POPOLI E IDENTITA’

GINO CHINELLATO: VENETO DOC

Gino Chinellato, classe 1915 e nato a Venezia Mestre; veneto doc.

Fin dall’infanzia si distinse per la sua passione verso i motori tant’è che a soli 8 anni entrò come garzone in un noto garage auto di Mestre. Nonostante il suo sogno fosse quello di entrare nell’Aviazione Militare, il destino gli giocò un brutto scherzo perchè fu chiamato al servizio di leva militare. I suoi piani allora si adattarono: di necessità virtù. Decise di arruolarsi come volontario della Marina Militare nel corpo del glorioso Battaglione San Marco con destinazione Tientsin (Cina); di lì a poco divenne autista del comandante. Rientrato in Italia a causa della catastrofica invasione giapponese, partì per l’Africa dove purtroppo fu fatto prigioniero e spedito in America. Non tutto il male vien per nuocere e fu così che le sue doti tecniche motoristiche lo fecero inserire negli stabilimenti della Cadillac con mansione di capo alla sala prove motori. L’amore per la sua terra e le sue radici lo fecero a seguito rientrare, nonostante le proposte per rimanere negli Stati Uniti fossero lusinghiere. Stabilitosi in Italia avviò un ambizioso progetto insieme allo storico amico Carlino Francesconi: costruire una rivoluzionaria vettura sportiva siglata CFM al fine di poter gareggiare alla Mille Miglia categoria 750 cc. A questo punto la nostra storia si ricopre di giallo, un inghippo tutt’oggi irrisolto e ancor vivo nei pensieri della famiglia Chinellato.

Fu proprio la gestazione del motore CFM ad essere accompagnata da una particolare stranezza; poco prima della Mille Miglia del 1948 l’ingegnere Bohlin, ex generale tedesco responsabile per l’alta Italia della gestione degli automezzi dell’esercito di occupazione e amico di Ferdinand Porsche, si recò a Venezia in compagnia di quest’ultimo per prendere visione del motore CFM. Porsche fu prodigo di consigli suggerendo al nostro Chinellato e a Francescon di far girare l’albero motore su rulli e non su bronzine. Abbandonato il progetto per i costi troppo elevati di sviluppo, Gino vide le sue soluzioni applicate ad una Porsche scesa in gara in Italia nel 1956. Andando nella specificità tecnica, le innovazioni rispetto al progetto veneto constavano nella cilindrata, nell’attacco del motore alla trasmissione e nella marca dei carburatori che mantenevano comunque il sistema di comando CFM. La delusione bruciò troppo e la coppia Chinellato-Francesconi si divise. Nonostante tutto Gino continuò ad operare nel suo mondo a motori, mettendo in piedi un’attività artigianale di grande rispetto e tutt’oggi operante grazie al subentro del figlio Gianni. Informatori della famiglia ci dicono che il progetto del tempo di Gino fosse talmente all’avanguardia che fu messo da parte, protetto e nascosto per tempi più proficui.

Per molti appassionati Gino rimane il padre fondatore di quel motore e la sua famiglia vuole a maggior ragione difendere il suo primato, consapevoli e sicuri che senza di lui nessun altro motore sarebbe potuto nascere e l’oramai famosa casa automobilistica non avrebbe avuto, forse, tale successo.

Oggi, giorno in cui Gino avrebbe compiuto 105 anni, vogliamo ricordare le sue gesta poichè in fondo quest’uomo ha segnato la storia automobilistica.

Il MLNV-GVP ricerca da sempre la verità e questa è la nostra.

Alice Lollo

 

…MA QUALE LIBERTA’?!

Oggi 25 aprile la Repubblica Italiana festeggia la ricorrenza nazionale della liberazione; nel 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive al nord Italia di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa. Il CLNAI inoltre emanò dei decreti legislativi “in nome del popolo italiano” atti a condannare a morte tutti i gerarchi fascisti incluso Benito Mussolini, raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Questo è ciò che la storia ci insegna, o meglio ciò che gli esperti vogliono tramandare di generazione in generazione. La realtà, forse, è differente. Il 25 aprile 1945 tutto il nord-est era ancora interamente invaso dai tedeschi. Solo qualche giorno dopo, il 29  aprile,  si compì l’ultimo eccidio a Castello di Godego (TV) con rastrellamenti e fucilazioni. Non furono anche costoro morti per mano nazifascista? Non furono a conti fatti i primi deceduti dopo la presunta liberazione dell’Italia?

