusciti a varcare il confine dell'Ungheria e a rifugiarsi in Bulgaria, Roncalli scrisse una lettera a re Boris (in debito verso il nunzio, che aveva fatto celebrare il suo matrimonio, nonostante le difficoltà sopra descritte), pregandolo di non cedere all'ultimatum di Hitler che aveva ordinato di rispedire indietro i profughi. 
I vagoni con gli ebrei erano già al confine, ma il re annullò l'ordine di deportazione. 
Una ricerca portata avanti dalla Fondazione Wallenberg e dal Comitato Roncalli, con la partecipazione di alcuni storici, ha messo in luce che il nunzio apostolico, approfittando delle sue prerogative diplomatiche, provvide a inviare, agli ebrei ungheresi, falsi certificati di battesimo e di immigrazione per la Palestina, dove infine giunsero. 
Il suo intervento si estese a favore degli ebrei di Slovacchia e Bulgaria e si moltiplicò per molte altre vittime del nazismo.
La International Raoul Wallenberg Foundation, sin dal settembre 2000, ha chiesto formalmente allo Yad Vashem di Gerusalemme di inserire il nome di Angelo Giuseppe Roncalli nell'elenco dei Giusti tra le nazioni.
Fra i maggiori successi diplomatici a Parigi si segnala la riduzione del numero di vescovi di cui il governo francese reclamava l'epurazione in quanto compromessi con la Francia di Vichy. Roncalli riuscì a fare sì che Pio XII fosse costretto ad accettare soltanto le dimissioni di tre vescovi (quelli di Mende, Aix e Arras), oltre quello di un vescovo ausiliare di Parigi e di tre vicari apostolici delle colonie d'Oltremare.
Quando, nel 1953, Roncalli fu creato cardinale, il presidente francese Vincent Auriol, (benché socialista e notoriamente ateo), reclamò un antico privilegio riservato ai monarchi francesi e gli impose personalmente la berretta cardinalizia durante una cerimonia al Palazzo dell'Eliseo (lo stesso presidente francese gli conferì la Gran Croce della Legione d'Onore della Repubblica Francese il 14 gennaio 1958).
Nel 1953, oltre a essere creato cardinale nel concistoro del 12 gennaio di quell'anno, fu nominato patriarca di Venezia.
Già durante questo periodo si segnalò per alcuni gesti di apertura. 
Fra i tanti va ricordato il messaggio che inviò al Congresso del PSI – partito ancora alleato del PCI i cui dirigenti e propagandisti erano stati scomunicati da papa Pio XII nel 1949 -, quando il 6 febbraio 1957 i socialisti si riunirono nella città lagunare. 
Ciò nonostante, non rinnegò mai la continuità con le posizioni storiche della Chiesa nei confronti delle sfide quotidiane: Jean Guitton, accademico di Francia e osservatore laico al Concilio Vaticano II, ricorda che, come riportato in una rivista del 2 gennaio 1957, Angelo Roncalli individuava le «cinque piaghe d'oggi del Crocifisso» nell'imperialismo, nel marxismo, nella democrazia progressista, nella massoneria e nel laicismo.
A seguito della morte di papa Pio XII, Roncalli, con sua grande sorpresa, fu eletto Papa il 28 ottobre 1958 e il 4 novembre dello stesso anno fu incoronato, divenendo così il 261º Sommo Pontefice.
Secondo alcuni analisti sarebbe stato scelto principalmente per un'unica ragione: la sua età. 
Dopo il lungo pontificato del suo predecessore, i cardinali avrebbero perciò scelto un uomo che presumevano, per via della sua età avanzata e della modestia personale, sarebbe stato un Papa di «transizione». 
Ciò che giunse inaspettato fu il fatto che il calore umano, il buon umore e la gentilezza di Giovanni XXIII, oltre alla sua esperienza diplomatica, conquistarono l'affetto di tutto il mondo cattolico e la stima dei non cattolici.
Fin dal momento della scelta del nome, molti cardinali si accorsero che Roncalli non era ciò che loro si aspettavano, infatti Giovanni era un nome che nessun papa adottava da secoli (nel Novecento quasi tutti i papi si erano chiamati Pio e questo è ciò che molti si aspettavano) perché nella storia, dal 1410 al 1415, c'era stato un antipapa di nome Giovanni XXIII.
Inoltre, fatto che non succedeva dall'elezione di Pio IX, al momento dell'apertura momentanea della Cappella Sistina per far entrare mons. Alberto di Jorio, segretario del Conclave, subito dopo l'elezione e l'accettazione, appena il prelato si inginocchiò in segno di omaggio davanti a lui, il nuovo Papa, ancora seduto sul suo scranno da porporato, vestito degli abiti cardinalizi, si tolse dal capo lo zucchetto rosso e lo posò in testa a Di Jorio, fra la sorpresa generale dei cardinali confratelli che lo attorniavano e che si accorsero, già da questo fatto, che il nuovo Pontefice sarebbe stato un uomo di sorprese e non un "vecchietto accomodante".
Scelse quale segretario privato Loris Francesco Capovilla, che già lo assisteva quand'era patriarca di Venezia. 
Capovilla è restato, dopo la morte di Roncalli, un fedele custode della sua memoria.
Già nel dicembre 1958 papa Giovanni XXIII provvide a integrare il Collegio cardinalizio, che a causa dei rari concistori di Pio XII era ormai numericamente assai ridotto. 
In quattro anni e mezzo creò cinquantadue nuovi cardinali, superando il tetto massimo di settanta, fissato nel XVI secolo da papa Sisto V. 
Nel concistoro del 28 marzo 1960 nominò il primo cardinale di colore, l'africano Laurean Rugambwa, il primo cardinale giapponese, Peter Tatsuo Doi, e il primo cardinale filippino, Rufino Jiao Santos. 
Il 6 maggio 1962, elevò agli altari anche il primo santo di colore, Martín de Porres, il cui iter canonico era iniziato nel 1660 e poi interrotto.
Il suo pontificato fu segnato da episodi indelebilmente registrati dalla memoria popolare, oltre che da un'aneddotica celeberrima e vastissima. 
I suoi «fuori programma», talvolta strepitosamente coinvolgenti, riempirono quel vuoto di contatto con il popolo che le precedenti figure pontificie avevano accuratamente preservato come modo di comunicazione distante e immanentista del «Vicario di Cristo in Terra», quale è il ruolo dogmatico del pontefice.
Per il primo Natale da Papa visitò i bambini malati dell'ospedale romano Bambin Gesù, ove benedisse i piccoli, alcuni dei quali lo avevano scambiato per Babbo Natale.
Il giorno di santo Stefano sempre del suo primo anno di pontificato, il 26 dicembre 1958, visitò i carcerati nella prigione romana di Regina Coeli, dicendo loro: «Non potete venire da me, così io vengo da voi…Dunque eccomi qua, sono venuto, m'avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore..la prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari». 
Memorabilmente, accarezzò il capo del recluso che, disperato, inaspettatamente gli si buttò ai piedi domandandogli se «le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me».
In totale si contano 152 uscite dalle mura del Vaticano del papa bergamasco, nel suo breve pontificato, adottando per primo l'abitudine della visita domenicale alle parrocchie romane.
Un suo tratto distintivo era l'immancabile battuta. 
Quando si recò al vicino Ospedale Santo Spirito per visitare senza tanto clamore un suo amico sacerdote ricoverato, suonò personalmente alla porta delle suore che, senza chiedere chi fosse, aprirono e si trovarono davanti il pontefice. 
La suora superiora, emozionata, si presentò: "Santo Padre… sono la Madre Superiora dello Spirito Santo!". 
Con prontezza di spirito, il papa rispose: "Beata lei, che carriera! Io sono solo il servo dei servi di Dio!".
Quando la moglie del presidente degli Stati Uniti, Jacqueline Kennedy, si recò in visita in Vaticano per incontrarlo, egli iniziò a provare nervosamente le due formule di benvenuto che gli era stato consigliato di usare: «mrs Kennedy, madame» o «madame, mrs Kennedy». 
Quando la Kennedy arrivò, comunque, per il divertimento della stampa, abbandonò entrambe e le venne incontro appellandola semplicemente: «madame Jacqueline!».
Il radicalismo di papa Giovanni XXIII non si fermò all'informalità. 
Fra lo stupore dei suoi consiglieri e vincendo le remore e le resistenze della parte conservatrice della Curia, indisse un concilio ecumenico, meno di novant'anni dopo il Concilio Vaticano I; mentre i suoi consiglieri pensavano a tempi lunghi (almeno un decennio) per i preparativi, Giovanni XXIII lo programmò e lo organizzò in pochi mesi.
Giovanni XXIII ebbe rapporti fraterni con i rappresentanti di diverse confessioni cristiane e non cristiane, in particolar modo con il pastore David J. Du Plessis, ministro pentecostale della Chiese Cristiane Evangeliche Assemblee di Dio. 
Il venerdì Santo del 1959, senza alcun preavviso, diede ordine di “cancellare” dalla preghiera “Pro Judaeis”, che veniva recitata in quel giorno durante la liturgia solenne, il penoso aggettivo che qualificava “perfidi” gli Ebrei. 
Questo gesto fu considerato un primo passo verso il riavvicinamento tra le due religioni monoteiste e indusse Jules Isaac, direttore dell’Associazione “Amicizia ebraico-cristiana” a chiedere un’udienza al Papa, che venne accordata il 13 giugno 1960.
Il 2 dicembre 1960 Giovanni XXIII incontrò in Vaticano, per circa un'ora, Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury. 
Fu la prima volta in oltre 400 anni che un capo della Chiesa Anglicana visitava il Papa.
Il 4 ottobre 1962, ad una settimana dall'inizio del Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII si recò in pellegrinaggio a Loreto e Assisi (Roncalli era dall'età di 14 anni terziario francescano) per affidare le sorti dell'imminente Concilio alla Madonna e a San Francesco.
Per la prima volta dall'unità d'Italia un papa varcò i confini del Lazio ripercorrendo i territori che anticamente erano appartenuti allo Stato pontificio. 
Il breve tragitto ripristinò l'antica figura del papa pellegrino ed il suo esempio venne poi seguito dai suoi successori Paolo VI e, in particolare, da Giovanni Paolo II.
La gente accolse favorevolmente questa iniziativa affollando non solo i due santuari meta del tragitto (ad Assisi persino i frati salirono sui tetti antistanti la basilica), ma anche le varie stazioni dove sostò il treno papale. 
Nello stesso anno (1962) il Sant'Uffizio nella figura di Alfredo Ottaviani redasse il Crimen sollicitationis, con l'avallo di Papa Giovanni: un documento diretto a tutti i vescovi del globo, che stabilisce le pene da comminare secondo il diritto canonico nelle cause di sollicitatio ad turpia (latino, «provocazione a cose turpi»), cioè quando un chierico (presbitero o vescovo) veniva accusato di usare il sacramento della confessione per fare avances sessuali ai penitenti. 
In esso fu prevista, per gli episodi più gravi, la scomunica per coloro che non vi si fossero attenuti.
Il 3 gennaio 1962 si diffuse la notizia che Papa Giovanni XXIII avesse scomunicato Fidel Castro dando seguito al decreto del 1949 di Papa Pio XII che vietava ai cattolici di appoggiare i governi comunisti. 
A parlare di scomunica fu l'arcivescovo Dino Staffa, in quel momento segretario della Congregazione per i seminari, che in base ai suoi studi di diritto canonico la considerava già operata de facto se non di diritto; inoltre altri importanti esponenti della curia volevano con questa mossa lanciare un segnale ostile al centrosinistra nascente in Italia. 
L'autorevolezza di tali voci fece in modo che la leggenda della scomunica non venisse smentita dal papa (che però ci rimase molto male) e che fosse creduta da tutti, anche dallo stesso Castro, che aveva precedentemente abbandonato la fede cattolica e che dunque lo considerò un evento di scarse conseguenze poiché per sua stessa ammissione non è mai stato credente.
In realtà tale atto non è stato mai effettuato dal pontefice, come ha rivelato il 28 marzo 2012 l'allora segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, monsignor Loris Capovilla, secondo cui la parola "scomunica" non faceva parte del vocabolario del Papa Buono. 
A testimonianza di quanto dichiarato, basti leggere il diario di Giovanni XXIII in cui egli non accenna al provvedimento né il 3 gennaio 1962 (data in cui parla solamente delle sue udienze) né in altre date.
Uno dei più celebri discorsi di papa Giovanni – forse una delle allocuzioni in assoluto più celebri della storia della Chiesa – è quello che ormai si conosce come «Il discorso della luna».
L'11 ottobre 1962, in occasione della serata di apertura del Concilio, piazza San Pietro era gremita di fedeli. 
Chiamato a gran voce, Roncalli decise di affacciarsi, per limitarsi a benedire i presenti. 
Poi si convinse a pronunciare, a braccio, un discorso semplice, dolce e poetico, con un richiamo straordinario alla luna, pur tuttavia contenente elementi del tutto innovativi:
« Cari figlioli, sento le vostre voci. 
La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. 
Qui tutto il mondo è rappresentato. 
Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare a questo spettacolo. »
Poi il papa salutò i fedeli della diocesi di Roma (essendone anche il vescovo), e si produsse in un atto di umiltà forse senza precedenti, asserendo tra le altre cose: « La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per volontà di Nostro Signore, ma tutti insieme paternità e fraternità è grazia di Dio (..)
(…) Facciamo onore alle impressioni di questa sera, che siano sempre i nostri sentimenti, come ora li esprimiamo davanti al cielo, e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli. 
E poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del bene. »
E, sulla linea dell'umiltà, impartì un ordine da pontefice con il parlare di un curato: « Tornando a casa, troverete i bambini. 
Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. 
Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. »
Pochi giorni dopo l'apertura del Concilio ecumenico, il mondo sembra precipitare nel baratro di un conflitto nucleare.
Il 22 ottobre 1962, il Presidente degli Stati Uniti d'America, John F. Kennedy, infatti, annuncia alla nazione la presenza di installazioni missilistiche a Cuba e l'avvicinamento all'isola di alcune navi sovietiche con a bordo le testate nucleari per l'armamento dei missili. 
Il presidente americano impone un blocco navale militare a 800 miglia dall'isola, ordinando agli equipaggi di essere pronti ad ogni eventualità, ma le navi sovietiche sembrano intenzionate a forzare il blocco.
Di fronte alla drammaticità della situazione, il Papa sente la necessità di agire per la pace. 
Il 25 ottobre successivo, alla Radio vaticana, rivolge "a tutti gli uomini di buona volontà" un messaggio in lingua francese, già consegnato – in precedenza – agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, presso la santa Sede: “Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. 
A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. 
Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze. 
Continuino a trattare. 
Sì, questa disposizione leale e aperta ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e in faccia alla storia. Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra”.
Il messaggio suscita consenso in entrambe le parti in causa e la crisi rientra.
L'importanza del passo compiuto dal Papa è testimioniata dal russo Anatoly Krasikov, nella biografia di Giovanni XXIII scritta da Marco Roncalli: “Resta curioso il fatto che negli Stati cattolici non si riesca a trovare traccia di una reazione ufficiale positiva, all’appello papale alla pace, mentre l’ateo Kruscev non ebbe il più piccolo momento di esitazione per ringraziare il papa e per sottolineare il suo ruolo primario per la risoluzione di questa crisi che aveva portato il mondo sull’orlo dell’abisso”. 
In data 15 dicembre 1962, infatti, perveniva al Papa un biglietto di ringraziamento del leader sovietico del seguente tenore: "In occasione delle sante feste di Natale La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni… per la sua costante lotta per la pace e la felicità e il benessere".
La drammatica esperienza convince ancor più Giovanni XXIII a un rinnovato impegno per la pace. 
Da questa consapevolezza, nasce, nell’aprile del 1963, la stesura dell’enciclica Pacem in Terris.
Giovanni XXIII firma l'enciclica "Pacem in Terris"
La Pacem in Terris resta tuttora un brano fondamentale della teologia cattolica sul versante della socialità e della vita civile. 
Ed è per altro verso comunque un brano importante anche per la cultura sociale occidentale (anche laica) del Novecento, un testo la cui lettura (peraltro discretamente agevole) è necessaria per la comprensione di alcune tracce della politica vaticana e di quella occidentale.
Giovanni XXIII rivelò che aveva affidato la composizione delle sue encicliche più famose, quelle di carattere sociale, a suoi collaboratori: nel caso della Mater et Magistra fu lui stesso a confermarlo alla finestra di piazza san Pietro, precisando che il gruppo degli esperti incaricati di stendere questo testo si era rifugiato in Svizzera e lui ne aveva perduto ogni traccia. 
Per l'enciclica Pacem in terris accadde lo stesso: ricevendo il primo ministro del Belgio, Théo Lefévre, che si complimentava per la pubblicazione del documento, gli confidò: «Guardi, a parte alcune righe che sono mie, tutto il resto è il frutto del lavoro di altri… Sono problemi che il Papa non può conoscere a fondo». 
Anche il giornale umoristico belga Pan riportò l'episodio. 
È la prima enciclica che oltre al clero e ai fedeli cattolici si rivolge "a tutti gli uomini di buona volontà".
Letta nelle titolazioni dei suoi capoversi, parrebbe un documento pressoché statutario, costituzionale, di organica classificazione di diritti e doveri. 
Letta storicamente, invece, contiene in sé elementi che valsero di force de frappe per superare l'immobilismo nei rapporti idealistici fra Chiesa e Stati, allora praticamente stagnante.
Il richiamo alle necessità dello stato sociale, mentre nel mondo occidentale cominciavano ad essere proposti schemi di capitalismo oltranzista sullo stile statunitense, giungeva in piena guerra fredda, con nazioni europee intente a pagare anche politicamente ed amministrativamente i tributi della disfatta e per questo più inclini a considerare (ciò che sarebbe stato anche strumento di facilitazione gestionale per i governi) riduzioni delle spese pubbliche per assistenza.
Per contro, l'enciclica non andava certo verso proposte di stato che da sociale potesse divenire socialista, e ristorava il ruolo di centralità dell'uomo, di libero pensiero e intendimento, ragione e motore delle scelte ideali ed obiettivo della socialità. 
Vale la pena di riportare il punto 5:
« In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili »
La pace, oggetto fondamentale e dichiarato dell'enciclica, può sorgere solo dalla riconsiderazione, in senso forse «particulare» o forse meglio umanistico, del valore dell'uomo "singolo individuo" che non può annientarsi al cospetto dei sistemi, siano essi capitalistici o socialisti. 
È la poco ricordata «terza via», anche detta «via del buon senso», oggi riscoperta da sempre più persone e gruppi, ma già al tempo ben definita.
Sin dal settembre 1962, prima ancora dunque dell'apertura del Concilio, si erano manifestate le avvisaglie della malattia fatale: un tumore dello stomaco, patologia che aveva già colpito altri fratelli Roncalli. 
Il 7 marzo 1963, tra lo stupore generale, concesse udienza a Rada Chruščёva, figlia del segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv e a suo marito Alexei Adžubej. 
Quest'ultimo rappresentò l'apprezzamento del suocero per le iniziative del papa in favore della pace, lasciando intendere la disponibilità per lo stabilimento di relazioni diplomatiche tra il Vaticano e l'Unione Sovietica. Il papa espresse la necessità di procedere per tappe in tale direzione, perché altrimenti tale passo non sarebbe stato compreso dall'opinione pubblica.
Pur visibilmente provato dal progredire del cancro, papa Giovanni firmò l'11 aprile 1963 l'enciclica Pacem in Terris e, un mese più tardi, l'11 maggio 1963, ricevette dal Presidente della Repubblica italiana Antonio Segni il premio Balzan per il suo impegno in favore della pace. 
Fu il suo ultimo impegno pubblico.
Il 23 maggio 1963, solennità dell'Ascensione, si affacciò per l'ultima volta dalla finestra per recitare il Regina Coeli. 
Il 31 maggio 1963 iniziò l'agonia. 
Nel primo pomeriggio del 3 giugno 1963, Papa Giovanni patì di una febbre altissima, circa 42 gradi, in conseguenza alla malattia che lo affliggeva da tempo.
Giovanni XXIII morì alle 19:49 del 3 giugno 1963.
«Perché piangere? È un momento di gioia questo, un momento di gloria» furono le sue ultime parole rivolte al suo segretario, Loris Francesco Capovilla.
Dal Concilio Vaticano II, che Giovanni XXIII non vide dunque terminare, si sarebbero prodotti negli anni successivi fondamentali cambiamenti che avrebbero dato una nuova connotazione al cattolicesimo moderno; gli effetti più immediatamente visibili consistettero nella riforma liturgica, in un nuovo ecumenismo e infine in un nuovo approccio al mondo e alla modernità.
Giovanni XXIII venne inizialmente sepolto nelle Grotte Vaticane e all'atto della beatificazione il suo corpo fu riesumato. 
La salma fu trovata in un perfetto stato di conservazione (salvo annerimenti vari e lievi colliquazioni nelle parti declivi), grazie al particolare processo d'imbalsamazione eseguito dal professor Gennaro Goglia subito dopo il decesso, consistente tra l'altro nell'iniettare molti litri di liquido conservativo nelle arterie principali, sostituendo il sangue. 
Praticati alcuni interventi conservativi, sul volto e sulle mani fu applicato uno strato conservativo di cera. Indi, dopo la cerimonia di beatificazione e l'ostensione ai fedeli, la salma fu tumulata in un'urna di vetro in un altare della navata destra della basilica di San Pietro.
Giovanni XXIII fu dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. 
Il Martirologio Romano indica come data di culto il 3 giugno, mentre le diocesi di Roma e di Bergamo e l'arcidiocesi di Milano ne celebrano la memoria locale l'11 ottobre, anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962).
In generale, ai fini della beatificazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un miracolo: nel caso di Giovanni XXIII, ha ritenuto miracolosa la guarigione improvvisa, avvenuta a Napoli il 25 maggio 1966, di suor Caterina Capitani, delle Figlie della Carità, affetta da una gastrite ulcerosa emorragica gravissima che l'aveva ridotta in fin di vita. 
La suora, dopo aver pregato papa Giovanni XXIII insieme alle consorelle, avrebbe avuto una sua visione, seguita dalla subitanea guarigione, dichiarata in seguito scientificamente inspiegabile dalla Consulta Medica della Congregazione per le Cause dei Santi. 
Dal 2000 numerose sono state le segnalazioni e i presunti miracoli.
Il 5 luglio 2013 Papa Francesco ha firmato il decreto per la canonizzazione di Giovanni XXIII che avverrà entro l'anno, contestualmente a quella di Giovanni Paolo II, prescindendo dai risultati del processo indetto dalla Congregazione per le cause dei santi per la veridicità di un secondo miracolo.
Questo piccolo paese del bergamasco, che diede i natali ad Angelo Roncalli, è oggi meta di numerosi pellegrinaggi. 
Oltre la casa natale, particolarmente significativo è il museo che Mons. Loris Francesco Capovilla, Segretario personale di Giovanni XXIII, ha allestito dal 1988 nella residenza di Ca' Maitino (sempre presso Sotto il Monte), dove Roncalli era solito recarsi per le sue ferie estive prima di essere eletto Papa. 
Questo museo conserva innumerevoli cimeli appartenuti a Giovanni XXIII lì raccolti da Mons. Capovilla, fra i quali il letto su cui il Pontefice spirò il 3 giugno 1963 e l'altare della cappella privata.
 
