ATTUALITA

1956.10.23 – LA RIVOLTA UNGHERESE

La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come Insurrezione ungherese o semplicemente Rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietica scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Inizialmente contrastata dall’ÁVH ungherese (Államvédelmi Hatóság, ‘Autorità per la Protezione dello Stato’) venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche.
Morirono circa 2.652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. 
La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.
Il Partito comunista ungherese approfittò della Prima Conferenza mondiale dei partiti comunisti, che si tenne a Mosca nel novembre 1957, per far votare la condanna a morte di Nagy da tutti i dirigenti comunisti presenti, fra cui Maurice Thorez e Palmiro Togliatti, con l’unica eccezione del polacco Gomulka. 
Nagy fu condannato a morte e impiccato il 16 giugno 1958.
Palmiro Togliatti disse: “È mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della cività tutti i popoli“.

Giorgio Napolitano ex Presidente della Repubblica italiano, (nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI) condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi.
L’Unità arrivò persino a definire gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori” giustificando l’intervento delle truppe sovietiche sostenendo invece che si trattasse di un elemento di “stabilizzazione internazionale” e di un “contributo alla pace nel mondo“.
Luigi Longo sostenne la tesi della rivolta fascista: “L’esercito sovietico è intervenuto in Ungheria allo scopo di ristabilire l’ordine turbato dal movimento rivoluzionario che aveva lo scopo di distruggere e annullare le conquiste dei lavoratori…“.
 
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1961-2011. RICORDARE PER NON DIMENTICARE ED EVA KLOTZ RISCHIA LA DENUNCIA PER VILIPENDIO

Lo stato straniero italiano non vuole che si ricordino i gravi episodi di aggressione e occupazione della "notte dei fuochi" perpetrati contro il Popolo Tirolese.
Oggi questo stato canaglia e aggressore minaccia ancora una volta gli aggrediti come se le sue responsabilità non esistessero.
All'epoca, fu fatto un processo con magistrati italiani giudicanti forze dell'ordine italiane per giudicare gli atti di aggressione contro il Popolo Tirolese… un processo che non poteva finire se non nel modo che è stato…nessun responsabile, nessuna condanna.
Fuori l'italia dalla Nazione Tirolese, W il Popolo Tirolese.
 
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1965.02.23 – MUORE ARTHUR STANLEY JEFFERSION – STANLIO

Se qualcuno di voi piangerà al mio funerale, non vi parlerò mai più”.
Arthur Stanley Jefferson, a tutti gli appassionati del mondo noto come Stan Laurel, “Stanlio”, nel nostro Paese, morì cinquant’anni fa.
Alle 13,45 del 23 febbraio 1965, ricorda Wikipedia, a 74 anni, nella sua suite, la 203, nell’Hotel Oceana a Santa Monica, dove viveva da alcuni anni.
Si era trasferito lì con la moglie, pochi mesi dopo la scomparsa, il 7 agosto del 1957 del suo amico e partner d’una vita di cinema e spettacolo, Oliver Hardy, “Ollio”, tanto per rimanere nelle traduzioni italiane.
“Stanlio e Ollio” sono parte della storia del cinema, anzi furono e rappresentarono un certo meraviglioso, sereno, sognante cinema d’altri tempi che, guarda caso, oggi riscopriamo  con nostalgia, e non solo negli spezzoni “fiume” trasmessi nelle festività comandate.
Stan era nato a Ulverston, una città dell’Inghilterra settentrionale, in Cumbria, il 16 giugno del 1890 ed era stato, come noto, attore, comico ed anche regista, produttore cinematografico e sceneggiatore.
Una personalità creativa, eclettica che aveva l’arte nel suo stesso bagaglio genetico.
Il papà Arthur J. Jefferson era a sua volte artista e impresario, la madre, ricordano le note sulla sua vita, Madge Metcalfe, era a sua volta attrice drammatica.
La personalità del giovanissimo Stanley si fece notare subito.
Dopo una serie di esperienze in palcoscenico entrò nel 1909 nella compagnia di Fred Karno.
Lo scriviamo perché gli attori di Karno avevano come "capo" un certo Charlie Chaplin.
I due, Stan e Charlie, avevano un anno di differenza.
Insieme divisero oneri e onori di un paio di tournee teatrali nel 1910 e nel 1912 e pure le camere d’albergo.
Il successo arrivò, clamoroso, narrano le cronache, quando Chaplin non accettò un ruolo, quello principale di “Jimmy the fearless”.
Stan ebbe la parte e alcune serate trionfali.
Il resto della favola bella, amara e difficile, come la vita, di Stan è noto: conobbe una bella cantante australiana, Mae Dahlberg, e con lei elaborò una nuova versione artistica del suo cognome.
Non più Jefferson ma “alloro”, pare scelto a caso da un volume.
Appunto, in inglese “laurel”.
Stan “alloro” poco dopo, a Los Angeles, ebbe il suo primo film.
Era il 1917.
Nel corso degli anni girò diversi film (anche con Larry Semon, in Italia meglio noto come ‘Ridolini’) e, dicono i vari resoconti, risultò molto divertente.
Sono i tempi dei sodalizi vincenti, di “The lucky dog”, delle Stan Laurel Comedies,  degli Hal Roach Studios.
Sono anni ruggenti.
Comicità e creatività, anche a livello di montaggio e creazione di gag, andavano di pari passo.
Le prime parti in coppia con Oliver Hardy arrivarono in quel periodo.
Il primo film girato insieme fu Duck Soup, nel 1927, ma ancora senza quei ruoli che avremmo conosciuto più avanti, per lo meno, non così definiti.
Aneddoto interessante, Stan non voleva fare coppia fissa, inizialmente, con Oliver: ormai preferiva dedicarsi al ruolo di regista.
Forse meditava anche di lasciare la recitazione.
Non andò del tutto così e, dal 1927 in avanti, quando i rispettivi ruoli divennero chiari, in scena, fu un vero e proprio trionfo.
Ricordi legati a un ritornello?
Come non ricordare il “cuckoo song”, la "loro" canzone che ne accompagnerà per sempre l’evocativa entrata in scena?
Grazie a Marvin Hatley le musiche ce li consegneranno per l’eternità e saranno all’infinito il ritmo evocativo della loro comicità.
Stanlio e Ollio attraversarono una intera epoca e dalle persone furono amati.
Eccoli nella Grande Depressione, durante la Seconda Guerra Mondiale, influenzeranno con il loro stile modi di dire e costumi, riti e gestualità.
Furono l’epoca, la loro, crearono i presupposti per la comicità di oggi, rimasero e rimarranno per sempre inimitabili.
Allora, prima di levarci a nostra volta la bombetta dal capo e rendere doveroso omaggio a Stan e, è ovvio, anche al romantico, dolcissimo Olly, “Babe” per gli amici, pensiamo giusto ad alcuni film fra gli innumerevoli che li videro protagonisti un tempo e oggi delle nostre favole belle.
Fra Diavolo, ad esempio, Il Compagno B, Avventura a Vallechiara, Gli allegri imbroglioni, I Diavoli Volanti, Noi  siamo le colonne, I due legionari. Così, giusto per citare e ringraziare per averci rasserenato, fin da bambini, nei mille giorni della vita che appena scoprivamo.
Restiamo qui, come per ogni lieto fine che si rispetti, a guardare lontano, un po’ stupefatti e tristi, “gli asini che volano nel ciel”.
E forse, se ci sforziamo un poco, li vediamo davvero.
“…Sento che è guarito il cuor dall'estasi d'amor…”.
Grazie per tutta questa poesia e il sorriso pulito che ci avete regalato.
God bless all clowns.

Tratto da (CLICCA QUI)


 

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1973.09.11 – IL PRESIDENTE DEL CILE SALVADOR ALLENDE VIENE TRUCIDATO DAL GOLPISTA PINOCHET

Tratto da un post di Andrea Gheller
11 settembre brutta data vero?
…no non mi riferisco alla mezza farsa delle torre gemelle…mi riferisco al 11 settembre del 1973!!
Quando il compagno Salvador Allende presidente fantastico del Cile democratico venne trucidato dalla soldataglia di quel delinquente assassino di Pinochet protetto dai nostri "amici" amerikani!!!
Comicia cosí un viaggio nella barbarie durato molti anni con migliaia di morti democratici cileni…ma questa storia è meglio non saperla vero? Meglio ricordare il 2011 fa più comodo!
Onore al presidente Allende morto da uomo con il fucile in mano dentro il palazzo presidenziale!!
 
