STORIA VENETA

0059 A.C. – 0017 D.C. – TITO LIVIO


Della sua biografia si sa poco.
Secondo San Girolamo nacque a Padova nel 59 a.C..
Quintiliano ci ha tramandato la notizia che Asinio Pollione rilevava in Livio una certa Patavinitas (padovanità o peculiarità padovana): che indica o come patina linguistica rivelatrice della sua origine provinciale o piuttosto l'accentuato moralismo, tipico delle tendenze conservatrici della sua patria.
Morì nel 17 d.C., mentre lo storico Ronald Syme anticipa le date di nascita e di morte di 5 anni; Girolamo infatti collega la nascita di Livio a quella di Messalla Corvino, nato prima del 59.
Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli dei due anni, Cesare e Figulo nel 64 e Cesare e Bibulo nel 59.
Le fonti del luogo di nascita sono Marziale e Quintiliano. File:Titus Livius.jpg
Della famiglia di origine si hanno poche notizie benché probabilmente, a giudicare dall'ottima formazione culturale dello storico, era di condizioni agiate.
Uno degli avvenimenti più importanti della sua vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi; fu qui che entrò in stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito (che a sua volta riporta un discorso dello storico Cremuzio Cordo) lo chiamava "pompeiano" per il suo filo-repubblicanesimo; questo fatto non nocque comunque alla loro amicizia, tanto che gli venne affidata dall'imperatore l'educazione del nipote e futuro imperatore Claudio.
Si dedicò quindi alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo imperatore e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo tempo.
Fu anche autore di numerosi scritti di carattere filosofico e retorico andati perduti. Morì a Padova nel 17 d.C., secondo Girolamo, o nel 12 d.C.,secondo Syme.
 
 
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0697 – IL PRIMO DOGE – PAOLUCCIO ANAFESTO

Fra storia e leggenda il primo doge

La storia dei Veneti risale alle grandi migrazioni dall'oriente all'occidente (ceppo caucasico), che interessarono i due millenni prima di Cristo.
Este raccoglie quanto basta per uno studio approfondito su questa colonizzazione che diede origine alla civiltà atestina.
Si sa che i Romani impararono dai Veneti a cavalcare e a possedere cavalli addomesticati e che nella battaglia di Canne, contro Annibale, morirono circa ventimila Veneti, alleati dei Romani.
La loro terra, inquadrata fra Alpi, Adige, Po, Adriatico venne chiamata X Regio da Roma, senza resoconti di guerre di conquista.
La crisi dell'Impero romano d'occidente mise a tacere anche le cronistorie che resero leggibili le antiche civiltà storiche e le nuove cronache sono posteriori agli avvenimenti di qualche secolo, sicché non sono esenti da leggende fra righe scavate dagli autori su atti giuridici e notarili ed editti Bizantini e Longobardi.
La storia della Serenissima, o meglio dei Serenissimi, è descritta nascere quasi da una liturgia celebrata ad Eraclea nel 697, presieduta da patriarca di Grado Cristoforo, alla presenza del popolo e delle 12 famiglie (apostoliche = dodici come gli apostoli): Badoer, Barozzi, Contarini, Dandolo, Falier, Gradenigo, Memmo, Michiel, Morosini, Polani, Sanudo, Tiepolo oltre alle 4 famiglie (evangeliste = quattro come gli evangelisti): Giustinian, Corner, Bragadin, Bembo, liturgia nella quale, strettissimamente legato a San Marco, fu nominato dux – doxe – doge PAOLUCCIO ANAFESTO
A Paoluccio si dovrebbe come da “uomo espertissimo e illustre” la delimitazione dei confini di Eraclea (pattuendo con il re longobardo Liutprando), sede della sua carica.
Fu ucciso durante una rivolta dei nobili di Malamocco ed Equilio, nel 717, ad Eraclea.
C'è chi ne contesta l'esistenza storica perché il suo nome sarebbe passato alla storia tratto da una lapide, priva della sua parte centrale, che avrebbe dovuto ricordare l'esarca di Ravenna PAULUS DOGE - 1 - PAOLUCCIO ANEFESTOPATRICIUS in questo modo: PAUL……….ICIUS = PAULICIUS.
L'esarca venne ucciso nel 727 durante la guerra iconoclastica.
DUNQUE:
Possiamo dire che ai tempi dell'imperatore d'oriente Anastasio e del re dei Longobardi Liutprando, quando la nobiltà veneta aveva progressivamente trasferito sulle isole la propria sede e i propri beni mobili onde evitare i violenti e ciclici passaggi di orde e di eserciti sulle proprietà immobili della terraferma, si offrì da parte dell'Impero d'oriente ad un funzionario veneto un potere straordinario, con privilegi ed autonomia particolari al fine di mediare fra Impero e Longobardi.
E la storia, la nostra, così segna il suo inizio.
 
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0717-0726 – IL SECONDO DOGE – MARCELLO TEGALIANO

Di questo doge (forse il nome doge nacque in seguito con Orso) poco si sa.
Probabilmente è uno stretto collaboratore di Paoluccio, o è lo stesso nella leggenda delle origini.
La Chronica di Dandolo lo definisce “uomo abbastanza utile”.
Nella contesa sul culto delle immagini tra i patriarchi di Eraclea e di Grado parteggiò per il patriarca di Grado che ebbe l'approvazione di papa Gregorio II.
Morì ad Eraclea nel 726.
 

 

 

 

 
 
 
 
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0727-0737 – IL TERZO DOGE – ORSO IPATO