Chi festeggia il 25 aprile la liberazione dell’Italia in realtà fa riferimento ad un falso storico, oppure ritiene che il territorio fosse comunque libero sebbene i veneti venissero ancora fucilati. I veneti non faceva parte della Repubblica Italiana? La vera resa incondizionata che sancisce la cessazione delle ostilità è da fissarsi in data 2 maggio 1945, quando le truppe tedesche sul territorio si eclissarono. Ma allora cosa festeggiano i veneti oggi?

San Marco Evangelista, patrono di Venezia!

Se per una volta nella vita provaste a dubitare delle false certezze che vi tengono schiavi, rinchiusi in un sistema e nella totale accettazione perchè la realtà fa paura. Liberazione di cosa e da chi? Liberi di cercare la verità. Allora se provaste ad andare a fondo nella storia, cogliere i titoli di coda e non gli incipit, captare significati e simboli nascosti allora capireste che i veneti non sono mai stati italiani.

“PRIMA TI IGNORANO, POI TI DERIDONO, POI TI COMBATTONO, POI VINCI”

(Mahatma Gandhi)

WSM

Alice Lollo

IL GIORNO DELLE MEMORIA DEGLI INDIANI SIOUX

Il genocidio ignorato dei nativi.

Oggi cade l'anniversario di una dichiarazione di guerra troppo spesso ignorata o non considerata come tale. 

Il 1 febbraio 1876 il ministro degli Interni degli Stati Uniti d'America dichiarò guerra ai Sioux “ostili”, quelli cioè che non avevano accettato di trasferirsi nelle riserve, dopo che era stato scoperto l'oro nelle Black Hills, il cuore del territorio Lakota.

Come si potevano traferire migliaia di uomini, donne e bambini dalla terra dov'erano nati, in una stagione dell'anno in cui il territorio era coperto di neve?

Molti indiani pare neanche ricevettero l'ordine, in quanto impegnati nelle loro attività di caccia, lontano dalla propria residenza.

Quella dichiarazione di guerra del 1 febbraio fu l'inizio del massacro degli Indiani d'America, che culminerà con l'eccidio di Wounded Knee, passato alla storia grazie a canzoni, libri e film.

Sul finire del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, appresa la notizia dell'assassinio di Toro Seduto, partì dall'accampamento sul torrente Cherry, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. 

Il 28 dicembre furono intercettati dal Settimo Reggimento, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento sul Wounded Knee: 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, circondati da due squadroni di cavalleria e trucidati.

“Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown è il libro (anche film) che ha commosso generazioni di persone e ispirato cantanti di tutte le generazioni e latitudini, fino a Fabrizio De Andrè che compose la canzone “Fiume Sand Creek”, Prince e Luciano Ligabue.

Protagonista delle lotte indiane per 40 anni fu il Capo Nuvola Rossa (1822-1909) che si confrontò aspramente con l'agente governativo perché venisse rispettata l'autorità tradizionale dei capi indiani.

Nel 1888 invitò i Gesuiti a creare una scuola per i bambini Lakota nella riserva indiana, una scelta necessaria per mantenere il legame degli Indiani con la loro terra.

Pochi anni prima il governo aveva cercato di obbligare i bambini a frequentare una scuola “bianca” per essere “civilizzati” con risultati disastrosi per la cultura indiana.

Nuvola Rossa andò a Washington più volte di ogni altro capo indiano e rimane il leader più rispettato del suo popolo, insieme ad Alce Nero, noto per la sua forte carica spirituale.

Quest'ultimo aveva 13 anni nel 1876 ed era già impegnato nella causa, tanto che l'anno dopo andò a Londra per incontrare la Regina Elisabetta. 

Così racconta il massacro di Wounded Knee: «Brillava il sole in cielo.