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1987.10.15 -THOMAS SANKARA UN UOMO DA RICORDARE

15 ottobre 1987 – 15 ottobre 2016Thomas Sankara, il "Che Guevara" africano ucciso nella terra degli uomini integri
Veniva assassinato oggi Thomas Sankara, rivoluzionario, leader e primo Presidente del Burkina Faso.
Dedicò la sua vita alla lotta per eliminare la povertà.
Un UOMO da cui trarre esempio e che vale la pena ricordare.

Thomas Sankara, il "Che Guevara" africano ucciso nella terra degli uomini integri

Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dall'agosto del 1983 al 15 ottobre del 1987, è uno di quei personaggi di cui pochi conoscono l'esistenza. Eppure  –  oggi che ricorre il 28° anniversario della sua uccisione – vale la pena ricordare chi è stato e quanto la sua scomparsa abbia pesantemente inciso sui ritardi nella crescita civile, democratica ed economica dell'intero continente africano.
 
L'agguato.
Ouagadougu, ore 16,30 di giovedì 15 ottobre del 1987.
La sessione straordinaria del Consiglio Nazionale della rivoluzione del  Burkina Faso sta per avere inizio nel salone di un edificio – vetro e cemento – che si trova in un complesso nell'immediata periferia di Ouaga, come la chiamano gli abitanti della capitale.
Il breve corteo di auto nere che accompagna Thomas Sankara,  38 anni, giovane presidente della Repubblica, un militare dai profondi sentimenti democratici, abbandona la strada asfaltata e s'immette su un breve tracciato di terra rossa per raggiungere la recinzione che circonda l'edificio.
Sull'auto, appena girato l'angolo, sono già puntate le armi dei suoi assassini.
Non c'è scampo per nessuno.
Dagli arbusti attorno alla costruzione viene lanciata una granata contro il corteo di Renault.
Viene colpita l'auto con a bordo il presidente.
A morire sul colpo sono il suo addetto stampa, Paulin Bamoumi e Frederic Ziembie, consigliere giuridico.
Thomas Sankara è ferito e viene trascinato dalle guardie del corpo sotto il pergolato dell'edificio, da qui gli uomini della scorta reagiscono sparando verso i cespugli dai quali è partita la bomba.
Ma si accorgono subito che non c'è scampo per nessuno.
L'edificio è circondato da gente che lancia granate verso l'edificio.
Sankara trova addirittura la forza per alzarsi in piedi, ma viene letteralmente falciato da una raffica di Kalashnicov.
Morirà steso a terra, in un lago di sangue, dopo più di mezz'ora d'agonia, mentre attorno il commado finisce la strage, sparando a tutto ciò che si muove.
Le sue parole pesanti al mondo occidentale.
La storia recente dell'Africa ha nella morte di Sankara  –  nonostante sia rimasto alla guida del suo paese solo 4 anni  –  il punto di svolta, il momento in cui è stato dirottato il corso degli eventi dell'intero continente.
Del resto, come poteva durare a lungo uno così?
Sankara (il Che Guevara africano) aveva cambiato nome al suo paese, da Alto Volta a Burkina Faso (la terra degli uomini integri) e non perdeva occasione per andare in giro a dire cose come queste: "Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato.
E allora, cos'è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora 'pruritì imperiali?.
Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari.
Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori.
Se però paghiamo, saremo noi a morire.
Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato".
 
La trama di Campaoré.
Nessuno tra quanti si sono incaricati di scrivere la storia recente del Burkina Faso ha escluso che dietro il violento colpo di Stato e l'omicidio di Sankara ci fosse la mano di Blaise Compaoré, salito al potere proprio il giorno stesso dell'uccisione del giovane presidente (il 15 ottobre 1987) e rimasto in carica  –  ininterrottamente  –  fino al 31 ottobre dell'anno scorso.
Compaoré si è sempre rifiutato di autorizzare un'inchiesta sulle circostanze che hanno portato alla morte il suo predecessore.
Il ruolo delle forze nell'ombra.
Naturalmente, il "gioco" sanguinoso che lo ha portato al potere, Campaoré non lo ha gestito da solo.
Hanno dato sicuramente una mano le zone oscure dei servizi segreti di paesi ex coloniali, di nazioni confinanti e persino di criminali ricercati dalle polizie di mezzo mondo, come Charles Taylor, il mercenario senza scrupoli,  l'uomo che ha alimentato il conflitto civile in sierra Leone per il controllo delle miniere di diamanti, al soldi di chissà chi, e che dal 1991 al 2001 ha paralizzato il paese, provocando 50.000 morti e accusato di omicidi, stupri, amputazioni, reclutamento di bambini soldato.
Sepolto in fretta e furia.
A Thomas Sankara venne data sepoltura in fretta e furia la sera stessa della sua morte.
La sua salma riposa a Dagnoën, dentro una tomba sbrecciata e senza fiori, in un quartiere nella zona orientale di Ouagadougou.
Ancora oggi, sia la famiglia che i suoi numerosi e disorganizzati sostenitori, non credono che il suo corpo di Thomas Sankara si trovi davvero lì.
E questo spoega forse in parte il fatto che la tomba appare oggi desolatamente disadorna e semi abbandonata.
 
Il sogno interrotto di Sankara.
Ecco, il quadro nel quale il "Che Guevara africano" è stato eliminato era questo: da una parte, il suo coraggio, la sua vitalità rivoluzionaria nel voler cambiare volto all'Africa, il suo pragmatismo maturato nella carriera militare e la sua incerta dimestichezza con la diplomazia; ma dall'altra, la morsa invisibile degli interessi rapaci dei potentati economici internazionali che continuano a depredare il continente con la complicità di leadership locali, che gravano sull'intero continente.
Si è temuto insomma che l'equilibrio post coloniale potesse essere messo in discussione, sebbene da un paese come il Burkina, che non ha mai fatto gola a nessuno, tanto assenti sono ricchezze naturali degne di nota. Il disegno eversivo si è dimostrato comunque lungimirante, perché l'Africa è ancora lì, con i suoi Pil in crescita, qua e là, con alcuni incoraggianti segnali di crescita a macchia di leopardo. Ma il vero riscatto, quello sognato da Sankara, quello appare al momento ancora assai lontano all'orizzonte.  
Articolo tratto da (CLICCA QUI)
 
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1992.05.23 – MUOIONO GIOVANNI FALCONE, LA SUA COMPAGNA E LA SCORTA

23 maggio 1992 il Magistrato Giovanni Falcone la sua compagna e tutta scorta vengono fatti letteralmente esplodere da una montagna di tritolo dalla mafia.
La strage di Capaci fu un attentato messo in atto da Cosa Nostra in Italia, il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci nel territorio comunale di Isola delle Femmine, a pochi chilometri da Palermo.
Nell'attentato persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
Gli unici sopravvissuti furono Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Giuseppe Costanza.
 
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GIOVANNI FALCONE« La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »
Giovanni Falcone
Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano.
Fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta nella strage di Capaci per opera di cosa nostra.
Assieme al collega e amico Paolo Borsellino è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia, anche a livello internazionale.
AGENTE VITO SCHIFANI - SCORTA DI FALCONE - ASSASSINATO DALLA MAFIAVito Schifani (Palermo, 23 febbraio 1965[1] – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente di Polizia italiano.
Agente della scorta di Giovanni Falcone, venne ucciso nella strage di Capaci.
Era al volante della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo.
Al suo fianco stava l'agente scelto Antonio Montinaro, sul sedile posteriore l'agente Rocco Dicillo; Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, sulla quale viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo.
Nell'esplosione, avvenuta sull'Autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono sul colpo, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza.
Schifani aveva 27 anni e lasciò la moglie Rosaria Costa, 22 anni e un figlio di appena 4 mesi. Quando, nella camera ardente allestita a Palazzo di Giustizia a Palermo, il Presidente del Senato Spadolini si avvicinò alla vedova, lei gli disse: « Presidente, io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola. »
Le parole che poi Rosaria pronunciò ai funerali del marito, di Falcone, della Morvillo e del resto della scorta fecero presto il giro dei notiziari per la disperazione ma anche lucidità che ne traspariva:
« Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…
Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare…
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore… »
AGENTE ROCCO DI CILLO SCORTA DI FALCONE - UCCISO DALLA MAFIA(Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore, Milano, 2009, pag. 367.)
Rocco Dicillo (Triggiano, 13 aprile 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente scelto di Polizia italiano.
Agente della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.
Dicillo viaggiava sul sedile posteriore della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo.
Rocco Dicillo è seppellito nel cimitero di Triggiano, suo paese natale, dove gli sono state intitolate una piazza e una via.
ASSISTENTE ANTONIO MONTINARIOAntonio Montinaro (Calimera, 8 settembre 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un poliziotto italiano.
Assistente della Polizia di Stato, era il capo della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.
Montinaro aveva 30 anni e lasciava la moglie Tina e due figli.
Tina Montinaro è una delle promotrici dell'associazione vittime di mafia, e da anni gira l'Italia per parlare del sacrificio di suo marito e della necessità della lotta alla mafia.
In sua memoria il Comune di Calimera ha intitolato una piazza ed eretto un piccolo monumento costituito da un masso estratto dal luogo dell'attentato e da un albero di mandarino di Sicilia.
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2011.02.08 – ABROGATA PER ERRORE DAL GOVERNO L’ANNESSIONE DEL VENETO ALL’ITALIA