Orso Ipato è proclamato per acclamazione terzo Doge ad Eraclea, dove viene sepolto il Doge precedente dopo un decennio di pacifico governo.
Orso è il condottiero che per primo fa dei Veneti una forza militare.
Lo stesso anno l’Imperatore Leone l’Isaurico notifica al Pontefice Gregorio II l’abolizione del culto delle immagini.
L’ordine di distruggere tutte le figure sacre provoca l’opposizione netta del Papa, sicché Esilarato, Duca bizantino di Roma, e l’Esarca Paolo si organizzano per ucciderlo.
Così ne parla il Liber Pontificalis: «Il Pontefice, dunque, rigettando l’empio ordine del principe, si armò contro l’Imperatore come contro un nemico, opponendosi alla sua eresia e scrivendo in ogni direzione che i Cristiani si guardassero dal permettere il sacrilegio.
Allora tutti gli abitanti della Pentapoli furono mossi alla sollevazione e, inoltre, gli eserciti delle Venetiae fecero resistenza contro gli ordini dell’Imperatore, che mai si sarebbero rassegnati alla morte dello stesso Papa, ma piuttosto avrebbero combattuto in sua difesa, così come avrebbero sottomesso alla scomunica l’Esarca Paolo o chi lo avesse comandato e chi si fosse alleato con lui; sprezzando l’autorità dell’Esarca, ovunque nella penisola tutti elessero duchi creandoli di propria autorità; inoltre avrebbero sostenuto uniti il Pontefice e la sua immunità.
Invero, saputo delle cattive intenzioni dell’Imperatore, tutta l’Italia adottò la risoluzione che avrebbero eletto da sé un nuovo Imperatore e assunto il governo di Costantinopoli; ma il Papa raffrenò questa decisione, auspicando il ravvedimento del principe».
I fatti precipitano e contro le sconvolgenti nuove disposizioni in materia religiosa si sollevano le genti dell’Esarcato, della Pentapoli e dei ducati bizantini nella penisola.
Ad essi si unisce il forte exercitus Venetiarum, per la prima volta menzionato anche da Paolo Diacono.
Liutprando re dei Longobardi approfitta del collasso bizantino e prende Bologna, i castelli dell’Emilia, Ravenna e tutte le Marche.
L’Esarca Paolo fugge ad Eraclea: la Venetia era indipendente, non si era ribellata all’Impero, ma aveva solo schierato l’esercito a difesa del Papa.
Nel 737 si combatte la battaglia dell’Arco tra Equiliani ed Eracleesi.
Sul canale dell’Arco il Doge Orso capeggia questi ultimi, ma dopo l’inutile carneficina gli stessi Eracleesi lo trucidano e mandano in esilio suo figlio Teodato.
Dopo la morte violenta di Orso, il popolo è contrariato dalla faziosità dimostrata da colui che avrebbe dovuto garantire l’unità politica del Dogado.
Nelle Venetiae si decide così di cambiare sistema stabilendo l’interregno dei 5 Magistri militum Domenico Leone, Felice Cornicola, Teodato Ipato, Giuliano Cepario, Giovanni Fabriciaco.
 
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0742-0756 – IL QUARTO DOGE – DIODATO TEODATO IPATO

Dopo il giallo di Orso sembra quasi che il potere imperiale voglia cancellare definitivamente il cammino dell'autonomia veneta.
Si alternano, anziché dei dogi, i magister militum dai quali stava nascendo il dogato.
L'ultimo di questi, un tale Giovanni, soprannominato Fabriciano per le sue insistenti febbricole, fu, come altri che vedremo, abbacinato (accecato tenendo aperte le palpebre fino alla distruzione della retina) e scacciato.
E si instaura il sistema dogale che non verrà più abbandonato fino al 1797.
Non più a Eraclea ma nell'isola di Malamocco, dove venne eletto Diodato o Teodato che si voglia, ben visto dai bizantini che lo nominano Ipato.
Di fatto siamo ancora nel bel mezzo di due volontà: il popolo che acclama, l'imperatore che benedice “il funzionario”.
Ben presto, mentre sulla terraferma il longobardo Astolfo realizza i suoi piani, mentre i Franchi si affacciano sul boccone longobardo, Teodato cade dall'asse di equilibrio non intervenendo contro Astolfo col quale aveva rinnovato il trattato fatto con Liutprando da Paoluccio e un certo Galla, interprete del risentimento bizantino lo fa deporre e abbacinare nel 756.
 
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0756-0757 – IL QUINTO DOGE – LUPANIO GALLA

Questo Doge (756-757), il quinto, durò veramente molto poco. 
Galla depose Teodato all'avvento dei Franchi, di cui era un fedelissimo, e dopo averlo fatto abbacinare ed esiliare, si era imposto alla volontà dei veneziani con un'elezione pilotata, ma in poco tempo Desiderio, ultimo re longobardo, riprese il sopravvento e quindi Galla fu abbacinato ed inviato in esilio.
Alcuni cronisti gli assegnarono il nome di Lupanio, altri quello di Gaulo e secondo la tradizione dovrebbe essere il capostipite della famiglia Barozzi.
 
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0757-0764 – IL SESTO DOGE – DOMENICO MONEGARIO

Era di Malamocco.
Da questo momento in poi il doge, che da sempre si circondava di vescovi e abati, fu affiancato da due tribuni, eletti annualmente; essi avevano lo scopo di aiutarlo nelle sue funzioni, ma in effetti cominciavano a limitarne i poteri.
L’aristocrazia veneziana aveva già cominciato a sentire il bisogno di affiancare al doge qualcuno che ne limitasse i poteri: in questa nomina c’è l’origine di quello che fu poi il Minor Consiglio.
I due tribuni-consiglieri aiutavano il doge ad amministrare la giustizia civile, ma anche quella criminale e ciò significa, implicitamente, che essi in qualche modo limitavano l’arbitrio del capo del Dogado, tanto è vero che in seguito (1130) si trasformarono in tribuni-consiglieri-controllori.
Per contro s’instaurò la tendenza a rendere ereditario il ducato mediante la nomina da parte del doge di un co-reggente.
Gli storici attuali preferiscono non dare troppo credito alle cronache, che spiegavano le violenze con la contrapposizione tra un partito filo-longobardo e uno filo-bizantino, ovvero tra una fazione di proprietari terrieri, con base a Eracliana, e una di mercanti, radicata a Malamocco.
È probabile che la questione fosse decisamente più complessa: si noti infatti che questa è la fase di transizione tra la decadente amministrazione bizantina, rappresentata dai tribuni, e l'autorità del doge, sempre più accentratrice e indipendente.
Monegario, così com’era accaduto ai suoi due predecessori, fu deposto a furor di popolo e abbacinato perché, sentendosi limitato dai due tribuni, aveva cercato in tutti i modi di ritornare alla primitiva, assoluta gestione del potere.
Sul fronte estero, il Ducato partecipava al clima di incertezza dovuto all'indebolimento dell'autorità bizantina nella penisola italica e nella Cisalpina, dalla quale, almeno formalmente, continuava a dipendere.
 