Ma quando i soldati abbandonarono il campo dopo il loro sporco lavoro, iniziò una forte nevicata.

Nella notte arrivò anche il vento. 

Ci fu una tempesta e il freddo gelido penetrava nelle ossa.

Quello che rimase fu un unico immenso cimitero di donne, bambini e neonati che non avevano fatto alcun male se non cercare di scappare via».

I Sioux, che preferiscono chiamarsi Dakota o Lakota, sono la principale tribù degli Stati Uniti, con 25.000 membri.

Ora vivono in riserve nei loro antichi territori.

Continuare a raccontare la loro storia (pochi giorni fa è stata la Giornata della memoria) è un modo per non dimenticare di cosa è stato capace l'uomo nel corso della storia e fare in modo che episodi simili non si ripetano.

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L’ALTRA “FACCIA” DELL’IMMIGRAZIONE.

Lettera a Salvini da parte di un’immigrata africana. ( Il meglio di Raiawadunia 2018 )

Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. 
Dipinta dei colori della rabbia. 
La sua voce ,poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. 
Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. 
Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. 
Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? 
Non le dirò il mio nome. 
I nomi, per lei, contano poco. 
Niente. 
Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. 
Lo dico subito. 
Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. 
Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. 
Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger ? 
Non credo. 
Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. 
Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger.
Una delle capitali petrolifere del mondo. 
Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. 
Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.
E’ dura vivere dalle mie parti. 
Molto dura. 
Un inferno se sei una ragazza. 
Ed io ero una ragazza. 
Tutto è a pagamento. 
Tutto. 
Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. 
Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. 
E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. 
E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è ? 
La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. 
E’ pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. 
E invece no. 
Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. 
Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. 
Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. 
E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. 
La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. 
Si ricorda Ken Saro Wiwa? 
Era un giovane poeta che chiedeva giustizia pe noi. 
Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. 
Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. 
Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. 
A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. 
Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. 
Di essere violentata tante volte durante il viaggio. 
Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. 
Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. 
Lo sapete. 
E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. 
Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. 
Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. 
Sulla nostra pelle. 
Sulle nostre vite. 
Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. 
Me ne scuso, ma mi mette paura. 
Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa?
Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata.
Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro.
—-
Alcuni mesi fa, ho incontrato una giovane immigrata. Ho ascoltato la terribile storia della sua vita, il racconto della miseria da cui fuggiva, l’orrore che le era toccato nel lungo pellegrinare tra deserti, terre assassine e un mare ingrato.
Mi chiedeva perché tanto disprezzo per quelli come lei, perché tanto odio.
Avrebbe voluto spiegarsi con la nostra gente, far arrivar loro un messaggio, la sua povera umanissima ragione.
E voleva che le sue ragioni arrivassero ai nostri governanti, soprattutto a quell’uomo cui tante volte aveva sentito dire che quelli come lei facevano la pacchia, erano ladri che rubavano vita e risorse agli italiani.
Da quell’incontro è nata una lettera che Raiawadunia ha deciso di pubblicare.
Quella lettera ora scuote la coscienza degli italiani.
E’ divenuta virale, fa discutere e ragionare.
Come lei, e tanti altri come lei, desideravano e desiderano.
Come da copione, ora c’è chi mette in giro che quella lettera sia falsa.
Lo fa perché spaventato dalla tragica bellezza di quel racconto, da quel dignitoso grido di dolore, da quell’urlo sacrosanto che chiede giustizia e ascolto.
Avete mai provato a parlare con loro, con quelli che guardate come nemici?
Fatelo. Riceverete mille e mille storie drammaticamente simili a quella da noi pubblicata.
Pensate davvero che un’africana non sia in grado di esprimersi con tanta forza e chiarezza?
E’ solo la vostra tragica ignoranza con l’unica discolpa che a tanto non sapere vi hanno portato i pifferai che occupano ogni potere nel nostro paese.
Leggete Kourouma, Senghor, Achebe, Ken Saro Wiwa, Narrudin Farah.
Le loro poesie e i loro racconti.
Quelli di mille e mille altri poeti e scrittori africani.
Osservate le opere di Malangatana, Dago, Tita Mbaye, Reinata, Camara.
Reinata non sa scrivere, ma il suo inno all’amore e alla fratellanza commuove chiunque abbia l’occasione di vedere i suoi manufatti.
Ha una potenza magnetica, come la ha la poesia e l’arte che non hanno problemi di color di pelle o altre sciocchezze.
L’Africa è cultura, tanta cultura. L’espressione di uomini e donne come noi, con la stessa capacità di amare e produrre il bello.
Fatelo e scoprirete semplici verità che metteranno in crisi le favole bugiarde che vi hanno propinato.
Ritornerete umani tra gli umani.
Finalmente.
E non perderete, non perderemo più tempo prezioso.
L’umanità chiede cooperazione, non odio, per risolvere problemi che sono comuni ad ogni latitudine e parallelo.
Ad ogni latitudine e parallelo, infatti, ci sono solo uomini e donne.
E il loro diritto a vivere.
silvestro montanaro
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MAPUCHE UN POPOLO IN LOTTA CONTRO BENETTON