Dopo il passaggio delle competenze sul Canal Grande spunta un altro caso. Nel «taglianorme» finisce anche il decreto regio del 1866
VENEZIA – Ci hanno provato raccogliendo firme per complessi referendum separatisti, ci hanno riprovato processando la Repubblica italiana in piazza – e condannandola ovviamente – e hanno perfino comprato terreni su terreni alle pendici dei monti per dichiarare indipendente un’intera vallata del bellunese.
Hanno perfino costituito bande armate e hanno sfidato la prigione arrampicandosi sulla cima del campanile di San Marco, entrando in piazza con un carro armato. Mai nessun indipendentista però avrebbe pensato che fosse proprio Roma a regalare l’indipendenza al Veneto. Continue reading
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2011.02.18 – MOVIMENTO SUDTIROLEXE PA LA LIBARTA’

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El Movimento Sudtirolexe pa la Libartà – Aleànsa Lìbara pa el Sud Tiròl "Libartà Sudtiroléxe la xé na aleànsa libaràl – patriòtega ca la dimànda el dirìto l'autodeterminasiòn pal Pòpolo Tiroléxe.

La nòstra Tèra, la xé sòto ocupasiòn dal 1918, ocupà da el stàto taliàn e nàltri a sevitémo conbàtar sta situasiòn d’einjustìsia. Na ròba fa 350 mila tirolìxi de lengoa màre jermànega li vìve in sto teritòrio ocupà da la itàlia e li sèvita lotàr pa mantignìr tradisiòn e costumànse.

Mantignìr coltùra e tradisiòn còntro on stàto stranièro a xé na gràn sfìda. La itàlia la xé deso rente el colàso econòmego e drìo ànca la nòstra tèra, ca la xè rìca, ma ca la sòfre sòto l'incapasità de el stàto taliàn. Segon el nostro sentìr, l'ònega salvèsa la xè la independensa de la nostra tèra da el stàto taliàn.

Inte el 1918, dòpo la 1° goera mondiàl, l'exèrsito taliàn el ga invadesto e ocupà la parte meridionàl de la rejòn Ostrìaca del Tiròl, contro el volèr del presidente Mericàn Woodrow Wilson, ca el gheva dichiarà inte i so coatòrdexe pònti, ca i confìni de la itàlia li gavarìa da èsar sta segnà dài confìni de Pòpoli definìi e ricognosòbili.

Ma el tratà secrèto de Lòndra, co che la itàlia la ga inganà i aleà, el garantìva el "confìne del Brènnero". Sto confìn el divide ncòra ancò el Tirol. El goerno taliàn fasìsta el ga dòpo fèsto patìr la deportasiòn e l'opresiòn al Pòpolo tirolexe. Hitler el gheva concordà co Musolìni l'exìlio dei Tirolìxi, e pa sta raxòn ògni propaganda in favòr del Pòpolo tirolexe la xèra sta proibìa in Jermània e Ostria. Fasìxmo e Nasionàlsolsialixmo li xè i bechìni de la nostra Nasiòn. A no toleremo pì gnisòn estremìxmo polìtego.

Pa consegoensa, i ga sarà le scòle todesche e i ga proibesto de rivèrxarle. I ga italianixà tùti i nòmi todèschi, fin le prìe dei simitèri, e ancò la toponomastega fasìsta la vien ncòra doparà. Ghe xè fìn ncòra i monumìnti fasìsti, mantignìsti co i nòstri schèi. I polìteghi taliani fa l'ex mininstro dèi èstari Gianfranco Fìni, presidente del partìto nèofasista (deso PDL) li mantièn serimònie soleni a la memòria dei soldà fasìsti sòto el "Monumento alla Vittoria" de Bolzàn, capitàl del Sud Tirol.

Sta xènte taliàna la festèja la vitòria contro el nòstro Pòpolo, na vitòria ca storegamente no la xé militàr, parchè fìn dela 1° goèra mondiàl gnànca on soldà taliàn el xèra intrà in Sud Tiròl. L'exèrsito taliàn el ga ocupà el nòstro teritòrio traverso la diplomasìa, traverso le buxìe e i tradimìnti e gnànca co na vitòria militàr fa a vorìa fàr crèdar el "Monumento alla Vittoria".

Ancò, inte el tènpo dei dirìti omàni e de le libartà, el nòstro Pòpolo no el ga gnancòra risevesto el dirìto de autodeterminasiòn. Volemo cusì on referendum a ndo a se dimande al Pòpolo sudtirolexe sa el vol restàr sòto dominasiòn taliàna o tornàr èsar indepandente. El stàto taliàn el ne ga mài parmetesto on refarendum. Libartà pa el Sud Tirol ca no el xé mai stà e mai el sarà itàlia.

Nàltri tolemo exènpio dai prinsìpi dei dirìti omàni. Le nòstre desixiòn le va drìo i prinsìpi del dirìto e de la justìsia.

I nostri obietìvi prìmi a li xé :

1. Autodeterminasiòn

El dirìto l'autodeterminasiòn dei Pòpoli el xè pàrte de l'artìgolo nòmaro on dèi pàti so i dirìti dei omàni e pa sta raxòn espresiòn de libartà ca ògni Pòpolo el pòl rivendegàr. La divixiòn del Tiròl e l'anesiòn del Sud Tirol a el stàto taliàn le xè de le violasiòn dela raxòn e dela legalità, e pi de tùto de la volontà de on Pòpolo. Dal momento de l'invaxiòn taliàna, el Sud Tirol el ga dovesto patìr l'estinsiòn e ancò no el ga gnancòra garansìe pa poder mantignìr la so coltùra e léngoa. El nòstro Pòpolo, el xè na minorànsa inte on stàto forèsto e l'autonomìa da ela sòla no la bàsta mìa pa salvàrlo da l'asimilasiòn e italianixasiòn forsà. Pa sta raxòn, l'ònego metodo ca el podarà risòlvar sta situasiòn, a xé on referendum ca el podarà parmetar de risolvar la chistiòn sudtiroléxe.

2. Nasiòn

Dirìto a la lengoa natìva (màrelengoa). La lengoa natìva el xé l'elemento de identità colturàl nòmaro òn, pa sta raxòn el xè on dirìto fondamentàl. Masa òlte, el stàto taliàn el fà mùro o no vol doparàr la lengoa Tiroléxe, ànca còntro le normatìve del statùto autònomo spesiàl. Pa sta raxòn, se ga da aplegar contròli sevèri so i concòrsi e asegnasiòn de laòri piòveghi e restrisiòn e sansiòn in càxo de violasiòn del dirìto a la màre lengoa. No se tràta de provocasiòn, ma de fàr rispatàr on dirìto. Isteso vàl pa el Pòpolo Ladìno.

3. Na Euròpa pluralistega

Ancò, l'Euròpa la xé ncòra na organixasiòn de stàti e no na comunità de Popoli e de rejòn. L'Europa no la pol restàr na uniòn de stàti fòrti e onifòrmi. La richésa e forsa de l'Europa la xè la pluralità de lengoe e de coltùre. Pòpoli e grùpi etneghi de dimensiòn picenéte li podarà sopravìvar sa a se sarà bòni ricognòsar el valòr de sta richèsa e ca la diversità no la xé na minàsa, ma on valòr.