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0764-0797 – IL SETTIMO DOGE – MAURIZIO GALBAIO

Il settimo Doge veneziano, Maurizio Galbaio, pur venendo da famiglia contadina di Eraclea, diede origine a nobili famiglie quali i Querini, i Calbo ed i Canal.
Eraclea era la roccaforte dei fedelissimi di Bisanzio, mentre a Malamocco si tendeva di più verso i Franchi.
Poiché Maurizio contava molto su Bisanzio, in modo particolare per difendersi dalle mire del Papa sulle terre lagunari, mise da parte ogni tipo di alleanza con i Longobardi, ottenendo il doppio titolo di Ipato e di magister militum.
La reazione di Desiderio re dei Longobardi fu immediata.
Il re longobardo apre le ostilità su tutti i fronti.
Devasta il ducato romano, combatte in Istria contro la flotta bizantina e veneta e vuole ricostituire il regno italico.
Il figlio del Doge, Giovanni, viene fatto prigioniero ed il Papa Adriano si arrocca dentro Roma, minacciando scomuniche e chiedendo a Carlo Magno di punire Desiderio.
Visto che quest'ultimo frena la sua azione e retrocede su Pavia, Carlo Magno non infierisce e propone a Desiderio un pacifico accordo che però non viene accettato.
Quindi nel 774 si assiste all'assedio di Pavia con conseguente resa dei Longobardi. Il Doge riabbraccia il figlio visto l'aiuto dato dai Franchi.
La situazione di confine non muta ed anzi i Franchi sono più pericolosi dei precedenti vicini.
Carlo Magno si fa nominare re dei Franchi e dei Longobardi, nonché esarca, raggruppando così tutte le prerogative proprie di Bisanzio, cingendo la corona ferrea.
Il Papa si lamenta e vuole l'Esarcato, ma in realtà è l'arcivescovo di Ravenna, Leone, che, partiti i Franchi, si impossessa di diverse città dell'Esarcato scacciando i funzionari pontifici.
Ma nel 777 egli muore ed i Franchi ritornano a controllare la regione.
Il Papa Adriano sta sempre a guardare.
Il Doge Maurizio capisce che non può fidarsi di questi vicini e stringe sempre più accordi con Bisanzio.
Il figlio Giovanni viene associato al dogado e Maurizio pensa di poter così rendere ereditario il dogado per la sua famiglia.
Carlo Magno, però, dopo le insistenze del Papa e con la scusa del battesimo del figlio, Pipino, torna nella Cisalpina e nella penisola italica e porta avanti gli accordi per ristabilire l'impero d'Occidente. Scambio di cortesie: il papa ottiene l'Esarcato e Ravenna diventa città pontificia mentre Carlo Magno ha l'autorizzazione di prelevare nella città alcune opere d'arte per portarle ad Aquisgrana.
Momenti tremendi per i Venetici e nel 785 tutti i mercanti veneziani vengono scacciati dal territorio divenuto papale.
Adriano va per la sua strada senza badare al risentimento del Doge e forte del fatto che a Bisanzio è reggente l'imperatrice Irene, favorevole anche alla venerazione delle immagini.
Il Doge Maurizo è isolato ma riesce a morire tranquillo nel suo letto nel 787, assistito dalle figlie, Agata e Suria, oltre che dal figlio Giovanni al quale lascia il dogado.
Insomma, non è un bel periodo ma, come sempre, i Veneziani, pur non avendo in questo momento storico uno Stato molto grande o molto influente sul destino del mondo, continuano a combattere per tenersi la libertà. Loro non vogliono diventare nè servi dei Franchi, nè servi dei Bizantini. Perchè non sono ne Franchi ne Bizantini. Sono Veneti. Purtroppo lo Stato Veneto non è ancora abbastanza forte per essere un entità unica, e quindi per un grosso periodo molti dogi volevano l'alleanza dei Franchi (Filofranchi) o dei Bizantini (Filobizantini).
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0797-0803 – L’OTTAVO DOGE – GIOVANNI GALBAIO

Fu eletto alla morte del padre Maurizio di cui era co-reggente con il beneplacito di Costantinopoli e l’approvazione dei veneziani.
Anche il suo dogado, come quello del padre, fu lungo, durò 17 anni, ma i risultati furono inferiori e alla fine fu cacciato.
Infatti, Giovanni Diacono scrive nella sua Cronaca Veneziana che questo doge «da nessuna testimonianza scritta né da tradizione orale risulta abbia ispirato le sue azioni al bene della patria».
Al pari del padre, comunque, Giovanni Galbaio tentò di mantenere gli equilibri che riguardavano i franchi, il papato e l’impero d’Oriente.
Le gelosie interne, però, gli furono fatali: Giovanni decise di farsi affiancare dal figlio Maurizio, ottenendo l’assenso del basileus, ma senza interpellare il popolo, un atto di prepotenza e di mancanza di rispetto.
Pertanto, l’idea di avere un terzo Galbaio non piacque alle famiglie apostoliche: dopo i dogi Maurizio e Giovanni, avere ancora un altro Galbaio avrebbe potuto significare una monarchia anziché una repubblica, ancorché aristocratica.
Così le trame di palazzo lo indussero ad una precipitosa fuga assieme al figlio nell' 804.
Pare che Giovanni e Maurizio II, siano scappati uno in Gallia, e l'altro a Mantova e morirono entrambi da privati cittadini, senza tornare più in patria. Come degli esiliati. D'altronde, se è vero che il doge non faceva il bene della Patria, secondo me va bene così. E' meglio così per i futuri Dogi, che sapranno che il popolo non apprezza le dinastie. Historia magistra vitae. La storia è maestra di vita.
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0803-0810 – IL NONO DOGE – OBELERIO ANTENOREO