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1835.06.02 – GIUSEPPE MELCHIORRE SARTO – PAPA PIO X

Papst_Pius_X-01.Papa Pio X (in latino: Pius PP. X, nato Giuseppe Melchiorre Sarto; Riese, 2 giugno 1835 – Roma, 20 agosto 1914) è stato il 257º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (1903-1914), l'ultimo a esser stato proclamato santo, nel 1954.
Era figlio di Giovanni Battista Sarto (1792-1852), fattore, e di Margherita Sanson (1813-1894), sarta.
Giuseppe Melchiorre Sarto nacque a Riese, comune che dal 1952 ha assunto la denominazione di Riese Pio X, in provincia di Treviso, secondo di dieci figli in una famiglia modesta. 
Egli si distinse da molti suoi predecessori e successori proprio per il fatto che il suo cursus honorum fu esclusivamente pastorale senza alcun impegno presso la curia o nell'attività diplomatica della Santa Sede.
Ricevette la tonsura nel 1850 ed entrò nel seminario di Padova. 
Fu ordinato prete nel 1858, divenendo vicario della parrocchia di Tombolo. 
Nel 1867 fu promosso arciprete di Salzano e poi, nel 1875, canonico della cattedrale di Treviso, fungendo nel contempo da direttore spirituale nel seminario diocesano, esperienza della quale serberà sempre un ottimo ricordo.
Giuseppe Sarto fu nominato vescovo di Mantova il 10 novembre 1884, e poi ricoprì la carica di patriarca di Venezia. 
Il governo italiano rifiutò peraltro inizialmente il proprio exequatur, asserendo che la nomina del Patriarca di Venezia spettava al Re e che, inoltre, Sarto era stato scelto su pressione del governo dell'Impero austro-ungarico. 
Giuseppe Sarto dovette quindi attendere ben 18 mesi prima di poter assumere la guida pastorale del patriarcato di Venezia. 
Con la nomina a Patriarca egli ricevette pure la berretta cardinalizia nel concistoro del 12 giugno 1893. 
Fu eletto papa nel 1903.

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Il conclave
Alla morte di Leone XIII il candidato più probabile al soglio di Pietro era considerato il Segretario di Stato Rampolla. 
All'apertura del conclave il 1º agosto 1903, la sorpresa: il cardinale Puzyna, arcivescovo di Cracovia, comunica che l'imperatore d'Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, usando un suo antico privilegio quale Sovrano di un Impero Cattolico, pone il veto all'elezione del cardinale Rampolla.
I motivi del veto sarebbero non soltanto politici, in particolare la vicinanza del Rampolla alla Francia e le idee più aperte di questo degnissimo porporato, eccellente diplomatico e uomo di governo, ma anche personali; il Rampolla quale Segretario di Stato avrebbe infatti cercato di influenzare Leone XIII a negare una sepoltura cristiana all'arciduca Rodolfo d'Asburgo-Lorena, suicidatosi durante i cosiddetti fatti di Mayerling.
Malgrado l'indignazione di molti cardinali, il conclave decise comunque di obbedire alla volontà dell'Imperatore così la candidatura di Rampolla sfumò e i suffragi si orientarono sul Patriarca di Venezia, che fu eletto il 4 agosto ed incoronato il 9. 
Prese il nome di Pio X in onore dei suoi predecessori. 
Scelse come motto del suo pontificato Instaurare omnia in Christo (Paolo di Tarso) e lo attuò con coraggio e fermezza.
Una delle prime decisioni di Pio X fu proprio l'abolizione (con la costituzione apostolica Commissum nobis) del cosiddetto veto laicale, che spettava ad alcuni sovrani cattolici e a causa del quale egli era divenuto pontefice.