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2011.02.21 – LA PROTESTA DELLE DONNE

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LETTERA APERTA AI GIORNALI LA PROTESTA DELLE DONNE

 Abbiamo da poco assistito alla sfilata delle donne che vogliono reclamare la loro presunta dignità perduta, a causa del comportamento del Presidente del Consiglio. Le stesse donne che in molte altre occasioni hanno sfilato e urlato recriminando la libertà sessuale all’insegna del motto “il corpo è mio e ne faccio quello che voglio io!” vale a dire: “lo offro a chi mi pare e piace”, dopo aver provocato e sedotto gli uomini con mille astuzie, anche con denunce e risarcimenti da capogiro, se qualche sprovveduto non gradito finisce per abboccare troppo facilmente all’amo delle loro raffinate “trappole” femminili! quelle donne che hanno voluto e vogliono aborto e pillole abortive, con uno sterminio di milioni di bimbi innocenti in Italia e nel mondo. Le stesse donne che sono a favore dei matrimoni gay e delle adozioni di poveri bambini, quando solo il 5 % delle coppie regolari riesce ad avere un bimbo.. Hanno sfilato le stesse donne che sono a favore del “gender” che prevede la possibilità di cambiare sesso e di accoppiarsi a piacere con uno o più partner sia omo, che etero, che trans, o altro, dando in tal modo la possibilità anche ai loro figli adolescenti, ai loro mariti, di assecondare le loro “tendenze sessuali”, ora in un verso, ora in un altro, ora tutti insieme, per una maggior “fruizione personalizzata del sesso”, diventata ormai la cosa più importante e prioritaria “da legalizzare” sul nostro pianeta, più del problema della fame nel mondo. Per finire si tratta delle stesse donne che urlano in favore dell’eutanasia, dei divorzi rapidi, della droga libera e gratuita, e chi più ne ha più ne metta. Quando mai queste donne hanno alzato la loro voce, ad esempio, contro la schiavitù delle donne islamiche, contro l’infibulazione che praticano clandestinamente anche qui da noi, contro la lapidazione, contro il burka, contro la donna-proprietà del marito che può essere ripudiata subito senza riasrcimento, senza pietà; chi di queste donne ha protestato contro chi uccide la propria figlia perchè veste alla occidentale? Silenzio assoluto dal mondo femminile occidentale che invece, guarda caso, sa trasformarsi in uragano quando si tratta di criminalizzare uno solo dei tantissimi festini più o meno leciti che avvengono purtroppo ogni giorno in ogni città d’Italia! O forse, care donne, pensate che basti conoscere la nostra lingua per far parte della nostra cultura? Di quella cultura cristiana che viene ormai continuamente disprezzata e calpestata, proprio quella cultura che ci ha resi liberi di compiere anche il male! Si, perché il cristianesimo è innanzitutto libertà di coscienza, sia nel bene che nel male, ma quando la si usa per il male, allora, anche se il mondo apparentemente applaude nella sua quasi totale perversione, sta di fatto che prima o poi ciascuno di noi dovrà fare i conti con la propria coscienza e con Dio, Giusto Giudice, anche della nostra coscienza personale, e non occorre aspettare l’aldilà: basta vedere quanta infelicità, odio, disperazione… albergano ormai nel cuore di quasi tutti gli uomini e le donne che hanno rifiutato l’amore di Dio per assecondare i loro capricci e le loro perversioni!
patrizia.stella@alice.it

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2011.02.22 – FABIO PADOVAN: L’IMPRENDITORE E LA SUA GUERRA ALL’ITALIA