Di Malamocco, già tribuno sotto il dogado di Giovanni Galbaio e sposato con una nobildonna franca, aveva tendenze filofranche e proprio per questo fu eletto: una reazione dei gruppi di potere ostili al precedente doge Giovanni Galbaio che era filobizantino.
Obelerio si associò il fratello Beato (co-doge) senza chiedere l’approvazione popolare, racconta Giovanni Diacono, mentre altre fonti dicono che gli fu assegnato il fratello di tendenze filobizantine per una ricerca di equilibrio politico.
Questo conferma il clima di incertezza del tempo: i veneziani si trovavano al centro di due appetiti, quello dei franchi con Carlo Magno il quale, avendo rinnovato l’impero d’Occidente, pretendeva un tributo anche dai dogi (tradizionalmente legati a Costantinopoli), e quello dei bizantini di Costantinopoli che dominavano le coste dell’Alto Adriatico.
Così, quando i franchi tentarono di attrarre nella loro orbita le coste dalmate, in modo da togliere ai bizantini un punto di appoggio nell’Alto Adriatico, i due fratelli si schierarono contro i filobizantini, mettendo in atto una nuova distruzione di Eraclea (che successivamente risorse per merito del doge Angelo Partecipazio e si chiamò Cittanova), ma quando la flotta bizantina inviata dal basileus Niceforo (802-811) risalì l’Adriatico e bloccò la laguna nell' 807, allora Obelerio e il fratello diventarono filobizantini, resero omaggio al basileus e gli offrirono i propri servigi.
Il doge Obelerio fu così ossequioso da meritarsi il titolo di spatario, riservato alle più alte cariche dell’impero bizantino, mentre Beato venne trattenuto per due anni a Costantinopoli, dove prima ricevette lezioni di bon ton e poi il titolo di Ipato.
Rimasto solo Obelerio nominò co-doge un altro proprio fratello filobizantino, Valentino, nell' 807.
Naturalmente i Franchi non se la misero via e nell'809 il giovane figlio di Carlo Magno, Pipino, radunò una forte flotta che conquistò facilmente Eraclea, Jesolo, Chioggia e Pellestrina. I Venetici abbandonarono allora Malamocco per ritirarsi nelle isole interne ed in modo particolare a Rialto e con uno stratagemma riuscirono a sconfiggere la flotta dei Franchi.
Questi ultimi non conoscevano il movimento di marea della laguna e quindi i Venetici, condotti da Vittorio d'Eraclea, finsero di attaccare usando piccole imbarcazioni che poi simularono la fuga. Le pesanti imbarcazioni nemiche furono sorprese dalla bassa marea, si insabbiarono nelle varie secche e furono quindi sottoposte ad una pioggia di frecce e di pece bollente. Fu una carneficina ed il Canale dove si svolse la battaglia fu nominato Canale Orfano. Pipino si arrese e promise di non più attaccare i Venetici. Morì dopo pochi mesi, nel luglio dell'810.
Questi avvenimenti crearono la base per la fondazione di una Repubblica unita e di una vera città che venne nominata "Venezia".
Obelerio venne però destituito perché con i suoi maneggi aveva provocato il tentativo di invasione dei franchi: al suo posto fu eletto Angelo o Agnello Partecipazio.
Esiliato a Costantinopoli, Obelerio ritornò nell’anno 831 con l’intento di riprendersi il Dogado. Sbarcò a Vigilia, un’isola vicino a Malamocco poi scomparsa. Al fine di non lasciargli spazio per ulteriori congiure, Giovanni Partecipazio (futuro dodicesimo doge) fece incendiare i due insediamenti pro Antenoreo (Malamocco e Vigilia) e dopo averlo catturato lo fece impiccare.
Il fratello Beato cercò di vendicarne la morte, ma il doge Agnello Partecipazio lo fece prendere e decapitare e ne ordinò l’esposizione della testa come si usava con i traditori.
Una gran parte della nobiltà veneziana, che aveva avuto lo zampino nel ritorno di Obelerio, non vide di buon grado l’ulteriore rafforzamento del potere dinastico dei Partecipazio e così Giovanni, colto di sorpresa da una congiura, fu costretto a rifugiarsi presso i franchi.
Ciò che sappiamo di questa parte di storia è raccontato da Giovanni Diacono, di cui però non si ha la certezza che tutto ciò che racconta sia veritiero, semplicemente per il fatto che visse due secoli dopo i fatti avvenuti. Comunque, i Franchi invasero le Venetie perchè i Veneti non rispettarono l'ordinatio de ducibus et populis tam Venetiae quam Dalmatiae che il doge stesso Antenoreo, e il co-doge Beato accettarono a Diedenhofen, in Gallia, allora sotto il dominio dei Franchi.
Personalmente ritengo che non si possa dare la colpa dell'invasione delle Venetie a Obelerio e Beato, perchè a scatenare questa guerra furono più cause, una di queste è il fatto che i Veneti furono divisi tra Filofranchi e Filobizantini, e non riuscirono a prendere decisioni in ambito internazionale. Un'altra prova che la politica partitocratica (di partito) divide il popolo, e non aiuta a prendere decisioni.
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0810-0827 – IL DECIMO DOGE – AGNELLO PARTECIPAZIO

Partecipazio, Agnello o Angelo, tribuno di Rialto e ricco possidente di Eraclea, fu scelto come doge per essere stato il vero protagonista della difesa contro il tentativo di Pipino di invadere la Laguna.Bust of Angelo Partecipazio. Panteon Veneto; Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.jpg

Sembra che sia stato lui a suggerire lo spostamento del governo da Malamocco alla più interna e sicura zona di Rivoalto (poi Rialto), dove, accanto alla Chiesa di S. Teodoro, fece costruire il Castello Ducale (poi Palazzo Ducale).

A lui si deve anche l’idea di far arrivare il corpo di San Marco a Venezia.

Unita politicamente, sotto Agnello la città-stato comincia a strutturarsi territorialmente, attraverso bonifiche e precisi insediamenti strategici nella laguna che prevedevano diversi posti di guardia soprattutto sotto forma di monasteri, capaci di filtrare il movimento delle imbarcazioni, controllare chi entrava e chi usciva, e imporre per conto del governo il pagamento delle imposte.

Tra i primissimi interventi di Agnello la sistemazione e il ripopolamento degli insediamenti devastati dal conflitto con Pipino: Clodia Maggiore, Clodia Minore, Brondolo, Albiola e altri centri tornarono a fiorire, ma soprattutto venne riedificata la distrutta Eraclea, ribattezzata Civitas Nova Eracliana (Nuova Città di Eraclea) e trasformata in residenza di villeggiatura del doge, con la costruzione di un palazzo.

Sotto di lui venne coniata la prima moneta veneziana e il suo dogado fu, seppur contrastato dai consueti tentennamenti della nobiltà lagunare filofranca e filobizantina, abbastanza tranquillo.

Ad Agnello furono affiancati due tribuni, una misura precauzionale tendente sia a evitare un doge tiranno sia ad aiutarlo negli affari di governo. Ciononostante, Agnello chiese e ottenne il consenso del popolo alla nomina di un co-reggente nella persona del figlio maggiore Giustiniano nell'814, ma essendo costui a Costantinopoli, il doge provvide a nominare il secondogenito Giovanni.

Tornato Giustiniano da Costantinopoli, da dove portò come dono del basileus «un bel mucchio d’oro e d’argento, affinché facesse fabbricare una chiesa dedicata al profeta Zaccaria», e alcune reliquie, Agnello decise di annullare la carica di Giovanni e nominare Giustiniano. Giustiniano fece allontanare per motivi politici il fratello Giovanni, che era filofranco, e che venne mandato prima a Zara, capitale della Dalmazia dopo la distruzione di Salona avvenuta nel 752, e poi a Costantinopoli, per meditare sulle sue amicizie politiche.