Il pontificato
Il nuovo Papa, consapevole di non avere alcuna esperienza diplomatica né una vera e propria formazione universitaria, seppe scegliere dei collaboratori competenti come il giovane cardinale Rafael Merry del Val y Zulueta, di soli 38 anni, poliglotta e direttore della Pontificia accademia ecclesiastica, che fu nominato Segretario di Stato. 
Stante la propria inesperienza, Pio X lasciò a Merry del Val sostanzialmente campo libero nella conduzione della diplomazia vaticana.
Papa Pio X rimase sempre semplice e umile (come poi faranno anche papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I che pure passarono dal patriarcato di Venezia al soglio di Pietro provenendo da famiglie di origine popolare) e in Vaticano visse parcamente, assistito dalle sorelle, in un appartamento fatto allestire appositamente.
Caratteristico e storicamente importante fu l'indirizzo teologico che diede alla Chiesa cattolica durante tutto il suo pontificato, la cui linea può essere definita sinteticamente come tradizionalista, in particolare per la lotta ingaggiata contro il modernismo attraverso l'enciclica Pascendi Dominici Gregis e il decreto Lamentabili Sane Exitu, a cui seguì l'approvazione personale del Sodalitium Pianum, una rete di informazione che indagava su teologi e docenti sospettati di modernismo. 
Si stava infatti diffondendo all'interno del mondo cattolico e in ampi settori della stessa gerarchia ecclesiale, una sorta di rivisitazione filosofica della teologia cattolica sotto l'effetto dello scientismo di fine '800.
Fu tuttavia Pio X ad avviare la riforma del diritto canonico, che culminerà nel 1917 con la promulgazione del Codice di diritto canonico, e a redigere il catechismo che porta il suo nome. 
Anche sul piano della gestione patrimoniale fu lui a unificare i redditi dell'obolo di San Pietro e quelli del patrimonio del Vaticano. 
Ma, soprattutto, riformò la Curia romana con la costituzione Sapienti consilio del 29 giugno 1908, sopprimendo vari dicasteri divenuti inutili. 
Raccomandò ai paesi cattolici l'uso della pronuncia ecclesiastica latina nelle scuole. 
Poco prima di morire era intento a completare gli studi preparatori di un documento (poi abbandonato dai successori) relativo alle condizioni di liceità dell'esercizio del diritto di sciopero.

Con l'enciclica Il Fermo Proposito dell'11 giugno 1905 il pontefice allenta le restrizioni del Non expedit (ossia il fermo divieto per tutti i cattolici italiani di partecipare alla vita politica) di papa Pio IX, soprattutto per arginare i consensi verso le forze socialiste. Pio X, nel testo dell'enciclica, elargisce la "benigna concessione" di dispensarli da tale divieto, specialmente nei "casi particolari" in cui essi ne riconoscano "la stretta necessità pel bene delle anime e per la salvezza delle loro chiese"; e li invita anzi a perseguire la seria attività "già lodevolmente spiegata dai cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali", così da favorire e promuovere "quelle istituzioni che si propongono di ben disciplinare le moltitudini contro l'invadenza predominante del socialismo".
 
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1809.08.19 – DON GIUSEPPE MARINI – L’EROICO SACRIFICO DEL PRETE VENETO FUCILATO DAI FRANCESI

Il 19 agosto 1809 le orde napoleoniche fucilavano a Vicenza  in Campo Marzo don Giuseppe Marini giovane cappellano di ventinove anni  di Carrè (provincia di Vicenza, diocesi di Padova).
Ecco quanto scrive il Tornieri nelle sue Memorie:
“1809, 19 agosto….
Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, veduto fucilare un sacerdote.
Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un’ora dopo terza (le dieci circa).
Ritornata la formidabile Commissione Militare alle sue missioni ha condannato ieri, e perciò furono fucilati questa mattina per la solita accusa di sollevazione, i seguenti:
Don Giuseppe Marini d’anni 29 di Carrè sacerdote e capellano di Carrè, diocesi di Padova 
e
Pietro Nicolati, d’anni 39, nativo dell’Ospedaletto di Valsugana di professione muratore.” 
Di don Giuseppe Marini la storia non dice niente altro.
Carlo Bullo, l’autorevole storico autore della più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti nel 1809 scrive che:
“Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco”: chissà se siamo in presenza della stessa persona.
Nel 1809 ci furono sollevazioni violentissime in tutto il Veneto e, in particolare, nell’alto vicentino.
Intere vallate  furono per diversi giorni in mano dei rivoltosi che, il più delle volte, innalzavano la bandiera di San Marco.
Napoleone aveva portato la nostra regione in condizioni di miseria e disperazione come mai nella storia veneta;  il nostro popolo reagì con particolare vigore:  i francesi, in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, riportarono l’ordine con centinaia e centinaia di morti.
Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal  popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l’eroismo di chi lottava per la propria libertà  e contro i crimini dell’occupante napoleonico.
Per tutto questo, per ricordare l’eroico sacrificio di un giovane prete veneto, mi permetto di avanzare una modesta proposta ai comuni veneti: intitoliamo una via, una piazza, una biblioteca a Don Giuseppe Marini come ha fatto il comune di Carrè che gli ha dedicato una via.
Tratto da qui (CLICCA QUI)

 

 

 

1802.01.26 – IL PROGETTO MASSONICO PER FARE L’ITALIA.

00 - 10431678_10203082770286541_4911216946055884550_nMA QUESTA TEORIA CHE VEDE L'ITAGLIA COME PROGETTO MASSONICO (DAL FRANCESE MACON) CREATO GRAZIE A NAPOLEONE…LA BANDIERA NE E' PROVA (BANDIERA DI NAPOLEONE) E FORSE LUI ERA QUINDI IL PRIMO RE D'ITALIA…???
VOI LO SAPEVATE??

1802, 26 GENNAIO
Napoleone Bonaparte viene proclamato Presidente della Repubblica Italiana il 26 gennaio 1802 dai deputati della Repubblica Cisalpina: rimarrà divisa in dipartimenti corrispondenti ai bacini fluviali dell’Alto Po, Agogna, Olona, Lario,Mella, Mincio, Serio a nord e a sud, Crostolo, Lano, Mella, Panaro, Reno, Basso Po, Rubicone.
Fra il 1803 e il 1805 i Granatieri a Cavallo della Guardia del Presidente della Repubblica Italiana usano lo stemma con i simboli di giustizia adottati a maggio del 1802.

http://www.corriere.it/gallery/cultura/01-2011/tricolore/1/i-tricolori-italia-d-eta-giacobina-napoleonica_c1f0bc36-181a-11e0-9e84-00144f02aabc.shtml#18

1796 – I RINGRAZIAMENTI AI ROVIGNESI VOLONTARI


tratto da: clicca qui
1796 I RINGRAZIAMENTI AI ROVIGNESI VOLONTARI
COPIA DELLA “DOGALE” EMESSA PER RINGRAZIARE I ROVIGNESI VOLONTARI. IL CONSIGLIO DELLA CITTA’ DELIBERO’ L’INVIO DI 100 MARINAI VOLONTARI (SENZA PAGA) PIU’ ALTRI 18 “ISTRUITI” PER AUTARE LA PATRIA INVASA.
OLTRE A CIO’ INVIO’ ANCHE 1000 DUCATI PER LE CASSE DELLO STATO.
Fu una gara vera e propria tra le piccole e grandi comunità dello stato veneto, …nel soccorso alla Repubblica, al momento del bisogno.
Anche la comunità ebraica, a cui i principi francesi dovevano apparire particolarmete affascinanti, si tassò spontaneamente per soccorrere lo stato che la ospitava da secoli, proteggendola dagli abusi comuni nel resto dell’Europa.
 
VENEZIA
23 giugno 1796.
In Pregadi Ducale Lodovico Manin
 
Lodovicus Manin Dei gratia Dux Venetiarum etc.
Nobili et sapienti
PIETRO VINC. FOSCARINI, Segr.
 
viro Federico Bembo de suo mandato potestati Rovigni fideli dilecto salutem et dilectionis affectum.
Soddisfacente distinto saggio di quel suddito fedele attaccamento e zelo da cui nelle attuali circostanze è animata codesta fedelissima comunità ravvisa il senato dalle accette lettere vostre de dì 20 giugno corr. , dalle quali rilevasi la raccolta fatta col mezzo di parte presa dal suo consiglio di cento individui addetti al servizio di marina per le pubbliche esigenze e la plausibile rinuncia dalli stessi fatta del proposto ingaggio di D. 10 V.P. per cadauno posponendolo all’edificante ardore di prestare il personale loro servizio, l’importar del qual ingaggio nella summa di D. mille fu coll’altra parte ugualmente presa in detto consiglio tributato dalla comunità medesima alle pubbliche disposizioni.
Giunti anche a questa Dominante in iscorta delle predette lettere vostre 94 di essi marinai senza attendere di compiere il numero prefisso assieme a 18 altri individui, dodici del ceto di cotesti più colti cittadini e sei delle principali famiglie che animati da pari zelo e fervore volontari si esibirono di impiegarsi in ispezioni analoghe alla civile condizione loro, vi si dice che penetrati e commossi gli animi nostri da evidenti testimoni di singolar divozione, che costantemente si mantiene in cotesti animatissimi sudditi , e volendo che sieno nel più solenne modo retribuiti, abbiate a chiamre alla vostra udienza in momento di maggior concorso li capi rappresentanti la comunità a’ quali rilasciando in copia le presenti manifesterete in pubblico nome con quelle espressioni che l’esperienza vostra troverà più adatte i pieni sensi del publico aggradimento, assicurandoli della continuata paterna pubblica predilezione disposta sempre in tutto ciò che confluir potesse al buon essere della stessa.
E nel rimettersi in copia le presenti al savio cassier del collegio resta incaricato di ricever dalla persona che sarà all’effetto commissionata la indicata somma di D. mille V. P. offerta dalla predetta comunità di Rovigno di cento scelti individui marinai e la spontanea oblazione di 18 tra i più colti cittadini e principali famiglie onde essere
impiegati i primi alle esigenze del publico servizio nelle funzioni marittime , e gli altri in quelle compatibili colla civile condizione loro, resta incaricato il benemerito zelo del Provveditor alle lagune e Lidi, cui si rimette copia colle presenti ducali la lettera ed inserte di quel publico rappresentante di palesare ad essi individui in quelli adattati e convenienti modi che la virtù sua conoscerà apportuni, li pieni sensi della publica soddisfazione ed aggradimento che verranno pure manifestati alla comunità loro col mezzo di esso publico rappresentante, e di passar quindi a disponere di marinai ove il bisogno li richiedesse non meno che li cittadini nelle relative nobili ispezioni.
 