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"Il Veneto è tornato libero": in busta paga 100 euro ai dipendenti per l’errore di Calderoli.
Fabio Padovan, spalla e mano fracassate nei sit-in, 19 processi in 20 anni, mai interrogato dai magistrati
Pensi: toh, s’è convertito.
Infatti sul tetto dello stabilimento sventola il tricolore, anche se accanto, in posizione leggermente sopraelevata, garrisce al vento il vessillo rosso e oro della Serenissima e svetta un capitello con sopra il Leone di San Marco.
«La bandiera cambia a seconda della nazionalità dell’ospite », ci tiene a chiarire Fabio Padovan, «e oggi l’ospite è lei, un italiano.
Fosse arrivato ieri, avrebbe trovato quella dell’Ecuador, perché c’era in visita una delegazione proveniente dall’America Latina».
No, non s’è convertito.
Il titolare della Otlav (Officine tornerie lavorazioni articoli vari) resta in guerra con lo Stato, come da vent’anni a questa parte, e se fossi venuto qui, nella zona industriale di Santa Lucia di Piave (Treviso), solo una settimana fa, ne avrei avuto una prova ancora più plastica: parcheggiato davanti alla fabbrica c’era il tanko usato dagli otto serenissimi per espugnare il campanile di San Marco il 9 maggio 1997, nel bicentenario dell’invasione napoleonica che affossò l’ultramillenaria Repubblica di Venezia.
Il leggendario mezzo blindato è stato il regalo per i 55 anni di Padovan, festeggiati con le maestranze e gli insorti.
ll tanko è rimasto sul piazzale della fabbrica per quattro mesi, venerato come una reliquia da una processione di pellegrini muniti di macchina fotografica.
D’altronde l’imprenditore è stato fra i più munifici sottoscrittori che hanno partecipato alla colletta per riscattare il mezzo blindato sequestrato dall’autorità giudiziaria e ora restituito a Flavio Contin, El Vècio del commando: 6.674 euro.
«All’asta hanno partecipato tre cordate, una anche della polizia di Stato, che avrebbe voluto esporlo nel proprio museo come corpo del reato».
Quando c’è di mezzo la libertà del suo Veneto, il proprietario della Otlav non bada a spese.
Da qualche giorno è particolarmente euforico per l’inedita situazione creata dal ministro della Semplificazione normativa, che nel suo furore iconoclasta ha rottamato senza volerlo un’appendice dell’Unità d’Italia.
Lo si desume dalla mail inviata al direttore amministrativo, Giovanni Tonon, e per conoscenza a tutti i dipendenti.
Oggetto: «Independensa ». Testo: «Tutti sapete come la penso. Ora, per un errore del ministro Roberto Calderoli, è stato formalmente abrogato il Regio decreto 3.300 del 4 novembre 1866, che sanciva la sottomissione di Mantova e della Repubblica di Venezia al Regno d’Italia.
Anche questo doveva capitare nella mia vita.
Il Veneto è indubbiamente e formalmente indipendente.
Adesso si dice che lo Stato italiano può far valere il diritto di usucapione nei confronti dei territori del Veneto.
Mi sembra pazzesco che uno Stato usucapisca un altro Stato, ma tant’è.
Dopo averci dormito su bene, in assoluta serenità d’animo, ho deciso che voglio dare un piccolo segnale di questo evento, che per me è comunque storico, per altri è una cazzata.
Desidero che resti il ricordo del “Giorno de l’Independensa veneta” dalla famelica lupa italica.
Quindi, Tonon, nella prossima busta paga inserisca un bonus di 100 euro.
Grazie».
Esborso a parte, ha festeggiato l’indipendenza conquistata per errore anche con un carosello di auto che, partito da Conegliano, ha toccato Asolo, Treviso, Spresiano, Montebelluna, Pieve di Soligo.
Padovan, cinque figli, laureato in economia e commercio, fondatore e presidente della Life (Liberi imprenditori federalisti eu­ropei), già deputato leghista in odore d’eresia, organizzatore delle ronde antifisco e di memorabili scontri con la Guardia di finanza che gli hanno lasciato una lunga cicatrice sull’omero, prende tutto così: di petto.
Né può essere diversamente, visto che nella vita s’è fatto guidare sempre e solo dal cuore.
Non dalle braccia: l’arto destro, deformato, è più corto del sinistro di qualche centimetro e tenuto su da una vite in titanio da quando gli aprirono la spalla durante un sit-in di protesta.
Non dai pugni: le forze dell’ordine gli fracassarono la mano sinistra con una manganellata.
Non dai muscoli: già mingherlino, perse 18 dei suoi 78 chili nelle tre settimane di sciopero della fame e della sete per far cacciare Anna Mazza, vedova del camorrista Gennaro Moccia, che era stata inviata in soggiorno obbligato a Codognè, «e da allora il mio metabolismo è cambiato per sempre».
O forse è cambiato anche perché, raccontano, per 12 anni s’è astenuto dal cibo il 20 d’ogni mese, un ex voto che pare abbia guarito dal cancro una persona cara.
Il cuore di Padovan pulsa in ogni angolo della sua avveniristica fabbrica, a cominciare dal casolìn , lo spaccio interno dove a turno quattro operaie sovrintendono allo scambio di capi d’abbigliamento usati fra i dipendenti e alla consegna della frutta biologica di stagione portata dai contadini di Breda di Piave, «perché questa è una grande fami­glia ». Sul portone ha fatto incidere un versetto in latino dal Libro di Giobbe , «Vita hominis militia est», e una frase in italiano, «Hai una pos­sibilità », «questa è mia, per ricordare che tutti sbagliano e hanno dirittoa un’occasione di per­dono ».
I carrelli elevatori, grandi tre volte rispetto ai normali muletti, sono guidati da raggi laser, girano per la fabbrica da soli, avanzano, indietreggiano, svoltano, caricano, scaricano, evitano gli ostacoli, robot insomma, che però recano dipinti sul muso nomi e soprannomi di cristiani, «si chiamano Ri­no, Ciano, Venanzio e Artemio, erano i carrelli­sti che sono andati in pensione, Artemio purtroppo è già morto, e i suoi tre compagni, quando hanno visto che li avevamo ricordati così, si sono messi a piangere come bambini ». Un altro robot posiziona i pezzi, «un paiasso dentro ’na gabia zala », ride Padovan, «Hic est Bagonghi» avverte un cartello,su calco dell’ «Hic sunt leones» dell’antica Roma e dal nome di un celebre clown, un pagliaccio dentro una gabbia gialla che però costa 600.000 euro.
«L’80% dei macchinari è progettato da noi, sforniamo una media di 12 brevettilanno, un lustro ci ho messo ad automatizzare lo stabilimento per non soccombere sotto i colpi della concorrenza cinese».
Già che c’era, l’ha dotato di aria condizionata per non far sudare gli operai e ha indicato sui muri quella che dev’essere per tutti la meta, 1,618, il “phi” simbolo della divina perfezione, il rapporto costante della sequenza di Fibonacci che si rintraccia nelle sculture di Fidia, nell’ Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, nelle fughe di Bach, nelle piramidi, nelle proporzioni del corpo umano.
La Otlav produce ogni anno 55 milioni di cerniere per serramenti, esporta in 58 Paesi, fattura 22 milioni, ha 172 dipendenti.
Fu fondata da Angelo Padovan, che oggi dà il nome alla strada in cui ha sede.
Era il padre dell’attuale titolare.
Anche se morì nel lontano 1990, l’operaio Roberto Gandin, che lavora qui da 35 anni, tiene ancora appeso al tornio il santino che fu stampato per il trigesimo.
E si torna sempre lì, al cuore.
Nel pavimento in plexiglas di un balconcino in stile veneziano, dal quale i visitatori si affacciano per vedere l’interno della fabbrica («da viçin l’è meio de no, i me copia i machinari»), è imprigionata l’eredità del defunto: una moneta da 100 lire, una da 50, una da 10 e una da 5, in tutto 165 lire, «quello che aveva in tasca quando fu colto da un ictus».
Disseminati intorno agli spiccioli, i campioni delle cerniere di varie fogge prodotte dal 1956 a oggi, 1,5 miliardi di pezzi, «nel mondo oltre 700 milioni di porte girano sui nostri cardini».
Siccome Fabio Padovan è stato chierichetto fino all’età di 19 anni, sulla porta del balconcino ha voluto la riproduzione del Padre Eterno dipinto nel 1505 dal veneziano Gio­vanni Bellini.
Ma non è che una delle 56 serigrafie a grandezza naturale che ornano gli ingressi di tutti gli uffici, copie fedeli di altrettanti dipinti di Tintoretto, Tiepolo, Tiziano, Veronese, Mantegna, Carpaccio, Palma il Giovane, Cima da Conegliano e altri maestri della pittura veneta.
Sulla porta del suo ufficio campeggia un’altra opera di Bellini, il ritratto del doge Leonardo Loredan, che nel 1508 difese Venezia dalla crociata di Papa Giulio II e sconfisse la Lega di Cambrai.
Sull’uscita di sicurezza figura lo sposalizio del mare di Canaletto, con tanto di maniglione antipanico che taglia a metà la facciata del Palazzo Ducale.
Soltanto su una porta, quella degli uffici amministrativi, compare una foto: ritrae Luigia Padoin, detta Gina, all’età di 16 anni, «la nostra più ve­chia operaia, oggi ne ha 81».
Ed ecco che la porta si apre e compare proprio lei in carne e ossa.
Sua madre.
Sta ancora qui tutti i giorni, fino alle 6 di sera, a occuparsi di contabilità e fornitori.
E non appena sulle labbra del figlio affiora l’antico sogno,«independensa»,parte il rimbrotto: «Tasi! Te si italian.
Vergògnete!».
Sembra un museo, più che un’azienda.
«Pensi che per stampare i dipinti sulle porte ho dovuto pagare i diritti al Louvre, alla National Gallery, al Puskin di Mosca, al Narodowe di Varsavia.
Solo i musei di Venezia mi hanno negato l’autorizzazione, rinunciando a incassare le royalty».
L’incudine all’ingresso che cosa rappre­senta?
«È del 1700, proviene dall’Arsenale di Venezia, che varava 40 navi al mese e fu il primo esempio al mondo di lavorazione a catena, con 500 anni d’anticipo su Henry Ford e sul fordismo.
Nel 1574, durante la visita di Enrico III di Francia, una galea fu costruita da zero e messa in acqua in un solo giorno per convincere il sovrano a ordinare una flotta».
Complimenti per il pavimento di marmo nella hall.
«Copia perfetta di quello della Marciana, la più bella biblioteca del mondo.
La Serenissima stampava i libri degli eretici d’ogni risma, perché il patriarca era nominato dal doge e qui l’Inquisizione non ha mai attecchito.
C’è anche un museo all’esterno che ripercorre la vita dell’universo dal Big bang fino al 1866, la vergogna italiana.
Lei cammina e impara.
I passi lungo le aiuole della preistoria equivalgono a 200 milioni di anni, quelli nella storia a 100 anni».
Che farà il 17 marzo per il 150˚dell’Unità d’Italia?
(Telefona al direttore amministrativo: «Tonon, cossa sucede el 17 de marso? Ah, go capìo… Vedarèmo»).
«Mi prenderò un giorno di festa.
Ma contro ’sta specie de unità».
Lei non si sente italiano?
«No.
Mi sentivo, cavoli.
Ho fatto il carabiniere a Cuneo e a Pordenone.
La vista del tricolore mi dava i palpiti.
La patria per me era un ideale.
A Trieste, dove ho frequentato l’università, andavo con la bandiera sotto le finestre del sindaco a protestare contro il Trattato di Osimo che svendeva l’ultima parte dell’Istria alla Jugoslavia.
“Manlio Cecovini / servo dei titini”, gridavo».
Ma da carabiniere ha giurato fedeltà all’Italia.
«All’onestà. Quel giuramento s’è infranto quando ho visto scorrere in televisione le immagini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro trucidati dalla mafia a Palermo.
Ritengo lo Stato responsabile della loro morte.
Ho un ricordo nitido del generale Dalla Chiesa che ci parla a Udine, noi schierati in caserma alle 4 del mattino, lui che ci sprona, ci infonde fiducia, pronuncia un discorso terso come una giornata di primavera, uno di quei discorsi che ti schiudono l’orizzonte.
Quella sera, vedendo il telegiornale, il mio orizzonte s’è chiuso per sempre».
Che Italia vorrebbe?
«Federalista.
Da veneto voglio decidere il futuro mio e dei miei figli senza dover chiedere a Roma».
Che cos’aveva in mente, quando nel 1994 fondò la Life?
«Proprio questo.
Avevo creato il kit del missionario, andavo in giro a catechizzare i miei colleghi, 2.000 iscritti in breve tempo, una sede perfino a Conversano, provincia di Bari.
In caso d’ispezione da parte di un qualsiasi organo dello Stato, ci avvisavamo l’un l’al­tro e 15 di noi accorrevamo in veste di assistenti fiscali del certificato».
Che significa?
«Testimoni muti.
Non c’è niente che inquieti i burocrati più dell’essere sotto osservazione.
Qualche errore lo commettono sempre.
Così eravamo noi a fare il verbale a loro.
Chiedevamo nome, cognome, grado e li denunciavamo alla stessa autorità da cui dipendevano.
Siamo arrivati al punto che le Fiamme gialle si astenevano dalle verifiche per paura».
Pazzesco.
«Poi un giorno ci schierammo in difesa di un piccolo laboratorio artigianale a Torre di Mosto, nel Veneziano, un padre che produceva sapone con i figli.
Arrivarono i finanzieri con i mitra e il colonnello ordinò: “Spazzatemi via questa marmaglia!”.
Mi toccò denunciare il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco.
Cominciò la persecuzione, 19 processi, accuse da ergastolo: associazione sovversiva con finalità di terrorismo, istigazione a disobbedire le leggi, associazione a delinquere, apologia direato.
Ma non m’interessava nulla di quello che lo Stato italiano faceva contro di me.
Per me non esisteva più, era morto.
Per mia madre no, poveretta, per lei esisteva ancora: perquisizioni in casa alle 6 del mattino, con i carabinieri in cerca di armi.
Ed esisteva ancora anche per mio fratello Massimo, che non c’entrava nulla, ma fu tirato in ballo in­giustamente.
Be’, ci crede?
Sono stato interrogato dai magistrati una sola volta.
E ho avuto un’unica condanna, per diffamazione a mezzo stampa.
Ma allora che cosa dovrei dire io dei servizi usciti sul Gazzettino?
A commento di una mia presa di posizione, il giornalista scrisse: “Sentiamo adesso l’opinione di industriali veri”.
Veri, capisce?
Io ero la scimmia.
I miei colleghi politicamente corretti avrebbero voluto rieducarmi».
Fu accusato di tramare contro lo Stato mediante la creazione della «Polisia nathionale veneta».
«Un’altra invenzione dei giornali.
Non c’entravo niente.
Semmai sono stati i poteri dello Stato a tramare contro di me.
Volevano persino incolparmi del suicidio di un militante leghista di Bocca di Strada.
La moglie, una bidella, fu portata in un ufficio della Guardia di finanza.
Le fecero pressioni psicologiche affinché firmasse una dichiarazione in cui affermava d’aver sentito il marito accusarmi d’averlo minacciato,in quanto si sarebbe accorto che io avevo rubato i soldi dalla cassa della Lega ed ero andato in Jugoslavia a comprare le armi necessarie per la rivoluzione.