Agnello fu sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, vicino al complesso di Sant’Ilario, che lui stesso aveva fatto costruire come Cappella Ducale. La Chiesa di S. Benedetto diventò il primo pantheon della Repubblica perché vi trovarono sepoltura cinque dogi, molti Procuratori di San Marco e altri illustri membri del patriziato veneziano. Il doge è celebrato nel Pantheon Veneto con un busto dello scultore Pietro Lorandini conservato a Palazzo Ducale.
D'ora in poi, i Partecipazio saranno molto (a mio avviso anche troppo) presenti come dogi a Venezia, nel IX secolo. Pensando che cacciarono i Galbaio perchè avrebbero potuto non essere repubblicani, viene da chiedersi perchè non cacciarono anche i Partecipazio, che solo nel IX secolo, di nove dogi, cinque erano Partecipazio. Probabilmente perchè c'era bisogno di un autorità forte, ed i Partecipazio riuscivano a darla: senza dimenticare il popolo e senza dare l'impressione di essere antirepubblicani.
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0827-0829 – L’UNDICESIMO DOGE – GIUSTINIANO PARTECIPAZIO

Morto Agnello, non ci fu bisogno di elezione perché il figlio Giustiniano restò solo sul trono. Era già vecchio e noterete già dalle date nel titolo regnò solo tre anni.Risultati immagini per giustiniano partecipazio
Durante il suo dogado avvennero però cose importanti. Sul piano politico-militare l'imperatore d'Oriente chiese aiuto a Venezia contro i Saraceni che si trovavano in Sicilia, riconoscendo quindi la forza marittima di questa repubblica. Con l'aiuto dei greci la flotta veneziana liberò Siracusa costingendo i Saraceni a ritirarsi sulle montagne e questo aumentò naturalmente il suo prestigio. Altro avvenimento importante fu il contrasto tra i patriarchi di Aquileia e Grado per la supremazia sui vescovi dell'Istria. Il re franco Lotario per umiliare i veneziani riconobbe la supremazia di Aquileia e questo portò ad aspri rancori tra le due Chiese.
Pare che il corpo di San Marco sia stato portato fisicamente a Venezia, durante questo dogado.
Personalmente ritengo che da questo momento in poi, la Serenissima Repubblica di Venezia diventerà sempre più importante, dal punto di vista internazionale.
D'altronde, i Veneti hanno combattuto contro i Franchi, vincendo. Queste vittorie in Sicilia confermano la potenzialità di Venezia. Dovremo però aspettare qualche secolo per vedere la Serenissima come uno Stato non solo rispettato, ma anche temuto.
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1292.08.03 – L’AMERICA ??? … SCOPERTA DA MARCO POLO DUECENTO ANNI PRIMA DI COLOMBO.

Marco PoloUn’antica mappa su una pelle di pecora potrebbe riscrivere la storia.
La cartina è contenuta nel libro «The Mysteries of The Marco Polo Maps», in uscita a novembre

di Simona Marchetti

Un’antica mappa disegnata su una pelle di pecora potrebbe riscrivere tutti i libri di storia, assegnando a Marco Polo il merito di aver scoperto l’America alla metà del XIII secolo, ovvero duecento anni prima di Cristoforo Colombo, durante il viaggio in Asia che descriverà poi ne “Il Milione”.
Sulla cartina in questione – nota come “Map with Ship” e contenuta in una raccolta di 14 pergamene, decodificate e studiate per la prima volta nella loro totalità dal cartografo Benjamin B. Olshin per il libro “The Mysteries of The Marco Polo Maps, in uscita a novembre per la University of Chicago Press – sarebbero infatti riportati i contorni dell’Alaska e dello stretto di Bering quattro secoli prima che li scoprisse il danese Vitus Bering.
Non solo.
Nei documenti – apparentemente scritti dalle tre figlie di Polo, Fantina, Bellela e Moreta, in base alle lettere del padre trovate dopo la sua morte e recanti iscrizioni in italiano, latino, cinese e arabo, molte delle quali ancora oscure – comparirebbe spesso il nome “Fusang”, termine cinese risalente al quinto secolo e con il quale veniva indicata “una terra al di là dell’Oceano”, che molti ora pensano fosse l’America. «Questo significherebbe che l’esploratore era a conoscenza dell’esistenza delle coste occidentali del Nord America – spiega lo studioso in un articolo pubblicato sul magazine “Smithsonian” – o che comunque ne aveva sentito parlare dagli arabi o dai cinesi».
Analizzando le pergamene, Olshin ha così scoperto che sarebbe stato un commerciante siriano a parlare a Marco Polo di una terra ad Oriente, a 40 giorni di viaggio dalla penisola della Kamchatka, prima che questi salpasse per il Nord America attraverso lo stretto di Bering, incontrando anche «un grosso ghiacciaio che scendeva nel mare», come si legge ad un certo punto nel testo.
La terra sarebbe quindi stata chiamata “Penisola delle Foche”, perché la popolazione che l’abitava «vestiva di pelli di foca, mangiava solo pesce e viveva in case sotterranee».
Ma anche se questa ricostruzione del percorso trova la piena approvazione del sito MarcoPoloinSeattle.com , che sostiene pure che l’esploratore veneziano abbia raggiunto lo stato di Washington e lo stretto di Puget, Olshin è però il primo a avere dei dubbi sull’autenticità delle pergamene, portate in America nel 1887 da un immigrato italiano di nome Marciano Rossi, che le donò poi alla Biblioteca del Congresso negli anni Trenta, sostenendo di averle ereditate da un facoltoso (ma non identificato) membro della sua famiglia.
L’inchiostro usato non è infatti ancora stato testato e l’esame del radiocarbonio della mappa chiave dell’intero lotto (metodo di datazione radiometrica usato anche per datare la Sindone) ha fatto risalire la pergamena al XV o XVI secolo, a conferma che – nella migliore delle ipotesi – si tratterebbe di una copia e non dell’originale.
Non bastasse, c’è anche il fatto che lo stesso Polo non scrisse mai nulla sulla nuova terra nei suoi appunti di viaggio, sebbene una volta si vantò «di non aver raccontato la metà di quello che ho visto».
Che l’enigmatico signor Rossi – che dopo lo sbarco a Ellis Island, si trasferì a San Josè, in California, dove divenne un sarto e fece sei figli – si sia inventato tutto?
«Il mio antenato era di certo un personaggio – ammette alla rivista dello Smithsonian Institution il pronipote Jeffrey Pendergraft, che vive a Houston ed è il custode dei documenti di famiglia – ma sono piuttosto scettico sul fatto che il mio bisnonno potesse avere queste incredibili conoscenze su una tale varietà di argomenti».