I Mapuche (termine composto dalle parole Che, “Popolo”, e Mapu, “della Terra”) sono una popolazione indigena che attualmente vive divisa fra Cile e Argentina.
La loro storia è simile a quella di tante altre popolazioni native.
Se ne stavano tranquilli nelle loro terre finché non arriviamo noi occidentali (nella specie, gli spagnoli) a massacrarli, a privarli delle loro terre e di recente a costruire dighe, autostrade e realizzare piantagioni invasive.
Della serie: non esiste una faccia buona del capitalismo.
La storia si ripete sempre uguale dappertutto nel mondo.
Quello che noi chiamiamo progresso, per i nativi è solo distruzione e morte.

Nel 1991, in una porzione delle terre patagoniche argentine abitate dai Mapuche il capitalismo è arrivato sotto la forma della famiglia Benetton, che ha acquisito per 50 milioni di dollari 900.000 ettari di terre dalla compagnia Tierras De Sur Argentino, principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. Un tempo il colonialismo operava con le armi, oggi molto più semplicemente bastano i soldi. Acquisite le terre, la Benetton ha proceduto allo sfollamento dei Mapuche, incompatibili con il progetto economico della famiglia italiana. Ed è così che oggi nelle terre di Benetton vengono allevati 260mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa 1 milione 300mila chili di lanaall’anno i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno sono allevati 16mila bovini destinati al macello.
Ma i Mapuche sono una popolazione tutt’altro che arrendevole (vorrei vedere noi al loro posto cosa faremmo!), ed è così che iniziano una lotta incruenta contro gli italiani, lotta che si è acuita negli ultimi anni ed è sfociata nella ri-occupazione di parte delle terre loro sottratte.
Ed è così che nella notte fra il 10 e l’11 gennaio scorso interviene la polizia argentina, a seguito delle denunce dei Benetton. Ed i resistenti Mapuche, raccontano, vengono picchiati, ammanettati e trascinati per i capelli; le loro case distrutte, i loro animali rubati o uccisi.
Amnesty International Argentina ed altre ong hanno denunciato con forza l’ennesima violazione dei diritti umani.
“Non lasceremo che ci caccino, piuttosto ci faremo bruciare”, ha detto uno dei leader della Comunità.
La notizia da noi, come dicevo, non ha bucato il video, intenti come sono i nostri giornalisti a seguire le imperdibili vicende della Raggi.
I Benetton sono quelli della United Colors of Benetton, dei bimbi di tutto il mondo uniformati dalla moda, della globalizzazione del vestiario, ma anche delle foto coraggiose di Oliviero Toscani che denunciava le disuguaglianze nel mondo: «Il conformismo è il peggior nemico della creatività.
Chiunque sia incapace di prendersi dei rischi non può essere creativo» ipse dixit.
Perché qualcuno non si prende la briga di andare a vedere oggi le condizioni di vita dei Mapuche nei terreni della Benetton?

Tratto da (CLICCA QUI)

CHE FINE HA FATTO SANTIAGO?

Così come ci viene chiesto, pubblichiamo.