S’immagina che fine avreifatto rinchiuso all’Ucciardone di Palermo?
Ma quella piccola donna, sola, impaurita, resistette eroicamente e si rifiutò di mandarmi in galera».
E tutto questo lei come l’ha saputo?
«Anche nella burocrazia italica vi sono persone d’integrità adamantina, intelligenti, che tengono in piedi la baracca, schifate dall’andazzo generale.
Impiegati dell’Agenzia delle entrate, funzionari dell’Inps, finanzieri.
Solo che non sanno a chi riversare le loro angustie.
Hanno deciso di fidarsi di un tizio che prende botte da tutti.
E così sono venuto in possesso dei dossier confezionati su di me dai servizi segreti.
Li ho affidati a un contadino, che li ha sepolti nella cantina dove tiene appesi i salami.
A futura memoria».
Suggestivo.
Ma un po’ vago.
«Un giorno mi telefona un maresciallo delle Fiamme gialle: “Sono originario di Frosinone, mio padre mi ha educato all’onestà.
Dovrei parlarle”.
Si chiama Oscar D’Agostino.
Ha avuto il coraggio di ribellarsi.
Abbiamo dovuto nominarlo presidente onorario della Life ed eleggerlo consigliere comunale a Santa Lucia di Piave per non farlo trasferire da Treviso a Massa Carrara, per sottrarlo alle grinfie dei suoi superiori, fra cui quel colonnello Mauro Petrassi, comandante del nucleo di polizia tributaria del Veneto, arrestato, condannato e degradato per corruzione, che a Lugano aveva un conto bancario da 4 milioni di euro.
In un rapporto dei servizi segreti si legge che fra me e D’Agostino erano “sorti addirittura legami di amicizia personale”.
Pensi, hanno inventato anche il reato di amicizia!
E infatti oggi il maresciallo D’Agostino mi chiama fratello.
Perché in guerra si diventa fratelli, sa?».
Il padre di un vostro iscritto, Lino Bedendo, 68 anni, commerciante di Rovigo, morì dopo un’atroce agonia:aveva bevuto acido solforico mentre le Fiamme gialle gli stavano sequestrando la contabilità degli ultimi tre anni.
Ha senso suicidarsi per le tasse?
«Un umile riparatore di biciclette, un uomo libero.
Andarono con i mitra a ribaltargli i cassetti della camera, cercavano i registri fra le mutande e le canottiere.
Ho sempre detto e scritto che quando le leggi sono incomprensibili, inapplicabili e irrispettabili, sei costretto a difenderti, perché nel marasma fioriscono la concussione e la corruzione.
Bedendo disse al figlio: “Paga l’Ici e manda via i briganti”.
Il tenente della Finanza lo schernì: “Lei mi sembra agitato”, e ordinò ai suoi uomini: “Accompagnatelo a prendere un po’ d’aria”.
L’artigiano replicò: “Mi portate fuori da casa mia?
Guardi che se lei gratta la calcina di questi muri, vedrà sgorgare il mio sangue”.
Poi scrisse su un foglio: “Sono libero”.
Consegnò il biglietto all’ufficiale e, sotto i suoi occhi, bevve il bicchiere di veleno.
I parenti mi telefonarono disperati, partii subito per Rovigo.
Dall’auto telefonai a Renato Farina, che lavorava al Giornale.
Un uomo sta morendo di fisco, gli dissi.
E ci trovammo a recitargli insieme un’Ave Maria».
Terribile.
«Ho assorbito il dolore del mondo.
Le ho sempre prese.
Date, mai.
Sa quanti samurai veneti ho visto morire?
Una ventina nel solo 2010.
Famiglie pulite, persone buone, perbene, che tiravano la vita con i denti, che non avevano lo yacht ormeggiato a Portofino.
Chiedevano solo di poter lavorare in un Paese dove ci siano regole certe da rispettare.
Era gente che voleva vivere al riparo della legge e non arrivare a sera col terrore d’averla violata senza nemmeno saperlo».
E invece?
«Appena apri una partita Iva sei già fuorilegge.
Io vorrei che mi fosse concesso per un giorno di controllare se all’Agenzia delle entrate tengono i registri in ordine, se rispettano tutte le virgole come prescritto dalle loro regole.
E poi uno Stato non può sottrarre il 70% del reddito d’impresa.
Ma lei lo sa che hanno inventato persino le tasse sulle perdite?
Con l’Irap, introdotta da Visco, paghi il 200%, anche il 300%, perché sei tassato sul monte salari e sugli interessi passivi.
Quindi se assumi personale o se fai investimenti ricorrendo a prestiti in banca, sei penalizzato.
La Otlav versa 4-5 milioni l’anno di tasse.
Nel 2009, a causa della crisi economica, per la prima volta ha avuto una perdita di 45.000 euro, sulla quale ho dovuto pagare al fisco 250.000 euro».
Giorgio Panto, prima di morire precipitando nella laguna di Venezia col suo elicottero, lasciò polemicamente la presidenza della Life sostenendo che molti di voi non volevano semplicemente pagarle, le tasse.
«Abbiamo sempre fatto obiezione fiscale, ma alla luce del sole.
Dicevo agli iscritti: è inutile che lavoriate in nero, perché così avallate il si­stema, fate esattamente quello che lo Stato si aspetta che facciate.
Noi invece dobbiamo batterci affinché la tassazione sia portata a un livello accettabile.
E poi chi evade sia sbattuto in galera».
E quale sarebbe un li­vello accettabile?
«Il 35%. È una media eu­ropea, e fra le più alte».
Gian Antonio Stella ha scritto sul Corrie­re della Sera : «Fabio Padovan, il fondato­re della Life, ammet­te: “Certo che il Nor­dest va forte anche perché evade. E allo­ra?”».
«Ma evadere rispetto a quale legge?
Europea?
Francese?
Tedesca?
Au­striaca?
Se io pagassi il 50% di tasse, anziché il 70%, in Austria sarei considerato un benefattore.
Apra una partita Iva e cominci a confrontarsi con costi e ricavi, poi ne riparliamo.
Lo saprà Stella che Romano Prodi riuscì nell’impresa d’inventarsi una legge con effetto retroattivo che rende indetraibili i costi per l’acquisto dei terreni su cui ti costruisci la fabbrica?
Per cui io mi sono trovato a pagare una montagna di tasse per questo nuovo stabilimento che avrei potuto benissimo aprire in Romania.
Comunque l’anno scorso ho avuto una verifica fiscale e alla fine i funzionari delle imposte ci hanno definito un’azienda modello.
Si sono complimentati per come teniamo la contabilità e mi hanno persino lasciato una dedica sul registro degli ospiti».
Nei due anni in cui è stato deputato della Lega non poteva metterci una pezza?
«Appena arrivato a Roma, stavo negli uffici della Lega fino alle 2 di notte a preparare emendamenti.
Ci credevo.
Pensavo di poter cambiare qualcosa.
Finché un giorno non è andata in discussione a Montecitorio la legge per il finanziamento della Regione Siciliana. Eravamo 90 in aula.
Passò con 150 voti a favore e 30 contrari.
Il doppio dei presenti.
I deputati degli altri partiti s’erano messi d’accordo: venivano in aula una settimana ciascuno, a rotazione, e votavano chi per due, chi per tre, chi per quattro.
Io, fesso, scattai le foto dell’emiciclo semivuoto.
Il presidente della Camera, che allora era un certo Giorgio Napolitano, mi richiamò all’ordine strepitando: “Onorevole collega! Onorevole collega lassù con la macchina fotografica!”.
Feci scivolare la fotocamera nella borsetta della mia vicina di banco, Irene Pivetti, mentre i commessi si fiondavano come falchi verso il seggio per sequestrarmela.
Ecco, lì ho capito che non è una democrazia.
È solo la recita della democrazia.
Dissi a Roberto Maroni: “Mi dimetto”.
All’ultima riunione di partito, Umberto Bossi mi prese le mani fra le sue: “Sparerai contro di me.
Tu non puoi fare politica, perché sei un idealista”.
Però anni dopo, quando ho avviato con 300 volontari della Life l’autoriduzione fiscale e ci siamo messi per qualche tempo a versare le imposte secondo la media europea, pur consapevoli che poi lo Stato ci avrebbe tartassati applicando il 5% di interesi e le sanzioni, il Senatùr venne qui in Otlav a chiedermi: “Facciamo queste cose insieme”».
Oggi per chi vota?
«Ho votato un paio di volte per Silvio Berlu­coni quando era sotto attacco dei magistrati».
Allora mi sa che le toccherà votarlo per tutta la vita.
«Quando c’era, votavo per il Psdi.
Una volta ho votato per l’Ulivo, ma solo perché volevo che gli italiani provassero i comunisti, e infatti li hanno provati e si sono pentiti subito.
L’ultima volta sono tornato alla Lega Nord».
Lei vagheggia un referendum per decidere se il Veneto debba diventare uno Stato sovrano federato all’Italia. Un’utopia, non crede?
«Nel 2000, candidato alle regionali, persi la mia sfida proprio su questo punto, perché il mio avversario Giancarlo Galan proclamava nei comizi: “Abbiamo già stanziato 4 miliardi di lire per indire il referendum sull’autonomia”.
L’ha mai visto lei?
Luca Zaia, il nuovo governatore, non poteva metterlo al primo punto nel suo programma elettorale?
La volontà popolare no’ conta un casso, questa xe la verità».
Ma, scusi, ammettiamo che fosse stato indetto il referendum e che gli indipendentisti avessero vinto.
Un minuto dopo lei che faceva?
«Facevo scorta di panini e soppressa, andavo in Consiglio regionale, sprangavo le porte, mettevo i materassi per terra e annunciavo: popolo veneto, da questo momento il numero di conto corrente su cui versare le tasse è questo. Dopodiché negoziavo con Roma su quanto darle.
Ma lo decidevo io se doveva essere l’1% o il 5%.
Non è Roma che mi fa i trasferimenti dei soldi miei.
A quel punto venivano i carabinieri, buttavano giù le porte e ci portava­no in carcere.
Ma intanto c’era un popolo che aveva votato.
Non esiste altra strada per uscire da questo pantano.
Bisogna che chi è eletto rischi la prigione, anzi vada in prigione».
S’è dimenticato che Roma garantisce sicurezza, sanità, istruzione, trasporti, previdenza sociale?
«Bene, d’ora in poi non garantisce più nulla.
Paghiamo tutto noi.
Possiamo provare ad amministrarci da soli?
Se già mando avanti una famiglia e un’azienda, magari riesco a farcela.
Nel frattempo non è ammissibile che in ospedale mi fissino una visita specialistica dopo otto mesi e che i miei figli a scuola debbano portarsi la carta igienica da casa, come succede adesso».
Mi par di capire che il federalismo ormai alle viste non la entusiasmi.
«Per me non è niente.
Magari mi sbagliassi!
Non credo al federalismo calato dall’alto.
Roma non ci darà mai niente.
Dobbiamo prendercelo.
Col prodotto interno lordo raggiunto dal Veneto, il giorno dopo l’indipendenza le buste paga aumenterebbero del 30% e le pensioni anche di più.
Qui non abbiamo il petrolio: solo le braccia e le teste.
Ognuno dei miei operai sul posto di lavoro è un piccolo imprenditore, fa innovazione continuamente, risolve, migliora, decide di saldare un ferro a T anziché a L, modificando il processo produttivo.
Questo è l’unico federalismo in cui credo».
Perché il Tar del Veneto ha respinto il suo ricorso per ottenere il porto d’armi?
«Perché sono “socialmente pericoloso”. Io, un ex carabiniere. Dopo l’assalto al campa­nile di San Marco vennero a ritirarmi la Smi­th & Wesson.Walter Veltroni,all’epoca mini­stro, mi aveva indicato come il maestro degli otto serenissimi. Il giorno dopo la sentenza del Tar avevo in azienda i banditi».
Fosse stato in possesso della sua calibro 38, l’avrebbe usata?
«Da deputato mi sono battuto per far depenalizzare, limitatamente alla casa propria, il reato di eccesso colposo di legittima difesa.
Io ho il dovere, non il diritto, di difendere la mia abitazione da chi vi entra senza essere invitato.
Un uomo che si rispetti protegge la moglie, la prole, la mamma ottantenne.
Una volta che i delinquenti mi hanno legato, a che mi serve una pistola?
La devo usare prima».
Sa dirmi di che cosa è fatto il miracolo veneto?
«Di tanto, tanto, tanto lavoro.
Mio padre era operaio alla Zoppas, stava 12 ore al giorno in fabbrica, e poi di sera si metteva al suo tornio, che s’era comprato nel 1956 facendosi presta­re 400.000 lire dal suocero.
Alle 4 di mattina partiva in Vespa, andava a consegnare il ma­teriale finito e poi tornava in stabilimento.
L’ha fatto per dieci anni, sabati, domeniche, Natali, Pasque e Ferragosti compresi».
Ma chi glielo faceva fare?
«La sua famiglia era la più povera del paese: padre, madre, sei fratelli e due sole stanze.
In terza elementare la maestra gli chiese: “Padovan, perché ieri non sei venuto a scuola?”.
Lui rispose: “Perché a casa non avevamo nulla da mangiare”.
Allora l’insegnante disse agli altri alunni: “Avete sentito, bambini?
Domani portate tutti qualcosa ad Angelo”.
Lui arrossì e giurò a se stesso: “Mai più!”.
E a 8 anni andò a fare il guardiano delle vacche».
Come si batte la concorrenza cinese?
«Non servono dazi e barriere doganali.
Sarebbe sufficiente far entrare in Europa solo i prodotti che rispettano le nostre norme sanitarie.
Ho fatto analizzare alcune cerniere dei miei competitori di Shanghai: contenevano cromo esavalente, una sostanza cancerogena.
Nel 2009 ho voluto andare in Cina a rendermi conto di persona.
Paghe ferme da 10 anni.
Sindacati di regime.
Soldati armati a proteggere le cittadelle dei ricchi.
Con l’euro a 1,50 sul dollaro avevano guadagnato in otto mesi il 22% di competitività.
Non avevano la più pallida idea di che cosa fossero l’igiene, la tossicità degli elementi, le norme di sicurezza.
Come la batti un’economia simile?».
Sia sincero: lei crede nella Padania?
«Non so dove sia, non so dove cominci.
Sento dire che dovrebbe includere l’Umbria e le Marche.
Ma poi: qual è la lingua della Padania?
Si parlano 19 lingue in Italia, oltre all’italiano.
L’ufficiale dei Nocs che arrestò i serenissimi, un meridionale, sentiva gli otto che urlavano: “No’ sparè!”, non sparate. “Comandante, sono greci”, avvisò via radio.
Poi intimò loro: “Mani in alto!”.
E i Contin: “Ghémo i cai ’nte ’e man”, abbiamo i calli nelle mani.
L’ufficiale allora si corresse: “No, comandante, sono tedeschi”.
Come si fa a dire che l’Italia è unita?».
Sarebbe andato sul campanile di San Marco con gli otto?
«Bella domanda.
Loro hanno messo in gioco tutto: la libertà, la reputazione, il posto di lavoro, gli affetti, la vita stessa.
Sono eroi.
Non so se avrei avuto lo stesso coraggio».
Pensa che si arriverà alla secessione?
«No.
Avevamo nel sangue uno spirito indomito, quello che ci vide opporci alla Lega di Cambrai, cioè allo Stato pontificio, al Sacro romano impero, ai regni di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, di Scozia e d’Ungheria, ai ducati di Milano, di Firenze, di Ferrara e di Urbino, al marchesato di Mantova, ai Cantoni svizzeri e all’impero ottomano.
Il mondo intero coalizzato contro la Repubblica di Venezia.
Ottomila contadini veneti, tutti volontari, caduti in sola battaglia.
Poi siamo diventati serenissimi.
Talmente serenissimi da addormentarci».
tratto da: clicca qui
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2011.02.23 – LETTERA AL PRESIDENTE ITALIANO DA UN INDIPENDENTISTA SARDO