Tratto da (CLICCA QUI)

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1294 A.C. CIRCA – ANTENORE…IL FONDATORE DEI VENETI


Nell'Iliade, Antenore viene descritto come un vecchio eminente e saggio troiano che implora i suoi concittadini affinché essi restituiscano Elena al marito, Menelao, per scongiurare il conflitto gli Achei.
Tale richiesta resterà inascoltata, per il prevalere del partito favorevole alla guerra, riunitosi intorno all'altro consigliere di Priamo, Antimaco.
Da molti autori classici e medievali Antenore è invece indicato come un traditore.
Ad esempio secondo le versioni di Ellanico, Servio o Ditti Cretese, Antenore tradì i Troiani, consegnando ad Ulisse e Diomede il Palladio, talismano della invincibilità troiana, avendo in cambio salva la vita per sé e la propria famiglia.
Dopo la distruzione di Troia, Antenore raggiunse il nord Italia (è infatti considerato il fondatore di Padova e il capostipite dei Veneti).
Secondo Tito Livio, invece, Antenore ottenne la libertà dagli Achei grazie al ruolo moderato che avrebbe svolto durante la guerra.
Comunque siano andate le cose, egli giunse nel Veneto con alcuni alleati dei Troiani (i Meoni di Mestle e i Paflagoni rimasti senza guida dopo la morte del loro comandante Pilemene), e fondò Antenorea, denominata in seguito Padova.
Qui sorgerebbe la sua tomba.
Antenore sposò Teano, adottando Mimante, il bimbo nato da un precedente matrimonio della moglie, e da lei ebbe poi numerosi figli, tutti maschi, che presero parte alla difesa di Troia: a Coone, il maggiore, seguirono Glauco, Agenore (padre di Echeclo, pure lui guerriero benché ancora giovinetto), Archeloco, Acamante, Eurimaco, Elicaone, Polidamante, Demoleonte, Laodamante, Laodoco, Anteo, Polibo, e Ifidamante, l'ultimogenito.
Una versione lo dice padre pure di Laocoonte.
Si unì anche ad una schiava, dalla quale ebbe un figlio di nome Pedeo, allevato con affetto da sua moglie legittima.
Nei cinquanta giorni di guerra narrati nell'Iliade, Antenore perde sette figli ed il nipote Echeclo.
tratto da: clicca qui
 
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1300 – L’ELEZIONE DEL DOGE – COME AVVENIVA

Il Maggior Consiglio si radunava e si mettevano in un’urna tante ballotte quanti erano i consiglieri con più’ di 30 anni; il consigliere più giovane si recava in Piazza San Marco e prendeva con sé il primo fanciullo che incontrava, il quale estraeva dall’urna una ballotta per ciascun consigliere e soconsiglio3lo quei 30 a cui toccava la parola ‘elector’ restavano nella sala.
Le 30 ballotte venivano poi riposte nell’urna e solo 9 contenevano il biglietto; i 30 si riducevano così a 9, che si riunivano in una specie di conclave, durante il quale, con il voto favorevole di almeno 7 di loro, dovevano indicare il nome di 40 consiglieri.
Col sistema delle ballotte contenenti il foglietto i 40 venivano ridotti a 12; questi, con il voto favorevole di almeno 9 di loro, ne eleggevano altri 25, i quali venivano ridotti di nuovo a 9 che ne avrebbero eletto altri 45 con almeno 7 voti favorevoli.
I 45, sempre a sorte, venivano ridotti a 11, i quali con almeno 9 voti favorevoli, ne eleggevano altri 41 che finalmente sarebbero stati i veri elettori del Doge.
Questi 41 si raccoglievano in un apposito salone dove ciascuno gettava in un’urna un foglietto con un nome.
Ne veniva estratto uno a sorte e gli elettori potevano fare le loro eventuali obiezioni ed accuse contro il prescelto.
Questi veniva poi chiamato a rispondere e a fornire le eventuali giustificazioni.
Dopo averlo ascoltato si procedeva ad una nuova votazione; se il candidato otteneva il voto favorevole di almeno 25 elettori su 41, era proclamato Doge, se non si riuscivano ad ottenere questi voti si procedeva ad una nuova estrazione finché l’esito non risultasse positivo.
Tratto da venetoinside.com
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1382 – IL DOGE ANTONIO VENIER E L’ONORE PER LA PATRIA VENETA.


tratti dal profilo Facebook di Millo Bozzolan
L’ONORE DELLA PATRIA VENETA, difeso fino al sacrificio del proprio figlio.
Antonio Venier, Dux Venetorum.
Un esempio fulgido di moralità, spinta all’estremo, fino a sacrificare la vita del proprio figlio, ce lo offre il Doge Antonio Venier (1382-1400), che preferì fare morire in carcere il suo amatissimo erede, pur di non favorirlo con un provvedimento di clemenza.
Ecco quanto ci narra Pompeo Molmenti, nel suo volume “Le Dogaresse”: “Luigi Venier, figlio del Doge, aveva stretto una relazione con la moglie di un gentiluomo, tale Giovanni delle Boccole e, una notte, decise di dileggiarlo, attaccando sul ponte che prendeva il nome della famiglia del marito, un paio di corna e alcune scritte turpi e villane.
Dello sfregio codardo si conobbe l’autore, e l’offeso marito andò a lamentarse dal Doge, il quale ordinò che il figlio fosse posto subito in prigione.
Fu poi condannato a 100 lire di ammenda e a due mesi nei Pozzi.
Qui Luigi, preso da grave malattia, chiese di poter avere un poco di libertà onde rimettersi, ma il Doge inflessibile non volle accordarla, e il poveretto finì i suoi giorni in carcere.
La rigida severità paterna non si lasciò vincere neppure dall’angoscia della madre.
Era nell’animo di tutti che la Patria e l’onore dovessero andare innanzi agli stessi affetti di famiglia….” Si può immaginare lo strazio dei genitori, ma Antonio Venier preferì questo macigno nel cuore, all’onta di essere accusato di usare la carica massima per fini personali.
Il peso di questa pietra sulla sua coscienza, sarebbe stato persino maggiore.
 