Difendi i diritti umani

Santiago è scomparso nel nulla dopo essere stato arrestato dai militari argentini.
Era al fianco della comunità Mapuche di Cushamen e lottava insieme a loro per difendere le loro terre ancestrali e i loro diritti dalle minacce di esproprio della Compañía de Tierras del Sur Argentino, azienda del Gruppo Benetton.
Che fine ha fatto Santiago?
A
iutaci a chiederlo ora alle istituzioni argentine.
Santiago è scomparso nel corso degli scontri tra la Gendarmeria nazionale argentina e la comunità Mapuche.
Da allora non si hanno più notizie. 
Chiedi con noi di fare luce su questa vicenda
Chi è riuscito a fuggire alle cariche dei militari ha visto Santiago rimanere accovacciato fino a quando avrebbero ascoltato la voce di due gendarmi che esclamavano “Eccone uno” e “Sei in arresto“. 
Da allora, cosa è successo a Santiago?
Santiago era ospite della comunità Mapuche di Cushamen per continuare insieme a loro la lotta in difesa della terra.
La Compañía de Tierras del Sur Argentino, azienda del Gruppo Benetton, possiede circa un milione di ettari di terra in Patagonia argentina.
I Mapuche rivendicano la proprietà di alcuni di questi terreni. 
Lotta con noi insieme ai Mapuche.
Firma anche tu
 

ONORE A UN INDIPENDENTISTA… MORTO DODDORE MELONI

La morte di Doddore Meloni è un'indecenza tutta italiana.
L'indegna carcerazione imposta dalle autorità d'occupazione straniere italiane per le sue legittime rivendicazioni lo ha condotto alla morte con lo sciopero della fame.
Onore a uomo giusto, dunque, che ha combattuto fino all'ultimo l'infame e aggressiva presenza dello stato straniero italiano.
Non basta il varo dell'ennesima nuova legge, questa volta sulla tortura, con la quale l'italia tenta di incipriarsi la coscienza perché il supplizio e la sofferenza che impone ai Popoli che opprime e uccide, prima o poi le se ritorcerà contro … è la legge del contrappasso.
Vivrete e mangerete fango.
Vergogna italia.
WSM
Venetia 6 luglio 2017
Sergio Bortotto, Presidente del MLNV e del Governo Veneto Provvisorio.
vedi anche:

CIMBRI – GENTI VENETE

I Cimbri (in latino: Cimbri, in greco antico Κίμβριοι, Kimbrioi) erano una tribù germanica o celtica che assieme ai Teutoni ed agli Ambroni invasero il territorio della repubblica romana alla fine del II secolo a.C.
I Cimbri erano probabilmente popoli germanici, anche se alcuni ritengono che fossero di origine celtica.
Le fonti antiche indicano la loro sede originaria nel nord dello Jutland, nell'attuale Danimarca, che era chiamata penisola cimbra per tutta l'antichità (in greco: Κιμβρικὴ Χερσόνησος /Kimbrikē Chersonesos ).
Tratto da (CLICCA QUI).
I Cimbri sono i membri di una minoranza etnica e linguistica attualmente stanziata in pochi centri sparsi nell'area montuosa compresa tra le provincie di Trento(Luserna), Vicenza (altopiano dei Sette Comuni, in particolare Roana), e Verona (Tredici Comuni, in particolare Giazza). Una minuscola isola cimbra, di origine più recente, si trova inoltre sull'altopiano del Cansiglio (provincie di Belluno e Treviso).
Benché il loro idioma distintivo, la lingua cimbra, sia ormai in forte regressione e parlato solo da una sparuta minoranza, i cimbri possono comunque essere considerati un gruppo etnico a sé stante con usanze e tradizioni derivate dalla loro ascendenza germanica.
Le origini del popolo cimbro si perdono nella leggenda. 
Una tradizione, infatti, la ritiene diretta discendente dell'omonimo popolo, proveniente dall'attuale Jutland, in Danimarca. I cimbri antichi invasero l'Italia sul finire del II secolo a.C. ma, sconfitti dall'esercito romano guidato da Gaio Mario e ridotti a pochi superstiti, si ritirarono attorno alle prealpi Venete mantenendo linguaggio e cultura.
Molti scrittori del passato, come il vicentino Natale Dalle Laste, ma anche studiosi non vicentini tra i quali il Salmon, il Tentori ed il Busching vedono negli abitanti dei Sette Comuni i discendenti dell'antico popolo dei cimbri. 
Lo stesso Busching scrive, ricordando l'episodio della visita sull'altopiano del re di Danimarca:
« Conservasi anche oggidì in questo Distretto l'antico Cimbrico linguaggio; o per meglio dire l'idioma Sassone moderno; ma con tanta perfezione che abboccatosi con alcuno di questi abitanti Federico IV Re di Danimarca, il quale trovandosi in Italia nel 1709 incredulo sì della loro origine, come del linguaggio, volle personalmente riconoscere la verità col visitare il Distretto, e protestò che nella sua Corte non si parlasse così forbitamente »
(Anton Friedrich Busching, Nuova Geografia, tomo XXII, p. 150.)
A tal proposito, sul finire del XVIII secolo lo storico Silvestro Castellini scriveva:
« È comune opinione, che quei pochi Cimbri, che vivi scamparono da tanta strage, si ridussero in questi nostri monti, ove ora sono li Sette Comuni; ed ivi nascondendosi, e salvandosi in quei valloni, e in quelle altissime selve, vi si fermarono, fatto disegno di non tornar più a casa; e talmente vi s'annidarono, che ancor oggidì vi son i loro posteri, i quali col linguaggio, che non è né italiano né tedesco, danno certo indizio della loro origine. 
E tanto più ci fa credere, e tener per certa questa opinione, quanto che fino al presente i detti abitatori conservarono il nome di Cimbria ad una contrada, la quale dissero che fosse la lor prima abitazione »
(Silvestro Castellini, Storia della città di Vicenza, tomo I, p. 64.)
Anche per lo storico veronese Scipione Maffei l'origine della lingua viene ricondotta ai cimbri dello Jutland:
« Abbiam quivi avvertito, come il linguaggio è tedesco, benché alquanto diverso dal più comune, e come vien pronunziato per ja, non per jo, e così in tutte le voci; con che si fa chiaro, non esser originato dalle provincie di Germania confinanti con questa parte, ma dalle remotissime, e adiacenti all'Oceano germanico »
(Scipione Maffei, Verona illustrata, vol. IV, p. 413.)
Ugualmente scriveva Marco Pezzo, in Dei Cimbri, veronesi e vicentini:
« E sapiamo noi, che nella Gozia, e nella Norvegia, e nella Svezia, e nella Danimarca (che dee chiamarsene il centro) e nei Bassi Paesi e nelle Isole Britanniche generalmente intendono questo nostro parlare, avegnacché abbian di lui un differente Dialetto »
(Marco Pezzo, Dei Cimbri, veronesi e vicentini, libro I, p. 60.)