tratto da: clicca qui
Lettera inviata tramite posta alla presidenza della Reppublica Italiana
Palazzo del Quirinale
Roma
Sig.presidente della Repubblica italiana, che cosa dovrei festeggiare; i 150 anni di colonizzazione che la Sardegna ha subito?
Ma davvero nutre la pretesa che i sardi festeggino una ricorrenza così sciagurata?
Dovrebbe avere l’ onesta di ammettere una volta per tutte che l’unità d’Italia, per gli italiani e per noi sardi è stata un fallimento totale.
Una entità geopolitica di incerta credibilità sin dalla sua costituzione, creata dalla volontà di una banda di assassini (Savoia) al solo scopo di espandere i propri domini sulla penisola italica, responsabile di indicibili atrocità contro le popolazioni del sud, e che ha costretto la nostra terra a subire un destino di sventure e privazioni, non può e non potrà mai essere festeggiata!
Dovremmo ringraziare quest’Italia per avere trascinato un popolo mite come il nostro in due sanguinose guerre mondiali, e in tutte quelle che ancora oggi si combattono in cui i sardi sono in prima linea come “carne da macello”?
Dovremmo ringraziarla per averci fatto fare l’inebriante esperienza con fenomeni che difficilmente la Sardegna avrebbe vissuto se fosse stata per conto suo: guerre, dittature, persecuzioni politiche ,terrorismo rosso, terrorismo nero, emigrazione di massa, mafia, camorra, n,drangheta; corruzione nell’amministrazione, nei settori industriali e finanziari, e non ultima fenomeni striscianti di razzismo nei nostri confronti (vedi vicende pastori a Cagliari e Civitavecchia): la lista potrebbe continuare all’infinito.
Oppure festeggiare la politica coloniale tesa a depredare le risorse della nostra terra con politiche palesemente sperequative alle quali è seguito il danno psicologico di far credere ai sardi che “erano dei mantenuti” e che “senza l’Italia sarebbero morti di fame”: risorse depredate e danno psicologico che ancora oggi sono difficili da quantificare in termini di “mancato sviluppo.
Forse dovremmo ringraziarla per averci imposto un modello di sviluppo completamente avulso al contesto culturale della Sardegna, al solo scopo di foraggiare con danaro pubblico individui loschi legati a vostri potentati politici ed economici, facendo si che poi fallissero: vedi la chimica.
Dovremmo ringraziarla per averci espropriato enormi estensioni di territorio per scopi militari, così da trasformarci nella più grande base militare d’Europa, in cui, tutti gli anni, si vomitano tonnellate di sostanze chimiche pericolosissime (Quirra, Teulada) che inducono alla morte fratelli e sorelle che hanno avuto l’unica colpa di credere alle vostre false promesse di sviluppo: gli stessi che hanno visto i loro luoghi della memoria trasformati in aree infernali dove si sperimentano armi che poi vengono utilizzate contro popolazioni verso le quali i sardi non nutrono nessuna avversione.
Inoltre che dire del nostro patrimonio culturale? …: distrutto scientificamente in quanto ritenuto un ostacolo al processo di omologazione di un popolo oggettivamente “diverso”, al quale, ancora oggi, viene negato, mediante la mancata applicazioni delle leggi, il diritto di usufruire dei “vostri – nostri” mezzi d’informazione con la lingua dei padri.
La nazionalità italiana, oggi, per noi significa distruzione della nostra nazione attraverso il danneggiamento e l’esproprio arbitrario del suo patrimonio ambientale, storico e culturale.
E’ questo che dovremmo festeggiare?
Sig. presidente noi non festeggeremo l’unità di uno stato che per 150 anni ha dimostrato di essere un nemico lontano, che ha prodotto, alla terra millenaria dei sardi, solo sofferenze ed eventi nefasti, palesando un irreparabile rottura che potrà essere risanata solo con la nostra indipendenza.
A si biri mellus
08 gennaio 2011
Sergio Gabriele Cossu (vai al suo profilo su facebook)
tratto da: clicca qui