1785 – ANGELO EMO

Le zattere cannoniere della Marina Veneta contro il bey di Tunisi.1623601_10204196013931228_2852773314817763858_n
“Nel seguente anno 1785 i cannoneri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della citta della di Sfax. La bombarda “Distruzione” nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1 agosto infine 39 volte su 47. La bombarda “Polonia” il 1 agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati.
Il porto di Trapani, con sagace intuito prescelto dall’Emo per servire da base eventuale di rifornimento per la propria squadra, e delle artiglierie venete, ferveva allora di preparativi guerreschi. Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.
“La poca influenza delle navi – così egli lasciò scritto – sopra le batterie rasenti del molo, suggerì alla mia immaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo… di formare cioè, con artificiosa connessione, clausura e rivestimento della unita superficie, di due masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno… protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia… bagnata e rinchiusa da sacchi” (lettera di Angelo Emo dell’11 ottobre 1785).10484768_10204196015291262_4893803469161276137_n
Il 5 ottobre l’Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri impegnava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta “ ed era molto cosa piacevole – scriveva un testimone oculare – nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta, che, tutta fumante, mi sembrava un Vesuvio”.
Queste batterie galleggianti, migliorate in seguito ed accresciute di numero – ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell’artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento (di artiglieria) e le zattere stesse si denominarono obusiere, bombardiere o cannoniere a seconda del tipo dei pezzi imbarcati”.
Eugenio Barbarich
la campagna del 1796 nel Veneto edizione del 1910
Tratto da www.raixevenete.com

1784-PARIGI – I RAPPORTI TRA GLI STATI UNITI D’AMERICA E LA REPUBBLICA DI VENEZIA

Riportiamo tradotta dall’inglese la seguente lettera diplomatica scritta in Parigi dagli Ambasciatori Americani all’Ambasciatore della Serenissima nel 1784, cinque anni prima della Rivoluzione Francese, e tredici anni prima dell’invasione della Serenissima da parte di Napoleone Bonaparte.
Sua Eccellenza il Cavalier Delfino
Ambasciatore della Repubblica di Venezia
Parigi, 1784
Signore,
gli Stati Uniti d’America riuniti in Congresso, giudicando che un rapporto tra i detti Stati Uniti e la Serenissima Repubblica di Venezia fondato sui principi di eguaglianza, reciprocità e amicizia sarebbe di mutuo vantaggio per entrambe le nazioni, nel giorno dodicesimo dello scorso maggio hanno conferito mandato con sigillo di detti Stati ai Sottoscritti come loro Ministri plenipotenziari, dando loro od alla maggioranza di essi pieni poteri ed autorità, in nome e per conto di essi detti Stati, per conferire, trattare e negoziare con Ambasciatore, Ministro o Commissario della detta Serenissima Repubblica di Venezia investito di pieni e sufficienti poteri, per e con riguardo ad un Trattato di Amicizia e Commercio, per fare e ricevere proposte in materia di un tale Trattato ed infine di concludere e sottoscrivere lo stesso, trasmettendolo ai detti Stati Uniti riuniti in Congresso per la loro ratifica finale.
Ci pregiamo di poter informare sua Eccellenza che abbiamo ricevuto mandato in dovuta forma e che siamo pronti ad entrare in negoziato non appena vi sia da parte della detta Serenissima Repubblica di Venezia un pieno potere all’uopo disposto.
Abbiamo infine l’onore di richiedere a sua Eccellenza di trasmettere questa informazione alla Corte [al detentore della sovranità; e di farlo con grande rispetto,
Obbedientissimo ed umilissimo servo
di sua Eccellenza,
John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson»
Ecco di quale nobile,  rispettabilità e rispetto che godeva la nostra Patria