Ancora recentemente Mario Rigoni Stern si riallaccia a tale filone ricordando come la toponomastica storica dell'altopiano dei Sette Comuni sia legata alla mitologia scandinava. 
Nella narrativa e nel folklore altopianese vengono inoltre spesso citate figure appartenenti alla mitologia norrena, e, come ricordato da Rigoni Stern, ancor oggi la maggior parte dei toponimi locali ha un significato etimologico legato alla mitologia vichinga.
In realtà uno studio genetico ha mostrato delle differenze significative tra gli attuali cimbri qui stanziati e le popolazioni della regione danese dell'Himmerland. 
Va comunque ricordato che un forte melting pot ha interessato ambedue le popolazioni nel corso dei secoli, inoltre l'analisi ha interessato solo un esiguo campione della popolazione (alcuni abitanti di Roana da parte Veneta). 
Ancora, non è chiara l'ascendenza dei cimbri antichi, se celtica o germanica.
È probabile che la tendenza di origine romantica abbia portato a cercare un'eredità remota non dimostrabile, fenomeno presente nell'Ottocento europeo ed ampiamente studiato per altre popolazioni.
Un'ipotesi sull'origine longobarda dei cimbri moderni venne avanzata nel 1948 da Bruno Schweizer e ripresa nel 1974 da Alfonso Bellotto e nel 2004 dal linguista cimbro Ermenegildo Bidese.
Tuttavia la maggioranza dei linguisti resta legata alla teoria della migrazione medievale.
La lingua cimbra (Zimbar) è un idioma di origine germanica diffuso in alcune zone del Veneto e del Trentino.
Alcuni sostengono che il nome della lingua derivi dagli antichi antenati degli attuali parlanti, cioè quei Cimbri sconfitti dai Romani nel II secolo a.C. 
Si tratta tuttavia probabilmente di un caso di omonimia, nonostante diversi storici antichi (fino allo scrittore contemporaneo Mario Rigoni Stern) vi facciano riferimento.
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I cimbri nella Serenissima
In seguito le migrazioni si fecero sempre più consistenti, anche da zone più vicine, come la Val Venosta.
Ancora sotto la Serenissima (la zona passò sotto Venezia nel 1405) il governo richiamò un gran numero di esperti minerari tedeschi che finirono per fondersi con i cimbri preesistenti. 
Invero, il termine "cimbro" compare solo nel XIV secolo, mentre prima di allora erano definiti genericamente "todeschi" e "teutonici".
La minoranza dei Sette Comuni conobbe per tutto il periodo veneziano un periodo di fioritura, essendo stata riconfermata larga autonomia alla Federazione. 
Per quanto riguarda i cimbri della Lessinia, nel 1403 venne inoltre istituito il Vicariato della Montagna dei Tedeschi detto anche della Montagna Alta del Carbon e, dal 1616 XIII Comuni Veronesi. 
Ebbero tuttavia minore autonomia rispetto ai Sette Comuni.
Nell'epoca d'oro, tra il Cinquecento e il Settecento, la popolazione cimbra contava circa 20.000 persone, con istituzioni che godevano di una certa autonomia amministrativa.
In questa epoca di massima estensione, erano totalmente o in maggioranza cimbre, le aree coperte dagli odierni comuni:
Provincia di Vicenza: Asiago (Slege), Roana (Robaan), Rotzo (Rotz), Gallio (Ghèl), Enego (Ghenebe), Foza (Vüsche), Lusiana (Lusaan), Conco (Kunken), Laghi, Posina (Posen), Valstagna, Valli del Pasubio, Recoaro Terme (Recobör, Rocabör o Ricaber) Altissimo, Crespadoro.
Provincia di Trento: Folgaria (Folgrait), Lavarone (Lavròu), Luserna (Lusern), Terragnolo (Leimtal), Trambileno (Trumelays), Vallarsa (Brandtal), Centa San Nicolò (Tschint, la toponomastica farebbe pensare piuttosto ad un'appartenenza all'area mochena), parte di Ala (la Val di Ronchi-Reuttal)
Provincia di Verona: Selva di Progno (Brunghe), Badia Calavena (kam' Abato), Velo Veronese (Veljie), Roverè Veronese (Roveràit), Bosco Chiesanuova (Nuagankirchen), Erbezzo (Bisan), San Mauro di Saline (San Moritz, Salain), Cerro Veronese (kame Cire), parte di Sant'Anna d'Alfaedo.
Provincia di Mantova: Insediamenti di Cimbri provenienti dalla Lessinia sono documentate nella frazione di Malavicina nel comune di Roverbella. I migranti provenienti da queste zone del Veneto del Cinquecento fondarono la frazione stessa e si stabilirono anche in altre zone della provincia tra cui Roverbella, Marmirolo, Goito e Castelbelforte.

