0757-0764 – IL SESTO DOGE – DOMENICO MONEGARIO

Era di Malamocco.
Da questo momento in poi il doge, che da sempre si circondava di vescovi e abati, fu affiancato da due tribuni, eletti annualmente; essi avevano lo scopo di aiutarlo nelle sue funzioni, ma in effetti cominciavano a limitarne i poteri.
L’aristocrazia veneziana aveva già cominciato a sentire il bisogno di affiancare al doge qualcuno che ne limitasse i poteri: in questa nomina c’è l’origine di quello che fu poi il Minor Consiglio.
I due tribuni-consiglieri aiutavano il doge ad amministrare la giustizia civile, ma anche quella criminale e ciò significa, implicitamente, che essi in qualche modo limitavano l’arbitrio del capo del Dogado, tanto è vero che in seguito (1130) si trasformarono in tribuni-consiglieri-controllori.
Per contro s’instaurò la tendenza a rendere ereditario il ducato mediante la nomina da parte del doge di un co-reggente.
Gli storici attuali preferiscono non dare troppo credito alle cronache, che spiegavano le violenze con la contrapposizione tra un partito filo-longobardo e uno filo-bizantino, ovvero tra una fazione di proprietari terrieri, con base a Eracliana, e una di mercanti, radicata a Malamocco.
È probabile che la questione fosse decisamente più complessa: si noti infatti che questa è la fase di transizione tra la decadente amministrazione bizantina, rappresentata dai tribuni, e l'autorità del doge, sempre più accentratrice e indipendente.
Monegario, così com’era accaduto ai suoi due predecessori, fu deposto a furor di popolo e abbacinato perché, sentendosi limitato dai due tribuni, aveva cercato in tutti i modi di ritornare alla primitiva, assoluta gestione del potere.
Sul fronte estero, il Ducato partecipava al clima di incertezza dovuto all'indebolimento dell'autorità bizantina nella penisola italica e nella Cisalpina, dalla quale, almeno formalmente, continuava a dipendere.
 
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