1725.04.02 – GIACOMO CASANOVA

Il 2 aprile 1725 nasceva a Venezia Giacomo Casanova uno dei più grandi geni della civiltà veneta.Ecco come Wikipedia esordisce su Casanova…
Giacomo Girolamo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798) è stato un avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, matematico, filosofo ed agente segreto italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.
L'assurdità di indicarlo come agente segreto italiano quando l'italia non esisteva neppure: clicca qui
Giacomo Casanova nacque a Venezia in Calle della Commedia (ora Calle Malipiero), vicino alla chiesa di San Samuele dove fu battezzato.
Il padre era Gaetano Casanova, un attore e ballerino parmigiano con remote origini spagnole e la madre Zanetta Farussi, un'attrice veneziana.
Ma la voce popolare lo considerava frutto di una relazione extraconiugale della madre con il nobile Michele Grimani.
I genitori erano attori e soprattutto la madre sembra aver avuto successo nella sua professione dato che la troviamo citata da Carlo Goldoni nelle sue Memorie, ove la definì: "….una vedova bellissima e assai valente".
Rimasto orfano di padre a soli otto anni ed essendo la madre costantemente in viaggio a causa della sua professione, fu allevato dalla nonna materna Marzia Baldissera in Farussi.
Giacomo era da piccolo di salute cagionevole.
Per questo motivo, la nonna lo condusse da una fattucchiera che riuscì a guarirlo dai disturbi da cui era affetto eseguendo un complicato rituale.
Dopo quell'esperienza infantile, l'interesse per le pratiche magiche lo accompagnerà per tutta la vita ma lui stesso era il primo a ridere della credulità che tanti manifestavano nei confronti dell'esoterismo.
Studiò all'università di Padova dove, come ricorda nelle Memorie, si laureò in diritto.
Successivamente viaggiò a Corfù ed a Costantinopoli.
Nel 1743 rientrò a Venezia e in quello stesso anno la nonna Marzia Baldissera morì.
Con la morte della nonna, a cui era legatissimo, si chiuse un capitolo importante della sua vita: la madre decise di lasciare la bella e costosa casa in Calle della Commedia e di sistemare i figli in modo economicamente più sostenibile.
Questo evento segnò profondamente Giacomo, togliendogli un importante punto di riferimento.
Nello stesso anno fu rinchiuso, a causa della sua condotta piuttosto turbolenta, nel Forte di Sant'Andrea dalla fine di marzo alla fine di luglio.
Più che l'applicazione di una pena, fu un avvertimento tendente a cercare di correggerne il carattere.
Messo in libertà, partì, grazie ai buoni uffici materni, per la Calabria, al seguito del vescovo di Martirano che si recava ad assumere la diocesi.
Una volta giunto a destinazione, spaventato per le condizioni di povertà del luogo, chiese ed ottenne congedo. Viaggiò a Napoli ed a Roma, dove nel 1744 prese servizio presso il cardinal Acquaviva, ambasciatore della Spagna presso la Santa Sede.
L'esperienza si concluse presto a causa della sua condotta imprudente: infatti aveva nascosto nel Palazzo di Spagna, residenza ufficiale del cardinale, una ragazza fuggita di casa.
Nel febbraio del 1744 arrivò ad Ancona, dove era già stato solo sette mesi prima.
Durante il primo soggiorno nella città era stato costretto a passare la quarantena al Lazzaretto; durante la permanenza, attraverso la finestra, aveva intessuto una relazione, platonica per forza di cose, con una schiava greca alloggiata nella camera superiore alla sua.
Fu però durante il suo secondo soggiorno ad Ancona che Casanova ebbe una delle sue più strane avventure: si innamorò di un sedicente cantante castrato, Bellino, convinto che si trattasse in realtà di una donna.
Fu solo dopo una corte serrata che Casanova riuscì a scoprire ciò che sperava: il castrato era in realtà una ragazza, Teresa, che, per sopravvivere dopo essere rimasta orfana, si faceva passare per un castrato in modo da poter cantare nei teatri dello Stato della Chiesa, dove era vietata la presenza di donne sul palcoscenico.
Il nome di Teresa ricorre spesso nel testo dell'Histoire a testimonianza dei molti incontri avvenuti, negli anni, nelle capitali europee dove Teresa mieteva successi con le sue interpretazioni.
Ritornò quindi a Venezia e per un certo periodo si guadagnò da vivere suonando il violino nel teatro di San Samuele, di proprietà dei nobili Grimani che, alla morte del padre, avvenuta prematuramente (1733), avevano assunto ufficialmente la tutela del ragazzo, avvalorando la voce popolare secondo la quale uno dei Grimani, Michele, fosse il vero padre di Giacomo.
Nel 1746 avvenne l'incontro con il patrizio veneziano Matteo Bragadin, che avrebbe migliorato sostanzialmente le sue condizioni.
Colpito da un malore, il nobiluomo fu soccorso da Casanova e si convinse che, grazie a quel tempestivo intervento, aveva potuto salvarsi la vita.
Di conseguenza prese a considerarlo quasi come un figlio, contribuendo, finché visse, al suo mantenimento. Nelle ore concitate in cui assisteva Bragadin, Casanova venne in contatto con i due più fraterni amici del senatore: Marco Barbaro e Marco Dandolo, anch'essi gli si affezionarono profondamente e, finché vissero, lo tennero sotto la loro protezione.
La frequentazione con i nobili attirò l'interesse degli Inquisitori di Stato e Casanova, su consiglio di Bragadin, lasciò Venezia in attesa di tempi migliori.
Nel 1749 incontrò Henriette, che sarebbe stata forse il più grande amore della sua vita.
Lo pseudonimo nascondeva probabilmente l'identità di una nobildonna di Aix en Provence, forse Adelaide de Gueidan.
Su questa e su altre identificazioni, i "casanovisti" si sono accapigliati per decenni.
In linea di massima, come è stato sostenuto da molti studiosi, i personaggi citati nelle Memorie sono reali.
Al più, l'autore potrebbe essersi cautelato con qualche piccola accortezza: spesso, trattandosi di donne sposate, alcune sono citate con le iniziali o con nomi di fantasia, talvolta l'età viene un po' modificata per galanteria o per vanità dell'autore che non amava riferire di avventure con donne considerate, con i criteri di allora, in età matura, ma in generale le persone sono identificabili ed anche i fatti riferiti sono risultati corretti e riscontrabili.
Innumerevoli identificazioni e notizie documentali hanno confermato il racconto.
Se qualche errore c'è stato, lo si deve anche al fatto che, all'epoca in cui furono scritte le Memorie (dal 1789 in poi), erano passati molti anni dai fatti e, per quanto l'autore si possa essere aiutato con diari o appunti, non era affatto facile incasellare cronologicamente gli eventi.
Ogni tanto l'autore si faceva però trascinare dalla sua visione teatrale delle cose e non rinunciava appunto a qualche "colpo di teatro".
Il ché, peraltro, contribuisce a rendere la lettura più piacevole.
Il problema dell'attendibilità del racconto casanoviano è tuttavia molto complesso: ciò che è veramente difficile o, in molti casi, addirittura impossibile da valutare è se i rapporti che Casanova riferisce di aver intrattenuto con i personaggi siano rispondenti alla realtà dei fatti.
Taluni studiosi hanno ritenuto che nel corpus delle Memorie siano stati inseriti dei passaggi totalmente romanzati e di pura invenzione, basati comunque su personaggi storicamente esistiti ed effettivamente presenti nel luogo e nel tempo della descrizione.
Il caso più eclatante è quello che riguarda la relazione di Casanova con suor M.M. e i conseguenti rapporti con l'ambasciatore di Francia De Bernis.
Si tratta di una delle parti più valide dell'opera dal punto di vista letterario e stilistico.
Il ritmo del racconto è serratissimo e la tensione emotiva dei personaggi di straordinario realismo.
Secondo alcuni studiosi il racconto è assolutamente veritiero e si è ripetutamente tentata l'identificazione della donna, secondo altri il racconto è di pura fantasia e basato sulle confidenze del cuoco dell'ambasciatore (tale Rosier) che effettivamente Casanova conosceva molto bene.
La diatriba tra le varie tesi continuerà ma, comunque stiano le cose, il valore dell'opera non cambia perché ciò che perde il Casanova memorialista lo guadagna il Casanova romanziere.
Nel giugno del 1750, a Lione, Casanova aderì alla Massoneria.
Non sembra che la decisione fosse ascrivibile a inclinazioni ideologiche, ma piuttosto al pragmatico desiderio di procurarsi utili appoggi.
Raggiunse qualche risultato, infatti molti personaggi incontrati nel corso della sua vita, come Mozart e Franklin erano certamente massoni ed alcune facilitazioni ricevute in varie occasioni sembrerebbero dovute ai benefici derivanti dal far parte di un'organizzazione ben radicata in quasi tutti i paesi europei.
Nello stesso periodo si recò a Parigi dove imparò il francese, che sarebbe divenuto la sua lingua letteraria oltre che, in molti casi, epistolare.
Ritornato a Venezia dopo il lungo soggiorno parigino e altri viaggi a Dresda, Praga e Vienna, nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1755, fu arrestato e ristretto nei Piombi.
Come d'uso all'epoca, al condannato non venne notificato il capo d'accusa, né la durata della detenzione cui era stato condannato.
Ciò, come in seguito scrisse, si rivelò dannoso, poiché se avesse saputo che la pena era di durata tutto sommato sopportabile, si sarebbe ben guardato dall'affrontare il rischio mortale dell'evasione e soprattutto il pericolo della possibile successiva eliminazione da parte degli inquisitori i quali, spesso, arrivavano ad operare anche molto lontano dai confini della Repubblica.
Questi magistrati erano l'espressione più evidente dell'arbitrarietà del potere oligarchico che governava Venezia.
Erano insieme tribunale speciale e centrale di spionaggio.
Sui motivi reali dell'arresto si è discusso parecchio.
Certo è che il comportamento di Casanova era tenuto d'occhio dagli inquisitori e rimangono molte riferte
(rapporti delle spie al soldo degli Inquisitori) che ne descrivevano minutamente i comportamenti, soprattutto quelli considerati socialmente sconvenienti.
In definitiva l'accusa era quella di "libertinaggio" compiuto con donne sposate, di spregio della religione, di circonvenzione di alcuni patrizi e in generale di un comportamento pericoloso per il buon nome e la stabilità del regime aristocratico.
Di fatto, Casanova conduceva una vita alquanto disordinata ma né più né meno di tanti rampolli delle casate illustri: come questi giocava, barava e aveva anche delle idee abbastanza personali in materia di religione e, quel che è peggio, non ne faceva mistero.
Anche la sua adesione alla Massoneria, che era nota agli Inquisitori, non gli giovava, così come la scandalosa relazione intrattenuta con "suor M.M.", certamente appartenente al patriziato, monaca nel convento di S. Maria degli Angeli in Murano, e amante dell'ambasciatore di Francia abate De Bernis.
Insomma, l'oligarchia al potere non poteva tollerare oltre che un individuo ritenuto socialmente pericoloso restasse in circolazione.
Tuttavia gli appoggi, di cui certamente poteva disporre nell'ambito del patriziato, lo aiutarono notevolmente, sia nell'ottenere una condanna "leggera" che durante la reclusione, e forse addirittura ne agevolarono l'evasione.
La contraddizione è solo apparente, perché Casanova fu sempre un personaggio ambivalente: per estrazione e mezzi faceva parte di una classe subalterna, anche se contigua alla nobiltà, ma per frequentazioni e protezioni poteva sembrare far parte, a qualche titolo, della classe al potere.
A questo riguardo va anche considerato che il suo presunto padre naturale, Michele Grimani, apparteneva a una delle famiglie più illustri dell'aristocrazia veneziana, annoverando ben tre dogi e altrettanti cardinali.
Questa paternità fu rivendicata da Casanova stesso nel libello Né amori né donne e sembra che anche la somiglianza di aspetto e di corporatura dei due avvalorasse parecchio la tesi.
Appena riavutosi dallo shock dell'arresto, Casanova cominciò ad organizzare la fuga.
Un primo tentativo fu vanificato da uno spostamento di cella.
Ma nella notte fra il 31 ottobre e il 1º novembre 1756, mise in atto il suo piano: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro nel soffitto praticato da un compagno di reclusione, il frate Marino Balbi, uscì sul tetto e successivamente si calò di nuovo all'interno del palazzo da un abbaino.
Passò quindi, in compagnia del complice, attraverso varie stanze e fu infine notato da un passante, che pensò fosse un visitatore rimasto chiuso all'interno e chiamò uno degli addetti al palazzo il quale aprì il portone, consentendo ai due di uscire e di allontanarsi fulmineamente con una gondola.
Si diressero velocemente verso nord.
Il problema era seminare gli inseguitori: infatti la fuga gettava un'ombra sull'amministrazione della giustizia di Venezia ed era chiaro che gli Inquisitori avrebbero tentato di tutto per riacciuffare gli evasi.
Dopo brevi soggiorni a Bolzano (dove i banchieri Menz lo ospitarono e aiutarono economicamente), Monaco di Baviera (dove Casanova finalmente si liberò della scomoda presenza del frate), Augusta e Strasburgo, il 5 gennaio 1757 arrivò a Parigi, dove nel frattempo il suo amico De Bernis era divenuto ministro e quindi gli appoggi non gli mancavano.
Rinfrancato e trovata una sistemazione, iniziò a dedicarsi alla sua specialità: brillare in società, frequentando quanto di meglio la capitale potesse offrire.
Conobbe tra gli altri la marchesa d'Urfé nobildonna ricchissima e stravagante, con la quale intrattenne una lunga relazione, dilapidando cospicue somme di denaro che lei gli metteva a disposizione, soggiogata dal suo fascino e dal consueto corredo di rituali magici.
Molto fantasioso, come al solito, si fece promotore di una lotteria nazionale, allo scopo di rinsaldare le finanze dello stato.
Osservava che questo era l'unico modo di far contribuire di buon grado i cittadini alla finanza pubblica. L'intuizione era talmente valida che ancora adesso il sistema è molto praticato.
L'iniziativa venne autorizzata ufficialmente e Casanova venne nominato Ricevitore il 27 gennaio 1758.
Nel settembre dello stesso anno, De Bernis fu nominato cardinale; un mese dopo Casanova fu incaricato dal governo francese di una missione segreta in Olanda.
Al suo ritorno fu coinvolto in un'intricata faccenda riguardante una gravidanza indesiderata di un'amica, la scrittrice veneziana Giustiniana Wynne.
Di madre italiana e padre inglese, Giustiniana era stata al centro dell'attenzione per la sua rovente relazione con il patrizio veneziano Andrea Memmo.
Questi aveva cercato in tutti i modi di sposarla, ma la ragion di stato (lui era membro di una delle dodici famiglie – cosiddette apostoliche – più nobili di Venezia) glielo aveva impedito, a causa di alcuni oscuri trascorsi della madre di lei, e in seguito allo scandalo che ne era sortito i Wynne avevano lasciato Venezia.
Giunta a Parigi, trovandosi in stato interessante e di conseguenza in grosse difficoltà, la ragazza si rivolse per aiuto a Casanova, che aveva conosciuto a Venezia e che era anche ottimo amico del suo amante.
La lettera con cui implorava aiuto è stata ritrovata ed è singolare la schiettezza con cui la ragazza si rivolge a Casanova, dimostrando una fiducia totale in quest'ultimo, tenuto conto dell'enorme rischio a cui si esponeva (e lo esponeva) nel caso in cui il messaggio fosse caduto nelle mani sbagliate.
Casanova si prodigò per darle aiuto, ma incorse in una denuncia per concorso in pratiche abortive, presentata dall'ostetrica Reine Demay in combutta con un losco personaggio, Louis Castel-Bajac, per estorcere denaro in cambio di una ritrattazione.
Benché l'accusa fosse molto grave, Casanova riuscì a cavarsela con la consueta presenza di spirito e fu prosciolto, mentre la sua accusatrice finì in carcere.
L'amica abbandonò l'idea di interrompere la gravidanza e in seguito partorì nel convento in cui si era rifugiata. Ceduti i suoi interessi nella lotteria, Casanova si imbarcò in una fallimentare operazione imprenditoriale, una manifattura di tessuti, che naufragò anche a causa di una forte restrizione delle esportazioni derivante dalla guerra in corso.
I debiti che ne derivarono lo condussero per un po' in carcere (agosto 1759).
Come al solito, il provvidenziale intervento di un'amica, la ricca e potente marchesa d'Urfé, lo tolse dall'incomoda situazione.
Gli anni successivi furono un intenso continuo peregrinare per l'Europa.
Si recò in Olanda, poi in Svizzera, dove incontrò Voltaire.
In seguito in Italia, a Genova, Firenze e Roma.
Qui viveva il fratello Giovanni, pittore, allievo di Mengs.
Durante il soggiorno presso il fratello fu ricevuto dal papa Clemente XIII.
Nel 1762 ritornò a Parigi, dove riprese ad esercitare pratiche esoteriche insieme alla marchesa d'Urfé, fino a che quest'ultima, resasi conto di essere stata per anni presa in giro con l'illusione di rinascere giovane e bella per mezzo di pratiche magiche, troncò ogni rapporto con l'improvvisato stregone che, dopo poco tempo, lasciò Parigi, dove il clima che si era creato non gli era più favorevole, per Londra, dove fu presentato a corte.
Nella capitale inglese conobbe la funesta Charpillon, con cui cercò di intessere una relazione.
In questa circostanza anche il grande seduttore mostrò il suo lato debole e questa scaltra ragazza lo portò fin sull'orlo del suicidio.
Non che fosse un grande amore, ma evidentemente Casanova non poteva accettare di essere trattato con indifferenza da una ragazza qualsiasi.
E più lui vi s'intestardiva, più lei lo menava per il naso.
Alla fine riuscì a liberarsi di questa assurda situazione e si diresse verso Berlino.
Qui incontrò il re Federico il Grande, che gli offrì un modesto posto d'insegnante nella scuola dei cadetti. Rifiutata sdegnosamente la proposta, Casanova si diresse verso la Russia.
A Mosca nel dicembre del 1764 incontrò l'imperatrice Caterina II, anche lei annessa alla straordinaria collezione di personaggi storici incontrati nel corso delle sue infinite peregrinazioni.
Merita una riflessione la straordinaria facilità con cui Casanova aveva accesso a personaggi di primissimo piano, che certo non erano usi ad incontrarsi con chiunque.
Evidentemente la fama lo precedeva regolarmente e, almeno per effetto della curiosità suscitata, gli consentiva di penetrare nei circoli più esclusivi delle capitali.
Un po' la questione si autoalimentava, nel senso che in qualsiasi luogo si trovasse, Casanova si dava sempre un gran da fare per ottenere lettere di presentazione per la destinazione successiva.
Evidentemente ci aggiungeva del suo: aveva conversazione brillante, una cultura enciclopedica fuori del comune e, quanto ad esperienze di viaggio, ne aveva accumulate infinite, in un'epoca in cui la gente non viaggiava un granché.
Insomma Casanova il suo fascino lo aveva, e non lo spendeva solo con le donne.
Nel 1766 in Polonia avvenne un episodio che segnò profondamente Casanova: il duello con il conte Branicki.
Questi, durante un litigio a causa della ballerina veneziana Anna Binetti, lo aveva apostrofato chiamandolo poltrone veneziano.
Il conte era un personaggio di rilievo alla corte del re Stanislao II Poniatowski e per uno straniero privo di qualsiasi copertura politica non era molto consigliabile contrastarlo.
Quindi, anche se offeso pesantemente dal conte, qualsiasi uomo di normale prudenza si sarebbe ritirato in buon ordine; Casanova, invece, che evidentemente non era solo un amabile conversatore ed un abile seduttore, ma anche un uomo di coraggio, lo sfidò in un duello alla pistola.
Faccenda assai pericolosa, sia in caso di soccombenza che in caso di vittoria, in quanto era facile attendersi che gli amici del conte ne avrebbero rapidamente vendicato la morte.
Il conte ne uscì ferito in modo gravissimo, ma non abbastanza da impedirgli di pregare onorevolmente i suoi di lasciare andare indenne l'avversario, che si era comportato secondo le regole.
Seppur ferito abbastanza seriamente a un braccio, Casanova riuscì a lasciare l'inospitale paese.
La buona stella sembrava avergli voltato le spalle.
Si diresse a Vienna, da cui fu espulso.
Tornò a Parigi, dove fu colpito (novembre 1767) da una lettre de cachet del re Luigi XV, con la quale gli veniva intimato di lasciare il paese.
Il provvedimento era stato richiesto dai parenti della marchesa d'Urfé, i quali intendevano mettere al riparo da ulteriori rischi le pur cospicue sostanze di famiglia.
Si recò quindi in Spagna, ormai alla disperata ricerca di una qualche occupazione, ma anche qui non andò meglio: fu gettato in prigione con motivi pretestuosi e la faccenda durò più di un mese.
Lasciò la Spagna ed approdò in Provenza, dove però cadde gravemente malato (gennaio 1769).
Fu assistito grazie all'intervento della sua amata Henriette che, nel frattempo sposatasi e rimasta vedova, aveva conservato di lui un ottimo ricordo.
Riprese presto il suo peregrinare, recandosi a Roma,[33] Napoli, Bologna, Trieste.
In questo periodo si infittirono i contatti con gli Inquisitori veneziani per ottenere l'agognata grazia, che finalmente giunse il 3 settembre 1774.
Ritornato a Venezia dopo diciott'anni, Casanova riannodò le vecchie amicizie, peraltro mai sopite grazie ad un'intensissima attività epistolare.
Per vivere, si propose agli Inquisitori come spia, proprio in favore di coloro che erano stati tanto decisi prima a condannarlo alla reclusione e poi a costringerlo a un lungo esilio.
Le riferte di Casanova non furono mai particolarmente interessanti e la collaborazione si trascinò stancamente fino ad interrompersi per "scarso rendimento".
Probabilmente qualcosa in lui si opponeva ad esser causa di persecuzioni che, avendole provate in prima persona, conosceva bene.
Rimasto senza fonti di sostentamento, si dedicò all'attività di scrittore, utilizzando la sua vasta rete di relazioni per procurare sottoscrittori alle sue opere.
All'epoca si usava far sottoscrivere un ordinativo di libri prima ancora di aver dato alle stampe o addirittura terminato l'opera, in modo da esser certi di poter sostenere gli elevati costi di stampa.
Infatti la composizione avveniva manualmente e le tirature erano bassissime.
Nel 1775 pubblicò il primo tomo della traduzione dell'Iliade.
La lista di sottoscrittori, cioè di coloro che avevano finanziato l'opera, era davvero notevole e comprendeva oltre duecentotrenta nomi fra quelli più in vista a Venezia, comprese le alte autorità dello stato, sei Procuratori di San Marco in carica due figli del doge Mocenigo, professori dell'università di Padova e così via.
Va rilevato che, per essere un ex carcerato evaso e poi graziato, aveva delle frequentazioni di altissimo livello.
Il fatto di far parte della lista non era tenuto segreto, ma in una città piccola, in cui le persone che contavano si conoscevano tutte, era di pubblico dominio; dunque le adesioni dimostravano che, malgrado le sue vicissitudini, Casanova non era affatto un emarginato.
Anche qui è opportuna una riflessione sull'ambivalenza del personaggio e sul suo eterno oscillare tra la classe reietta e quella privilegiata.
In questo stesso periodo iniziò una relazione con Francesca Buschini, una ragazza molto semplice e incolta che per anni avrebbe scritto a Casanova, dopo il suo secondo esilio da Venezia, delle lettere (ritrovate a Dux) di un'ingenuità e tenerezza commoventi, utilizzando un lessico molto influenzato dal dialetto veneziano, con evidenti tentativi di italianizzare il più possibile il testo.
Questa fu l'ultima relazione importante di Casanova che rimase molto attaccato alla donna: anche quando ne fu irrimediabilmente lontano, rattristato profondamente dal crepuscolo della sua vita, teneva una fitta corrispondenza con Francesca, oltre a continuare a pagare, per anni, l'affitto della casa in Barbaria delle Tole, in cui avevano convissuto, inviandole, quando ne aveva la possibilità, lettere di cambio con discrete somme di denaro.
Negli anni successivi pubblicò altre opere e cercò di arrabattarsi come meglio poté.
Ma il suo carattere impetuoso gli giocò un brutto scherzo: offeso platealmente in casa Grimani da un certo Carletti, col quale aveva questionato per motivi di denaro, si risentì perché il padrone di casa aveva preso le parti del Carletti.
Decise a questo punto di vendicarsi componendo un libello, Né amori né donne, ovvero la stalla ripulita in cui, pur sotto un labile travestimento mitologico, facilmente svelabile, sostenne chiaramente di essere lui stesso il vero figlio di Michele Grimani, mentre Zuan Carlo Grimani sarebbe stato "notoriamente" frutto del tradimento della madre (Pisana Giustinian Lolin) con un altro nobile veneziano, Sebastiano Giustinian.
Probabilmente era tutto vero, anche perché in una città in cui le distanze tra le case si misuravano a spanne, si circolava in gondola e c'erano stuoli di servitori che ovviamente spettegolavano a più non posso, era impensabile poter tenere segreto alcunché.
Comunque anche in questo caso l'aristocrazia fece quadrato e Casanova fu costretto all'ultimo definitivo esilio.
Tuttavia la questione non passò inosservata se si ritenne opportuno far circolare un libello anonimo, con cui si replicava allo scritto casanoviano, intitolato "Contrapposto o sia il riffiutto mentito, e vendicato al libercolo intitolato Ne amori ne donne ovvero La stalla ripulita, di Giacomo Casanova".
Lasciò Venezia nel gennaio 1783 e si diresse verso Vienna.
Per un po' fece da segretario all'ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini, poi, alla morte di questi, accettò un posto di bibliotecario nel castello del conte di Waldstein a Dux, in Boemia.
Lì trascorse gli ultimi tristissimi anni della sua vita, sbeffeggiato dalla servitù,ormai incompreso, e considerato il relitto di un'epoca tramontata per sempre.
Da Dux, Casanova dovette assistere alla Rivoluzione francese, alla caduta della Repubblica di Venezia, al crollare del suo mondo, o perlomeno di quel mondo a cui aveva sognato di appartenere stabilmente.
L'ultimo conforto, oltre alle lettere numerosissime degli amici veneziani che lo tenevano al corrente di quanto accadeva nella sua città, fu la composizione della Histoire de ma vie, l'opera autobiografica che assorbì tutte le sue residue energie, compiuta con furore instancabile quasi per non farsi precedere da una morte che ormai sentiva vicina.
Scrivendola, Casanova riviveva una vita assolutamente irripetibile, tanto da entrare nel mito, nell'immaginario collettivo.
Una vita opera d'arte.
Morì il 4 giugno del 1798.
 