 

 

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TAPUIO – GRUPPO ETNICO DEL BRASILE

Tapuio sono un gruppo etnico del Brasile che ha una popolazione stimata in circa 235 individui.
Parlano la lingua Yuruti e sono principalmente di fede animista.

Vivono nello stato brasiliano del Goiás, in special modo nelle riserve indigene Carretão I e II.
Tapuia indica in realtà un insieme eterogeneo di popolazioni; significa "non tupì" ed era usato dagli indigeni Tupì della costa per indicare i loro nemici delle foreste dell’interno, equivalendo in questo senso al termine greco “barbaros” ossia “straniero”, con accezione negativa.
Sembra che il termine sia stato usato per la prima volta dal cronista Gàndavo nel 1576. Sussiste l’ipotesi che la distinzione tra Tupì e Tapuia sia stata diffusa dai Gesuiti.
Quando i colonizzatori portoghesi si sostituirono agli olandesi, sterminarono i Tapuia.

 
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1876.02.01 – INDIANI SIOUX – IL GIORNO DELLA MEMORIA DEL GENOCIDIO IGNORATO DEI NATIVI

Il 1 febbraio 1876 gli Stati Uniti dichiararono guerra ai Sioux che non volevano abbandonare i territori dov'era stato scoperto l'oro.
E fu l'inizio del massacro culminato a Wounded Knee
Oggi cade l'anniversario di una dichiarazione di guerra troppo spesso ignorata o non considerata come tale. 
Il 1 febbraio 1876 il ministro degli Interni degli Stati Uniti d'America dichiarò guerra ai Sioux “ostili”, quelli cioè che non avevano accettato di trasferirsi nelle riserve, dopo che era stato scoperto l'oro nelle Black Hills, il cuore del territorio Lakota.
Come si potevano traferire migliaia di uomini, donne e bambini dalla terra dov'erano nati, in una stagione dell'anno in cui il territorio era coperto di neve?
Molti indiani pare neanche ricevettero l'ordine, in quanto impegnati nelle loro attività di caccia, lontano dalla propria residenza.
Quella dichiarazione di guerra del 1 febbraio fu l'inizio del massacro degli Indiani d'America, che culminerà con l'eccidio di Wounded Knee, passato alla storia grazie a canzoni, libri e film.
Sul finire del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, appresa la notizia dell'assassinio di Toro Seduto, partì dall'accampamento sul torrente Cherry, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. 
Il 28 dicembre furono intercettati dal Settimo Reggimento, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento sul Wounded Knee: 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, circondati da due squadroni di cavalleria e trucidati.
“Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown è il libro (anche film) che ha commosso generazioni di persone e ispirato cantanti di tutte le generazioni e latitudini, fino a Fabrizio De Andrè che compose la canzone “Fiume Sand Creek”, Prince e Luciano Ligabue.
Protagonista delle lotte indiane per 40 anni fu il Capo Nuvola Rossa (1822-1909) che si confrontò aspramente con l'agente governativo perché venisse rispettata l'autorità tradizionale dei capi indiani.
Nel 1888 invitò i Gesuiti a creare una scuola per i bambini Lakota nella riserva indiana, una scelta necessaria per mantenere il legame degli Indiani con la loro terra.
Pochi anni prima il governo aveva cercato di obbligare i bambini a frequentare una scuola “bianca” per essere “civilizzati” con risultati disastrosi per la cultura indiana.
Nuvola Rossa andò a Washington più volte di ogni altro capo indiano e rimane il leader più rispettato del suo popolo, insieme ad Alce Nero, noto per la sua forte carica spirituale.
Quest'ultimo aveva 13 anni nel 1876 ed era già impegnato nella causa, tanto che l'anno dopo andò a Londra per incontrare la Regina Elisabetta. 
Così racconta il massacro di Wounded Knee: «Brillava il sole in cielo.
Ma quando i soldati abbandonarono il campo dopo il loro sporco lavoro, iniziò una forte nevicata.
Nella notte arrivò anche il vento. 
Ci fu una tempesta e il freddo gelido penetrava nelle ossa.
Quello che rimase fu un unico immenso cimitero di donne, bambini e neonati che non avevano fatto alcun male se non cercare di scappare via».
I Sioux, che preferiscono chiamarsi Dakota o Lakota, sono la principale tribù degli Stati Uniti, con 25.000 membri.
Ora vivono in riserve nei loro antichi territori.
Continuare a raccontare la loro storia (pochi giorni fa è stata la Giornata della memoria) è un modo per non dimenticare di cosa è stato capace l'uomo nel corso della storia e fare in modo che episodi simili non si ripetano.
 
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