Proprio un esempio per i pubblici amministratori e politicanti di turno italioti.
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1400 – DAL XVI AL XVII SECOLO


Nella seconda metà del '400 e agli inizi del '500, Venezia continuò la sua politica espansionistica, portando il Leone di San Marco a sventolare financo sui porti della Puglia.
La Repubblica di Venezia, fra Dogado, Stato da Mar e Domini di Terraferma, costituiva un impero multietnico abitato da veneti, lombardi, friulani, istriani, romagnoli, dalmati, croati, albanesi, pugliesi, greci e ciprioti, ed era di fatto uno dei più potenti stati d'Europa.
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1400 – I “CINGANI” NELLA SERENISSIMA – QUELLO DEGLI ZINGARI ERA UN PROBLEMA RISOLTO

993988_219543344864654_1552316855_nE’ vero che la Veneta Serenissima Repubblica faceva grande affidamento sulla capacità di reazione dei sudditi stessi contro il crimine.
Già, i sudditi.
Si potrebbe già evidenziare questo primo aspetto: nella vecchia Repubblica aristocratica, i cittadini sono chiamati “sudditi”, ma detengono le armi, si identificano con lo Stato, nel suo nome fanno Giustizia.
Nell’attuale sistema sedicente democratico, i sudditi sono detti “cittadini”, ma non solo sono disarmati davanti al crimine: addirittura il sistema sedicente democratico non li protegge e se provano a difendersi da soli li manda sotto processo per tentato omicidio.
Un altro aspetto, di carattere storico, riguarda la previsione della non punibilità – sotto san Marco – per chi avesse offeso o ucciso sti zingari che risiedevano nello Stato senza permesso.
Qua contano questioni pratiche: la Serenissima ospitava decine di etnie diverse.
Solo contro gli Zingari c’era questa sorte di tolleranza zero, dovuta al fatto che qualsiasi altro strumento preventivo si dimostrava inefficace contro gente dedita al crimine come fenomeno atavico.
Ancora, si ricordi che nelle sue leggi, le magistrature penali, che ricevevano le lagnanze delle comunità rurali delle Venetiae, richiamavano i propri Rettori a non concedere neppure permessi di sosta provvisori e a dar corso senz’altro ai provvedimenti repressivi (quello normale sarebbe stato la condanna al remo di galera), perché la gente comune era esasperata dai crimini degli zingari, da cui non sapeva come difendersi.
Per i dettagli si consiglia la lettura del libro:http://www.filippilibreriaeditrice.com/?p=525 “S
 
Tratto da (CLICCA QUI)
 
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1412 – L’AMBASCIATA VENETA A NAPOLI