1707.02.25 – CARLO GOLDONI

Ecco come Wikipedia esordisce su Carlo Goldoni…
Goldoni è considerato uno dei padri della commedia moderna e deve parte della sua fama anche alle opere in dialetto veneziano.
L'assurdità di indicarlo come drammaturgo, scrittore e librettista italiano quando l'italia non esisteva neppure…la lingua veneta viene indicata come dialetto veneziano, quando in quel periodo era la seconda lingua usata dai diplomatici: clicca qui
Nacque a Venezia il 25 febbraio 1707, da una famiglia borghese di origini modenesi (città da cui provenivano i nonni paterni).
Trovatosi in difficoltà finanziarie in seguito agli sperperi del nonno paterno Carlo, il padre Giulio si trasferì a Roma per studiare medicina, lasciandolo con la madre Margherita Salvioni.
Pare non fosse riuscito a conseguire la licenza di medico, ma divenne comunque farmacista; esercitò la professione a Perugia, richiamando a sé tutta la famiglia.
Il Goldoni si formò dapprima con un precettore, quindi fu in collegio, presso i gesuiti a Perugia e poi presso i domenicani di Rimini, infine ancora con un insegnante privato, il domenicano Candini.
Di questo periodo è noto l'episodio della fuga da Rimini a Chioggia (dove nel frattempo si erano trasferiti i genitori) al seguito di una compagnia di comici.
Tornato con la madre a Venezia nel 1721, fece praticantato presso lo studio legale dello zio Giampaolo Indric. Nel 1723 passò al collegio Ghisleri di Pavia grazie a una borsa di studio offerta dal marchese Pietro Goldoni Vidoni, protettore della famiglia, ma vi venne espulso prima di concludere il terzo anno per essere l'autore di un'opera satirica.
Fu poi a Udine e a Vipacco al seguito del padre, medico del conte Francesco Antonio Lantieri.
Ebbe così inizio un periodo piuttosto avventuroso della sua vita e, dopo aver ancora seguito il padre il Friuli, Slovenia e Tirolo, riprese gli studi a Modena.
A Feltre elaborò le prime opere comiche, ancora in forma dilettantesca (Il buon padre e La cantatrice).
La passione per il teatro caratterizzò la sua inquieta esistenza.
Con l'improvvisa morte del padre nel 1731, si dovette prendere carico della famiglia; tornato a Venezia, tentò inizialmente di completare gli studi presso il collegio Ghislieri di Pavia: venne tuttavia espulso, a causa di alcuni versi poco encomiastici scritti per alcune fanciulle per bene della città.
Completò quindi gli studi a Padova, ed intraprese la carriera forense.
Nel 1734 incontrò a Verona il capocomico Giuseppe Imer e con lui tornò a Venezia dopo aver ottenuto l'incarico di scrivere testi per il teatro San Samuele, di proprietà Grimani.
In questo periodo nacquero le prime tragicommedie scritte dal neo-avvocato per questa compagnia a partire da Il Belisario del 1734 fino al Giustino del 1738.
Seguendo a Genova la compagnia Imer, conobbe e sposò Nicoletta Conio.
Con lei Goldoni tornò a Venezia.
Nel 1738 Goldoni diede al teatro San Samuele la sua prima vera commedia, il Momolo cortesan, con la parte del protagonista interamente scritta.
A Venezia, dopo la stesura della sua prima commedia interamente scritta, La donna di garbo (1742-43), fu costretto a fuggire a causa dei debiti.
Continuò a lavorare nel teatro durante la guerra di successione austriaca curando gli spettacoli di Rimini occupata dagli austriaci; poi soggiornò in Toscana.
Goldoni non aveva abbandonato i contatti con il mondo teatrale: fu convinto dal capocomico Girolamo Medebach a sottoscrivere un contratto come scrittore per la propria compagnia che recitava a Venezia al teatro Sant'Angelo.
Nel 1748 torna a Venezia e fino al 1753 scrive per la compagnia Medebach una serie di commedie, in cui, distaccandosi dai modelli della commedia dell'arte, realizza i principi di una "riforma" del teatro.
A questo periodo appartengono L'uomo prudente, La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La buona moglie, La famiglia dell'antiquario e L'erede fortunata: qui, tranne nell'ultima, emergono le polemiche sulla novità del teatro goldoniano e la rivalità con l'abate Pietro Chiari, che lavora per il teatro San Samuele.
Realizza inoltre sedici commedie, tra cui Il teatro comico, La bottega del caffè, Il bugiardo, La Pamela, tratta dal romanzo di Samuel Richardson, Il giuocatore, La dama prudente, L'avventuriero onorato, I pettegolezzi delle donne.
L'attività per il Medebach continuò poi con Il Molière, L'amante militare, Il feudatario, La serva amorosa, fino a La locandiera e a Le donne curiose.
Dopo aver rotto con il Medebach, Goldoni assume un nuovo impegno nel 1753 con il teatro San Luca, di proprietà Vendramin. Comincia quindi un periodo travagliato in cui Goldoni scrive varie tragicommedie e commedie.
Deve adattare i propri testi innanzitutto per un edificio teatrale ed un palcoscenico più grandi di quelli a cui era abituato, e per attori che non conoscevano il suo stile, lontano dai modelli della commedia dell'arte: fra le tragicommedie ebbe un gran successo la Trilogia persiana; tra le commedie si possono ricordare La cameriera brillante, Il filosofo inglese, Terenzio, Torquato Tasso ed il capolavoro Il campiello.
Tornato a Venezia, ebbe dei grandi risultati artistici con Gli innamorati, commedia in italiano e in prosa, con I rusteghi, in veneziano e in prosa e con La casa nova e La buona madre.
Nel 1761 Goldoni fu invitato a recarsi a Parigi per occuparsi della Comédie Italienne. V
itale fu l'ultima stagione per il Teatro San Luca, prima della partenza, ove produsse La trilogia della villeggiatura, Sior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnovale.
Giunto a Parigi nel 1762, Goldoni aderì subito alla politica francese, dovendo anche affrontare varie difficoltà a causa dello scarso spazio concesso alla Commedia Italiana e per le richieste del pubblico francese, che identificava il teatro italiano con quella commedia dell'arte da cui Goldoni si era tanto allontanato.
Goldoni riprese una battaglia di riforma: la sua produzione presentava testi destinati alle scene parigine e a quelle veneziane.
Goldoni insegnò l'italiano alla famiglia reale, alle figlie del re di Francia Luigi XV a Versailles e nel 1769 ebbe una pensione di corte.
Tra il 1784 e l'87 scrisse in francese la sua autobiografia, Mémoires.
La rivoluzione francese sconvolse la sua vita e, con la soppressione delle pensioni, in quanto concesse dal re, morì in miseria il 6 febbraio 1793, 19 giorni prima di compiere 86 anni.

Le sue ossa sono andate disperse.
 

1700 – LA POLIZIA E IL CONSIGLIO DEI DIECI A VENEZIA


Venezia aveva sempre avuto una polizia molto efficiente che faceva capo ad uno speciale Consiglio, il “Consiglio dei Dieci” al cui spionaggio non sfuggiva nulla.
Finchè la gloriosa Serenissima era stata una potenza il Consiglio dei Dieci non doveva far altro che assolvere i compiti di un normale servizio informazioni e tenere sotto controllo gli stranieri e i cittadini che avevano rapporti con gli agenti veneziani all’estero.
Da quando però Venezia aveva perso il suo rango, lo spionaggio servì solo come strumento di difesa del potere.
Il Consiglio divenne spregiudicato: violava il domicilio dei cittadini, corrompeva servitori, apriva la corrispondenza, seguiva persino gli amanti.
Erano oggetto di spionaggio soprattutto gli intellettuali che come al solito erano i più sensibili alle nuove idee, idee pericolose per la casta dominante.
La rivolta contro questo sistema era alle porte.
Nel 1780 due nobili, Pisani e Contarini, denunciarono il regime poliziesco, pubblicamente.
All’origine della loro denuncia c’erano sicuramente dei motivi personali.
Erano dei Barnabotti, così venivano chiamati i nobili decaduti cui lo Stato concedeva gratuitamente un alloggio nel quartiere di San Barnaba.
I due proposero radicali e democratiche riforme e misure fiscali che riducessero il potere del Consiglio dei Dieci.
Il Consiglio prima di reagire, esitò perché l’opinione pubblica aveva accolto con entusiasmo le proposte dei due nobili ribelli e nei quartieri popolari c’era aria di sommossa.
Ma quando la polizia arrestò i due facendoli sparire nelle carceri, nessuno si mosse e non poteva essere altrimenti dal momento che a Venezia non vi era una classe media in grado di fornire un movimento riformista.
La borghesia era composta esclusivamente di “statali”, legati alla classe dominante di cui copiavano i costumi e gli atteggiamenti.
L’altra borghesia, quella del commercio e delle professioni composta soprattutto di ebrei, era scaduta da tempo ed era inoltre strettamente tenuta sotto controllo dal Consiglio dei Dieci.
La società veneziana non aveva fatto altro, finito il suo periodo d’oro, che difendere i privilegi di casta ed in questo modo aveva diviso la società in dominanti e dominati, padroni e servi, senza un ceto intermedio.
 
(tratto da: clicca qui)

1700 – CRIMINALITA’ A VENEZIA


La tradizione ci ha tramadato una Venezia settecentesca sinistra e piena di delitti ma è falso.
La criminalità a Venezia era la più bassa nella penisola italica, in media non si lamentavano più di quattro omicidi l’anno.
Il vero problema era il gioco.
Di bische e casinò ce ne erano ovunque.
Il più famoso era il Ridotto che nel 1774 venne soppresso dal governo. Il motivo di questa decisione era semplice: fino ad allora il Ridotto era la più ricca fonte di introiti, ma alla fine ci si rese conto che inghiottendo i patrimoni della nobiltà inevitabilmente questa si indeboliva.
Questa soppressione si rivelò però disastrosa perché come scrisse il solito Goudar “I vizi sono assolutamente necessari alla vita dello Stato”.
I rimedi furono subito trovati e tutto si trasformò in Ridotto: i salotti, i caffè, le case delle cortigiane.
Scrive Ballarino: “ Vi si vedono mescolati dame delle maggiori famiglie e miserabili d’infima estrazione.
Il procuratore Morosini e molti altri nobili signori vi si affiancano a una turba infame.
In ogni angolo si gioca al panfilo.
Qualche donna rimasta a corto di denaro, per potere continuare a giocare e a divertirsi, si presta apertamente al piacere di chi la vuole.”
Ed un gioco era diventato anche l’amore, o meglio il sesso.
Ne erano contaminati anche i conventi.
Secondo un libello del tempo, le suore ricevevano in parlatorio i loro spasimanti; a Carnevale uscivano mascherate e scollate servendosi delle giovani converse come mezzane delle loro tresche.
Il De Brosses racconta che nel 1737 scoppiò una rissa fra tre monasteri che si contendevano l’onore di fornire un’amante al nuovo Nunzio Pontificio.
Le cortigiane arrivarono a lamentarsi della concorrenza.
“Venezia non ha bordelli…lo è” scriveva un visitatore francese.

1700 – LA DIVISA DELLA MILIZIA DEI SETTECOMUNI

IL COLORE DI FONDO, basato sul rosso e sul verde, era comune pure alle craine oltremarine. Tali colori quindi distinguevano le milizie territoriali autoctone, di leva,dall’esercito professionale. Solo alla fine del ‘700, le leve territoriali della pian1970927_10206078082941777_939342171691062125_nura, assunsero l’uniforme dell’esercito professionale, tranne le leve destinate al servizio locale, che per antichi accordi e privilegi concessi, non potevano esser spostate in altri luoghi.
Le rielaborazioni sono sulla base di modelli e disegni vari di altre uniformi ritoccate,
della milizia dei 7 comuni e sulla loro divisa.
Lo storico Bonato nei suoi manoscritti descrive i gradi e al divisa delle nostre Milizie di un tempo:
I gradi della Milizia erano i seguenti:
1° Capitano 2° Capo di Cento 3° Alfiere 4° Caporale 5° soldato gregario.
Il Capitano, il Capo di Cento, l’Alfiere avevano la stessa divisa in quanto alla forma e ai colori; solo differiva nella qualità del panni e dei bordi.
Capitano – velada verde con bottoniera al petto di rame dorato; era fatta a due ale con fodera rossa rovesciata sulle loro estremità. Cappello a due punte con coccarda Veneta o imperiale, con due cordoni inanellati d’argento e una fettuccia di seta nera svola10959898_10206078085701846_1498294662016095699_nzzante. Ai reni una cintura di cuoio verniciato con fermaglio davanti, portante il leone veneto o l’aquila imperiale. Spadino a due cinture con elsa figurata, dorata. Calzoni rossi assetati, e sormontati da lucido stivale; questi era fatto a pieghe d apoter tirar su fino al ginocchio o lasciar giù a mezza gamba.
Il capitano andava a cavallo quarnito di qualdrappa di pecora nera rutta orlata di scarlatto, con due pistole agli arcioni.
L’ultimo capitano di cui si abbia memoria è GioBatta Bonomo della famiglia di Vicenza.
Capo di Cento – Calzoni rossi sormontati da stivale a pieghe; velada verde con fodera rossa rovesciata alla estremità delle ale; cintura con squadrone ricurvo; un pennacchi rosso verde al cappello; bordo al collare della velada più ristretto; alamari più ristretti in confronto al capitano. gli alamari del capitano e del capo di cento erano di panno dorato e portavano gli spallerini.
ALFIERE montura verde rossa; cappello con pennacchio, ma senza bordo; stivali come sopra; cintura con squadrone e bandiera; questo consisteva in un drappo di seta bianca con sopra da una parte un Leone alato, dall’altra il gruppo delle sette Teste.
CAPORALE E VICE CAPORALE si distinguevano da un gherone di seta gialla lavorata al braccio; schioppo in spalla con le munizioni nel batticulatte.
SOLDATO Velada verde, ossia batticulatte con le punte rivoltate; gilé di scarlatto con bottoni a specchio; cappello di lana con l’ala destra rivoltata in su, a cui si annetteva la coccarda, o un ramoscello d’abete. Calzoni corti con legacci rossi per le calze, scarpe di cuoio. Sotto le ali della velada portava le pistole.
Tratto da www.raixevenete.com

1688-1782 – ANTONIO VISENTINI

Docente all'Accademia di Belle Arti, è noto come illustratore di libri ed incisore, soprattutto per le famose vedute tratte da quadri del Canaletto con la quale si diffuse un'immagine della città lagunare e del suo isolario.
Condusse importanti studi sulla Basilica di San Marco, pubblicati nel 1726 con il titolo “Iconografia della Ducal Basilica dell'Evangelista Marco”.
Di sua invenzione anche le finissime vignette per i venti volumi “Della Istoria d'Italia” di Francesco Guicciardini pubblicati nel 1738-1739.
 

1647 – TOMMASO MOROSINI


Come quello di Biagio Zulian molti furono gli atti eroici verificatisi durante la lunga guerra per la difesa di Candia -Creta da parte dei Veneziani, isola strategica che era sotto il loro controllo da più di 5 secoli. 
Venezia sapeva che la perdita di quell’ isola sarebbe stato un colpo grave per la propria storia, per il suo prestigio e da ultimo per tutta l’Europa cristiana.
Per questo l’assedio turco e la strenua difesa veneziana durarono ben 25 anni suscitando lo stupore e l’ammirazione dell’ intera Europa.
Le azioni di guerra oltreché nell’ isola erano condotte dalla flotta veneziana in tutto il Mediterraneo orientale e persino nell’ Adriatico.
Durante questi scontri nelle acque di Negroponte perì il comandante Tomaso Morosini che aveva attaccato temerariamente con poche navi una flotta di 45 navi nemiche, poi a loro volta battute da altre navi veneziane accorse in aiuto.
In Dalmazia i Veneziani assediarono e conquistarono la città fortezza di Chissa a sud-est di Spalato già veneziana divenuta avamposto turco.
 

1645 – VENEZIA E LA DIFESA DI CANDIA


L'assedio dell'isola di Candia della metà del Seicento fu forse l'ultimo episodio in cui i Veneziani si impegnarono militarmente a fondo a difesa del loro impero contro i Turchi.
Non si trattò di un episodio marginale, ma di una guerra che impegnò le risorse del Paese per un'intera generazione.
Dopo, la potenza militare di Venezia decade inesorabilmente.
"Nella guerra di Creta Venezia vinse la maggior parte delle battaglie marittime, ma non riuscì a impedire che i Turchi si impadronissero dell'isola.
Gli strateghi veneziani si erano resi conto da un pezzo che Creta non poteva essere difesa dalle basi locali.
Bisognava far leva sulla potenza marittima per intercettare l'invasore o per distruggerne le linee di comunicazione.
Quando fu chiaro che l'obbiettivo turco era Creta e non Malta, i Veneziani mobilitarono rapidamente una flotta formidabile, a cui si aggiunsero navi di Malta, degli Stati pontifici, di Napoli e della Toscana; ognuno di questi Stati mandò saltuariamente contingenti di cinque o sei galere.
Tutti i crociati o i corsari cristiani si sentirono minacciati dall'attacco turco a Creta, e le squadre che essi erano soliti allestire per incrociare nel Levante operarono durante la guerra in congiunzione con la flotta militare veneziana; almeno i contingenti pontificio e maltese vennero quasi ogni estate.
Ma questi contributi, se rafforzarono gli effettivi, crearono complicazioni nel comando e ne indebolirono l'efficienza.
Nel 1645 l'ammiraglio pontificio chiese e ottenne la carica di comandante supremo; ma chiunque fosse il capo, ogni decisione era sottoposta a consigli di guerra che davano luogo ad aspri contrasti. IL MONDO CRISTIANO NEL 600
Le forze cristiane adunate nel 1645 raggiungevano un totale di 60-70 galere, 4 galeazze e circa 36 galeoni, un insieme certamente in grado di tener testa alla flotta d'invasione turca.
(A DESTRA IL MONDO CRISTIANO NEL 600)
Ma la disparità di pareri, le condizioni meteorologiche poco propizie e l'irresolutezza nell'azione impedirono di sferrare un colpo decisivo contro gli invasori in quell'anno come nel successivo, quando il comando supremo era in mano a un Veneziano.
I Turchi ricevettero rinforzi e presto attaccarono la capitale dell'isola, Candia.
Nei ventiquattro anni di guerra che seguirono, la guida e il morale della marina veneziana migliorarono in modo nettissimo.
Sul mare i Veneziani furono generalmente all'offensiva, cercando battaglia senza esitazione anche in condizioni decisamente sfavorevoli e ottenendo parecchie vittorie clamorose: nell'Egeo centrale nel 1651, e nei Dardanelli nel 1655 e 1656.
Questa seconda battaglia dei Dardanelli è definita dallo Hammer, storico dell'Impero ottomano, «la più dura sconfitta subita dai Turchi dopo Lepanto».
Venezia aveva un sufficiente dominio dei mari per ottenere quasi ogni anno tributi e reclute da molte isole dell'Egeo; ma non poté impedire che i Turchi facessero affluire rifornimenti all'esercito di Creta.
I Turchi generalmente evitavano le battaglie navali, tranne quando erano necessarie per far passare questi rifornimenti.
Negli anni 1650 i Veneziani si concentrarono sul blocco dei Dardanelli, e inflissero gravi danni alle flotte turche che cercavano di aprirsi una via di uscita; ma i prevalenti venti del nord e la forte corrente che veniva dal Mar Nero impedivano un blocco permanente, e d'altra parte i Turchi organizzarono convogli di rinforzi anche da Chio, Rodi, Alessandria e Monemvasia (Malvasia).
Nel 1666 un grosso sforzo veneziano per conquistare la base turca di Canea non ebbe successo, e l'anno successivo l'arrivo di ingenti rinforzi al comando del Gran visir suggellò la sorte di Candia.
La strenua difesa ventennale della fortezza di Candia suscitava ormai l'ammirazione di tutta Europa, come una storia romantica di assalti e sortite, mine e contromine, rivellini perduti e riconquistati.
«Mai una fortezza, nell'Impero ottomano o altrove, era stata oggetto di tanti combattimenti, ed era costata tanto sangue e tanto denaro» (Hammer).
Offrire il proprio contributo alla causa della cristianità diventò un gesto di moda.
Dopo la fine della lunga guerra tra Spagna e Francia (1659) gli Stati cristiani dettero maggiore ascolto agli appelli papali per l'invio di uomini e denaro in aiuto a Venezia.
I giovani nobili partivano per dar prova del loro coraggio; molti si arruolavano individualmente sotto la bandiera veneziana, altri venivano in compagnie mandate dai loro governi, specialmente compagnie francesi, che si batterono valorosamente unite alle schiere pontificie per non interferire con la tradizionale alleanza del re di Francia con il Turco.
Dopo una sortita particolarmente ardimentosa e rovinosa del contingente francese, che allora rientrò subito in patria, il Capitano generale veneziano Francesco Morosini concluse nel Köprülü Fazıl Ahmet Pascha - Gran Visir dell'Impero Ottomano1669 un accordo per la resa di Candia, che consentiva ai Veneziani di ritirarsi con l'onore delle armi e di mantenere a Creta piccole basi di vitale importanza navale, e inoltre conservava a Venezia due isole dell'Egeo (Tine e Cerigo) e il territorio conquistato in Dalmazia.
(a destra ritratto di Köprülü Fazıl Ahmet Pascha che fu anche Gran Visir dell'Impero Ottomano)
Sebbene molto criticato dapprima per aver accettato come inevitabile la perdita di Candia, Francesco Morosini fu rieletto Capitano generale quindici anni più tardi, quando Venezia si preparava alla riscossa.
Nel 1683 Austriaci e Polacchi avevano respinto i Turchi dalle mura di Vienna.
Insieme al pontefice, essi invitarono allora Venezia a unirsi a loro per stroncare il nemico comune.
A Venezia il partito favorevole alla guerra sostenne che se l'invito non veniva accolto, la Serenissima non avrebbe trovato alleati se il Turco tornava ad attaccarla.
Più tardi alla coalizione antiturca si aggiunse la Russia, che si batteva per avere accesso al Mar Nero, e tredici maestri carpentieri dell'Arsenale veneziano furono inviati in quel Paese per aiutarlo a costruire una flotta di galere.
I Turchi, indeboliti, cedettero terreno.
In quattro anni Francesco Morosini riconquistò tutto ciò che Venezia aveva perduto nello Ionio e in Morea, e anche qualcosa di più.
Nel settembre 1687 era all'attacco di Atene; uno dei suoi cannonieri infilò un proiettile nel tetto del IL PARTENONE AD ATENEPartenone, facendo esplodere le munizioni che i Turchi avevano ammassato nel tempio.
La parziale distruzione della meraviglia dell'arte attica, rimasta in piedi per più di duemila anni, non contribuì molto al successo della campagna.
Dopo un tentativo contro Negroponte e un'epidemia scoppiata nella flotta, il Morosini decise di ritirarsi in Morea, la cui conquista nel frattempo gli aveva guadagnato tanta popolarità da farlo eleggere doge.
Alla sua morte (1693) egli riuniva nelle sue mani il dogato e la rinnovata carica di Capitano generale.
Nessuno dei successori di Francesco Morosini aggiunse nulla alle sue conquiste, anche se nei cinque o sei anni successivi molte grosse flotte furono inviate nell'Egeo.
Quando gli alleati di Venezia misero fine alla guerra con il trattato di Karlowitz (1699), Venezia conservò ciò che il Morosini le aveva conquistato. FRANCESCO MOROSINI
Seguì per la Serenissima un quindicennio di pace, mentre il resto dell'Europa occidentale combatteva un'aspra guerra per la successione spagnola, guerra che lasciò l'Austria in posizione di predominio in Italia ma troppo esaurita, pensavano i Turchi, per sfidarli di nuovo: tanto più che nel frattempo essi si erano rafforzati con una vittoria sulla Russia nel Mar Nero.
(A SINISTRA FRANCESCO MOROSINI)
Confidando di cogliere Venezia priva di alleati, i Turchi nel 1714 intrapresero la riconquista della Morea e in breve tempo la portarono a termine.
Nessuno dei comandanti delle fortezze veneziane della regione oppose molta resistenza prima di arrendersi, e la flotta della Serenissima si ritirò di fronte a una flotta turca due volte più numerosa.
Quando però i Turchi procedettero ad attaccare Corfu la resistenza veneziana si irrigidì.
Altre flotte cristiane, in particolare contingenti portoghesi e pontifici, vennero in suo aiuto, e l'imperatore d'Austria intervenne nel conflitto.
Una vittoria austriaca in Ungheria (1716) contribuì a salvare Corfù.
I Veneziani ripresero l'offensiva per mare, e si sentirono traditi quando gli Austriaci li costrinsero a fare la pace, accettando la perdita della Morea e rinunciando a incorporare nella Dalmazia veneziana la base corsara di Dulcigno (Ulciny).
In queste ultime guerre turche le operazioni navali ebbero di rado effetti decisivi, ma quanto a proporzioni furono tutt'altro che trascurabili.
Nella seconda guerra di Morea, per esempio, mentre le galere e le truppe terrestri attaccavano Dulcigno, i velieri veneziani erano stazionati al largo della punta meridionale della Grecia, per tenere a bada la flotta turca.
Nell'adempiere a questa missione, la flotta veneziana subì gravi perdite nella battaglia di Capo Matapan (1718).
Le flotte impegnate in quello scontro furono molto maggiori di quelle coinvolte, alla fine del secolo, nella famosa vittoria di Nelson sui Francesi nella baia di Abukir, come appare dal raffronto seguente:
Matapan: Veneziani, 26 navi, 1800 cannoni, perdite 1824 uomini; Turchi, 36 navi, 2000 cannoni; le perdite non si conoscono con precisione, ma il fatto che i Turchi evitassero di rinnovare lo scontro fa pensare che esse furono almeno pari a quelle dei Veneziani.
Abukir: Inglesi, 14 navi, 1212 cannoni, perdite 895 uomini; Francesi, 14 navi, 1206 cannoni, perdite stimate 3000 uomini.
È vero bensì che prima di Abukir si combatterono sugli oceani battaglie di maggiori proporzioni: nel 1690 i Francesi concentrarono 75 navi per battere gli Inglesi a Beachy Head, e gli Inglesi ne usarono all'incirca altrettante l'anno dopo per riconquistare il controllo del mare"
(F.C.. Lane, Storia di Venezia, Einaudi, Torino 1978)