Storia del Palazzo
10678798_776604459062710_3940958270068197305_nLa Casina Pompeiana e parte del giardino
Nel suo scritto “Un angolo di Napoli”, il filosofo Benedetto Croce, parlando di Palazzo Filomarino, ove egli abitava, fa ripetutamente cenno all’edificio confinante, chiamandolo “il napoletano palazzo di Venezia”.
Nonostante il richiamo crociano però l’esistenza di una sede veneziana a Napoli, è quasi del tutto sconosciuta offuscata com’è dalla notorietà del più famoso Palazzo Venezia di Roma.
Soltanto pochi mesi fa, nell’ ambito dell’importante manifestazione di “Maggio dei monumenti”, quella che era stata per circa quattrocento anni la sede dell’ambasciata veneta nel regno di Napoli è stata riaperta al pubblico.
Da molti anni, infatti, Palazzo Venezia, detto anche Palazzo di San Marco, era caduto in una sorta di oblio dovuto, per lo più, ai compilatori delle varie guide di Napoli che, probabilmente, avevano sottovalutato la rilevanza del sito; una paradossale “congiura del silenzio”, sorta spontaneamente ai danni di una costruzione dal passato tanto illustre.
Grazie però ad un gruppo di professionisti e studiosi napoletani, la prestigiosa sede dell’ambasciata veneta è ritornata a far sentire la sua voce.
Un impegno notevole, quindi, sia dal punto di vista organizzativo che finanziario; ma soprattutto un impegno a carattere totalmente privato.
Sicché due parole vanno senz’altro spese per ringraziare Gennaro Buccino e il suo staff che hanno reso possibile la ripresa e la rinascita della prestigiosa ambasciata veneta posta nel cuore di Napoli.
Gennaro Buccino, attualmente, è Presidente de l’INCANTO, la società che ha in gestione le attività di Palazzo Venezia; ma è anche un rappresentante delle migliori energie di questa città che tanto fatica a recuperare il suo prestigio.
Un uomo che, avendo nel cuore un sogno e in testa un progetto, in piena autonomia, ha scelto di impegnarsi per restituire alla città un gioiello storico da troppo tempo sottaciuto.
Uno spirito dinamico, dunque, autonomo e libero; una figura che sarebbe piaciuta a Benedetto Croce quando in Etica e Politica scriveva che la libertà : “non è fatta pei timidi e pei pigri, ma vuole interpretare le aspirazioni e le opere degli spiriti coraggiosi e pazienti, pungnaci e generosi, solleciti dell’avanzamento dell’umanità, consapevoli dei suoi travagli e della sua storia “.
Dunque, l’uomo e la cosa in un tutt’uno per una rinascita meritata.
Intanto perché il napoletano palazzo di Venezia è di almeno mezzo secolo più antico di quello romano – Il Palazzo Venezia di Roma fu costruito nel 1455 e fu ceduto dalla Chiesa alla Repubblica di Venezia nel 1564 -, poi perché attraverso di esso si possono ricostruire le vicende che, sin dal XII secolo, caratterizzarono la posizione politica e commerciale della Serenissima nell’Italia meridionale.
A ulteriore conferma dell’ importanza del sito, sta poi l’interesse per la sua storia che non era sfuggita a studiosi del calibro di Croce e di Fausto e Nicola Nicolini, i quali vi hanno dedicato più di uno scritto apparso sulla prestigiosa rivista di storia dell’architettura Napoli Nobilissima.
E ancora negli anni settanta, un importante gruppo di studiosi, collocò urbanisticamente Palazzo Venezia in un “blocco” definito come:” uno degli insiemi di fabbriche più importanti di tutto il centro antico per la peculiarità di forme artistiche e complessità di stratificazione storica”. ( AA.VV. Il centro antico di Napoli, 3 voll. Napoli, 1971 vol.II, cit.p. 215)
Dunque, in epoca angioina, lungo il napoletano decumanus inferior, oltre agli edifici religiosi sorsero importanti edifici patrizi.
Di origine trecentesca è, appunto, Palazzo Venezia che, nel 1412, fu donato alla Serenissima Repubblica di Venezia dal re Ladislao D’Angiò Durazzo interessato a concludere, con la potenza marinara, una lega contro l’Imperatore Sigismondo d’Ungheria.
L’edificio, già proprietà dei Sanseverino di Matera, fu a questi confiscato verosimilmente per la loro dichiarata fedeltà al pretendente francese.
L’intera area, facente parte del sedile di Nido, era in gran parte abitata dalle famiglie Brancaccio e Sanseverino ed ha sempre avuto una importanza capitale nella vita di Napoli, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista storico.
Ciò che oggi resta di Palazzo Venezia certo non rende giustizia al suo prestigioso passato, ma è opinione comune degli studiosi che questo edificio sia di grande rilievo e meriti ben altra attenzione, in quanto testimonianza di rapporti politici ed economici, in cui, in pieno rinascimento, la repubblica veneta e la stessa città di Napoli recitarono un ruolo di prim’ordine.
Sicché, pur privo di particolare rilievo architettonico, Palazzo Venezia ha sempre contato molto sul piano storico-politico in quanto testimonianza privilegiata ed esclusiva dei passati rapporti intercorsi tra il Regno Napoli e la Repubblica di Venezia in periodo rinascimentale.
Storicamente, infatti, è sempre stato vigoroso l’interesse di Venezia per il Mezzogiorno d’Italia e per Napoli in particolare.
Va detto subito però che tali premure furono ben lontane dal configurarsi soltanto in chiave economica e commerciale; su questo versante, infatti, Venezia era per lo più attenta ai noli e alle assicurazioni nonché alla gestione di alcuni settori merceologici come l’olio della terra d’Otranto e di terra di Bari.
I motivi fondanti che invece indussero la Repubblica veneta, intorno al 1565, a riaprire una sua rappresentanza diplomatica a Napoli, dopo l’interruzione seguita alla caduta della dinastia locale nel 1501, furono essenzialmente politici.
Il Regno di Napoli, invero, controllava la sponda cristiana all’uscita dall’Adriatico ed in più costituiva un valido baluardo contro i turchi, la cui latente ostilità con Venezia spingeva la Serenissima ad avvalersi di tutti i rapporti che potevano favorire la difesa della repubblica.
Inoltre Venezia si trovò a condividere con Napoli lo spinoso problema della pirateria barbaresca che affliggeva entrambi gli stati.
Se da un lato, dunque, la vicenda di Palazzo Venezia rappresenta la testimonianza più evidente della collaborazione politica tra la Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli, dall’altro essa rientra in un più generale contesto di innovazione delle relazioni internazionali, anticipando quella che, in maniera piuttosto rapida, sarebbe diventata una regola generale nei rapporti fra paesi sovrani.
Nel corso del XV secolo, infatti, le relazioni internazionali furono sempre più caratterizzate da stabilità e continuità; condizioni necessarie a sostenere e favorire la sorprendente vitalità di rapporti economici, culturali e commerciali che si andavano diffondendo velocemente in Europa.
Sicché la tradizione degli ambasciatori in sede straniera, inizialmente guardata con sospetto da molti sovrani europei per i pericoli connessi agli intrighi di potere che ne sarebbero potuti derivare, era invece praticata in Germania e in Italia, paesi caratterizzati dal frazionamento della struttura politica e da un elevato tasso di particolarismo ma con la necessità di avere costanti rapporti fra le loro rispettive diplomazie.
Infatti nel 1455 rappresentanze stabili erano già a Milano, Firenze, Venezia e Napoli; tale sistema indusse a coniare l’appellativo di “residente” per indicare la figura del diplomatico.
E tale fu il titolo che ebbe il rappresentante di Venezia a Napoli all’incirca a partire dal 1565, quando la Serenissima cominciò a tenervi stabilmente suoi diplomatici.
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1500 – LO STATO VENETO E I POVERI

il Corpus Domini.
Senatori a braccetto con i mendicanti.
di Millo Bozzolan
1476470_10202621006037015_1855812381_nOggi va per la maggiore un motto: aboliamo lo stato, affidiamoci all’impresa privata che creerà ricchezza per tutti.
Mi pare che si cada da un estremo all’altro, per colpa dei tanti esempi di sperpero e ruberie che offre lo stato italiano.
Ma quello che accade da noi, non è la regola, per fortuna: ci sono tanti esempi di stato virtuosi, il cui apparato è al servizio della collettività, e non viceversa.
Succede in genere appena si varcano le frontiere, quindi direi che non è il caso di buttare il bambino con l’acqua sporca.
Immaginate cosa sarebbe l’Italia senza alcuna norma che tuteli i più deboli, dove se non si frenasse l’impresa privata, in poco tempo il sistema economico finirebbe in mano di pochi pirati che rastrellerebbero ogni ricchezza in regime di monopolio di fatto.
Noi veneti abbiamo l’esempio della Repubblica marciana, che era uno stato basato sui principi cristiani di solidarietà, e la carità verso i più deboli e gli ultimi, era incoraggiata in ogni maniera.
L’assistenza ai deboli era affidata alla chiesa, controllata capillarmente dallo stato nel suo operato, e si incoraggiavano le donazioni dei ricchi a favore di opere socialmente utili.
Si preferiva certamente che fosse il privato a coprire i costi, ma nei casi di emergenza interveniva lo stato stesso, con i propri mezzi.
Questo accadeva regolarmente nei periodi di carestia (distribuzione di derrate a prezzi calmierati o in maniera gratuita) o nelle epidemie, in cui venivano istituiti lazzaretti pubblici.
Anche incurabili, poveri e orfani erano ricoverati in appositi centri gestiti dallo stato.
Uno stato cristiano legittimava anche con questa attività caritatevole ed assistenziale, la sua esistenza.
E questa attività era un mix di pubblico e privato, dove lo stato cercava di coinvolgere in ogni maniera il cittadino più ricco (anche con esenzioni fiscali) nell’assistenza ai più poveri.
E per ricordare quale fosse il fine ultimo del potere, il giorno di Corpus Domini, in piazza San Marco in una solenne processione, ogni Senatore della repubblica, in pompa magna, si accompagnava a braccetto a un povero, a un malato, all’ultimo della terra.
Credo che questa fosse anche una grande lezione di umiltà per gli uomini più potenti dello Stato veneto.
Tratto da (CLICCA QUI)
 
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