1645 – BIAGIO ZULIAN

Nel 1645 Venezia si trovava nuovamente ad affrontare da sola l’avanzata turca nel Mediterraneo orientale che investiva ora l’isola di Creta (Candia).
L’ insufficiente organizzazioni per il rifornimento e la difesa dell’ isola, permise ai turchi la conquista dell’isola fortezza di San Teodoro, caposaldo strategico.
Non potendo resistere alle forze nemiche superiori sia di numero che in potenza di fuoco, il comandante veneziano del forte il capodistriano Biagio Zulian in un estremo atto di sacrificio, portò con sé nei sotterranei dove erano custodite le munizioni la moglie ed i figli ed appiccò il fuoco alle polveri trasformando il forte in una gigantesca bomba che travolse i suoi pochi uomini rimasti ed i nemici già penetrati nel forte.
 

1624-1657 – LAZZARO MOCENIGO

Lazzaro Mocenigo (Venezia, 1624 – stretto dei Dardanelli, 17 luglio 1657) è stato un ammiraglio della Repubblica di Venezia.
Lo scoppio della guerra contro i turchi, nel 1645, gli permise di far carriera e già nel 1654, durante la prima spedizione veneziana dei Dardanelli, comandava una galeazza, potente unità militare.
Morto l'ammiraglio e richiamato in patria il suo vice egli si trovò al comando dell'intera flotta (pur ufficialmente sotto il comando del provveditore Francesco Morosini, impegnato nella difesa della fortezza di Candia a Creta) ed il 21 giugno 1655 impegnò a battaglia i turchi, durante la seconda spedizione veneziana dei Dardanelli, sconfiggendoli, ma rimettendoci un occhio.
L'arrivo dell'esperto Lorenzo Marcello, più anziano ed esperto, lo fece “retrocedere”. Un'altra battaglia vittoriosa avvenne il 26 giugno 1656 in cui l’ammiraglio Marcello perse la vita ed egli ritornò a fungere da ammiraglio a pieno titolo.
Deciso a penetrare attraverso lo stretto dei Dardanelli ed ad bombardare Istanbul per costringere i turchi alla pace, Mocenigo allestì una potente flotta e si diresse verso il territorio nemico durante il 1657 (terza spedizione veneziana dei Dardanelli).
Una prima battaglia, presso Scio, gli permise di esser elevato alla dignità di procuratore per meriti di guerra.
Penetrato nello stretto e messo in difficoltà dalle avverse condizioni temporali, il 16 luglio 1657 venne nuovamente a battaglia con il nemico sconfiggendolo.
Pur non potendo sfruttare il successo per motivi sempre di carattere atmosferico, il 17 luglio, nel pomeriggio, si diresse verso la capitale turca con l'intento di colpire il potente nemico al cuore e salvare Candia (Iraklion) assediata.
Mentre stava per realizzare l'impresa un colpo di cannone di una batteria costiera turca fece cadere una velatura che lo colpì uccidendolo.
Poco dopo la nave, colpita alla polveriera, esplose, impedendo il prosieguo della missione.
Venezia, sfibrata da tante perdite, rinunciò a proseguire con le spedizioni.
Fu uno dei pochi ufficiali veneziani di marina ad aver partecipato, pur con gradi diversi, a tutte e tre le spedizioni.
Tratto da: clicca qui
 

1619-1694 – FRANCESCO MOROSINI – DOGE

Nato nel 1619, discendente da antica e nobile famiglia veneta, entrò giovanissimo nel servizio militare e rimase imbarcato per più di vent’anni, durante i quali partecipò, segnalandosi per il valore, a tutte le operazioni belliche della Serenissima.
Fu dapprima, per tre anni, “Nobile di Galea” e operò lungo le coste albanesi contro i pirati che infestavano l’Adriatico; nel 1639, poco più che ventenne, fu promosso “Sopracomito” (comandante di galea).
FRANCESCO MOROSINIDurante la guerra di Candia (1646) divenne “Governatore” (comandante) di una galeazza, quindi fu “Capitano del Golfo”.
Nel 1652 fu nominato “Provveditore dell’Armata Veneta” e nel 1656 “Procuratore Generale di Candia”.
Quarantenne, ebbe il Comando in Capo della Flotta con la nomina a “Capitano Generale”; con le poche navi a disposizione riuscì a distruggere alcune fortezze dei minacciosi Turchi.
Nel 1687 l’Armata Veneta espugnò il Pireo e conquistò Atene, il cui simbolo architettonico, il Partenone, era stato distrutto dalle cannonate dell’alleato conte svedese di Koenigsmark.
Di questa operazione, comunque, il Morosini si assunse, in qualità di comandante della flotta, la piena responsabilità.
La vittoria gli fruttò il titolo di “Peleponnesiaco” ed il Senato di Venezia gli riconobbe i grandi meriti di patriota con una targa posta nella sala dei Dieci, ancor prima che fosse eletto doge.
Il 3 aprile 1688, in seguito alla morte del doge, Francesco Morosini fu eletto suo successore con un unico scrutinio.
Il sigillo ed il corno ducale gli furono consegnati a Egina dove il neo doge si trovava per operazioni militari.
Tutto ciò costituì un fatto  eccezionale nella storia della Serenissima, giacché non era mai accaduto che un capo della flotta impegnata in guerra fosse eletto Doge e mantenesse, su ordine del Senato, il comando.
Nel 1689 il Morosini, colpito da una malattia in età ormai avanzata, chiese ed ottenne di lasciare il Comando Supremo e tornò a Venezia con onori trionfali.
Dal suo ritiro di Marocco, dove aveva stabilito la propria dimora, pur governando la città, lo tolse nel 1693 la necessità di recuperare alla Serenissima alcune fortezze passate ai Turchi.
Portata a termine con successo anche questa impresa, riacutizzatasi la malattia, presago dell’imminente fine inviò al Senato e al Popolo veneto il seguente messaggio: “Ci dispiace di non aver potuto fare di più nel servizio alla patria e quanto di più essa meritasse”.
Morì  a  Nauplia il 6 gennaio 1694, dove furono sepolti il suo cuore e le viscere; il corpo fu traslato a Venezia e tumulato nella chiesa di Santo Stefano.
(tratto da: clicca qui)
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1600 – VENEZIA TRA FASTI E FESTE


Il controllo politico a Venezia, aveva provocato un allentamento in fatto di costumi, una reazione più che normale nei regimi polizieschi: i piaceri e i divertimenti compensano l’oppressione e aiutano a sopportarla.
“Tutto in questa città è spettacolo, divertimento e voluttà” scriveva Goudar.
Il calendario veneziano era pieno di ricorrenze.
Si iniziava a Capodanno, quando il Doge si recava in San Marco ad adorare il Santissimo.
Il 3 gennaio c’era una gran parata nella piazza, con il Doge che incedeva in paramenti di seta e di velluto protetto da un parasole, preceduto dai trombettieri e seguito dal clero e dalla nobiltà in alta uniforme.
Le apparizioni del Doge si ripetevano per L’Epifania, per San Pietro Orsoleo, per la traslazione di San Marco, per l’Annunciazione.
Ma lo spettacolo più atteso era quello per lo Sposalizio del mare, che si celebrava il giorno della Sensa; stivata sulle gondole, tutta la città seguiva il leggendario Bucintoro con cui il doge attraversava la laguna.
Giunto all’imboccatura del porto di S. Niccolò di Lido, il Doge versava in mare un secchio d’acqua benedetta dal Patriarca e pronunciava una frase di rito: “ Sposiamo te, mare nostro, in segno di vero e perpetuo dominio.”
“In tutti i Paesi d’Europa la follia del Carnevale dura pochi giorni; qui se ne gode le stravaganze sei mesi all’anno” scriveva sempre Goudar.
Il Carnevale iniziava la prima domenica di ottobre.
Prendeva una pausa per cedere il passo alle festività natalizie e riprendeva fino alla Quaresima.
Dopo questa pausa i veneziani tornavano a divertirsi per la Fiera.
Tutti questi divertimenti e spettacoli erano necessari soprattutto per i nobili.
Il patriziato, infatti, non poteva frequentare locali pubblici, né mostrarsi con donne. Le dame non potevano andare in giro senza essere accompagnate da un valletto o dal cicisbeo di turno.
Il Carnevale liberava tutti da questi obblighi.
Con il tabarro, una cappa nera lunga fino ai piedi, e con la bautta, un fitto velo applicato sotto il tricorno che ricadeva sul viso coprendolo, ceti e sessi erano alla pari ed era regola che nessuno riconoscesse nessuno.
L’anonimato si prestava ad ogni tipo di tresca e di licenza.
Nei palazzi patrizi non poteva essere impedito l’accesso a chi si presentava mascherato e i plebei naturalmente ne approfittavano.
Sotto il velo della bautta, le monache potevano uscire dal chiostro e le dame entare nelle taverne.
“Si vedono donne di ogni ceto e condizione, sposate, nubili e vedove, frammischiarsi alle cortigiane, poiché la maschera rende tutti uguali, e non si danno impudicizie alle quali esse non si abbandonino con chi le desideri, giovani o vecchi” scriveva Pietro Giannone.
In questa promiscuita passavano saltellando i personaggi della “commedia dell’arte”: Mattaccino, Brighella, il dottor Balanzone, il Magnifico, Arlecchino.
E ognuno poteva essere ciò che voleva.
Un riflesso di questi costumi lo si coglie anche nella pittura.
I pittori più rappresentativi furono Canaletto, Guardi, Longhi ma soprattutto Tiepolo che fu proprio l’emblema di questa Venezia gaudente trasmettendo alle sue opere una grande sensualità.
Venezia era diventata la Mecca della pittura.
Il governo aveva accordato a quest’arte una particolare protezione.
Aveva capito l’importanza del patrimonio artistico e fin dal XVII secolo lo aveva nazionalizzato vietando ai privati la vendita all’estero.
Nel Settecento questa proibizione divenne legge e così il patrimonio artistico veneziano fu salvo.
Un’altra arte molto incoraggiata era la musica all’inizio considerata come una specie di servizio di beneficenza.
I quattro grandi conservatori nacquero infatti alle dipendenze dei quattro grandi ospedali della città.
I musicisti e i cantanti che ottenevano un diploma dai conservatori veneziani venivano subito scritturati a scatola chiusa dai teatri francesi, inglesi e tedeschi.
A Venezia venivano a farsi consacrare grandi maestri, come Tartini, Porpora, Scarlatti.
La musica era diventata per la città una vera e propria passione; si suonava e si cantava ovunque.
Forse gli unici luoghi in cui suonare e cantare non si sentiva erano paradossalmente i teatri a causa del baccano che facevano gli spettatori.
La moglie di un ambasciatore veneziano a Parigi scriveva ad un’amica: “I teatri di qui sono molto differenti dai nostri.
Figuratevi che ci si va per stare zitti e ascoltare.”