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2011.03. 25 – ELEZIONI 2011 PER IL NUOVO PARLAMENTO VENETO… MAH!

puoi scaricare il modulo elettorale in formato A/4:clicca qui

E' in corso dal 01.01.2011 al 25.04.2011 la campagna elettorale per la costituzione del primo Parlamento Veneto. La candidatura al Parlamento è libera e personale e costituisce autocertificazione di cittadinanza veneta. Per essere eletti è necessario e sufficiente il supporto delle firme di venti (20) cittadini veneti sul modulo che potete scaricare qui a lato e che il candidato parlamentare dovrà raccogliere liberamente nel proprio ambiente sociale.
Questo è il momento propizio ed opportuno per ripristinare la legalità: l‘ Indipendenza del Popolo Veneto, la Libertà del Popolo Veneto.
Via l‘italia dalla nostra terra!
W San Marco, e che ci aiuti!
Daniele Quaglia, Presidente della Assemblea (Parlamento del Popolo Veneto).
 
"…il richiamo storico è doveroso, dobbiamo ripartire da dove la nostra Patria è stata accidentalmente interrotta… nessuno di noi pensa di incarnare il "Serenissimo Principe" ma ci piace usare quella dizione per annunciare un evento politico di interesse generale, che riguarda tutti i Veneti, tutta la Società Veneta… è un modo esplicito e convinto di dare continuità alla nostra storia… un messaggio moderno con radici profonde…".
Albert Gardin, Presidente del Governo del Popolo Veneto
 

REGOLE ELETTORALI:
1) mettere il nome e i dati anagrafici del candidato in testa al modulo;
2) compilare le venti (20) caselle con i dati e la firma dei votanti negli appositi spazi
3) inviare il modulo elettorale completo all'indirizzo riportato alla fine dello stesso;
4) completato il modulo,inviarlo all'Ufficio Anagrafe Centrale del Popolo Veneto che, verificatene la regolarità, registrerà l'avvenuta elezione comunicandola all'eletto e alla Presidenza del Governo del Popolo Veneto;
5) la prima riunione del Parlamento Veneto avrà luogo a Venezia il 25 aprile 2011 (festa di San Marco).
Elezioni approvate con legge dell'Assemblea del Popolo Veneto.
I elettori sottoscritti autocertifica le so nazionalità/cittadinanza veneta e delega al Parlamento Veneto.
 

 
ATTENZIONE… spedire il modulo per la convalida entro il 25 aprile 2011 a:
Anagrafe del Popolo Veneto
via Pio X, 6 – 31027 Spresiano (Tv
)
 

puoi scaricare il modulo elettorale in formato A/4:clicca qui

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2011.03.02 – PASSIONE E VOGLIA DI VERITA’ STORICA

Passione e voglia di verità STORICA!
Francesco Trapin, ideatore – fondatore della prima Compagnia Schuetzen di Mezzocorona nel 1982 e Paolo Primon ideatore – fondatore della Compagnia Schuetzen di Trento, hanno regalato 5000 copie di questo libretto agli studenti delle scuole superiori della città di Trento. L’amore e la passione per la storia della nostra terra ci porta a fare dei sacrifici economici non indifferenti, ma la nostra speranza è che un giorno ci sia qualcuno che inizi ad insegnare ai nostri studenti la vera storia del Popolo Tirolese perché per chi non lo sa “ trentino “ era semplicemente l’abitante della città di Trento e la Provincia di Trento ha avuto tale denominazione solamente dopo la prima guerra mondiale.
Paolo Primon ——- GRAZIE Francesco Trapin per aver dato il via !
CHI NON RICONOSCE LA PROPRIA STORIA NON RICONOSCE I PROPRI GENITORI ! QUALE FUTURO SENZA UN PASSATO ?
queste notizie sono state tratte da: clicca qui
 

http://www.schuetzentrient.it/

Anagrafe degli Schuetzen Trentini

   

Schützen Fest-Jungs DOC Mezzocorona 2

 [includeme src=http://www.youtube.com/v/dJDteGKFVQg&hl=it_IT&fs=1& frameborder=0 width=400 height=400]

 
il Trentino non è italia
 
[includeme src=http://www.youtube.com/v/259UP69Gs8M&hl=it_IT&fs=1& frameborder=0 width=400 height=400]
 
Trentino, Austria o italia?
 
[includeme src=http://www.youtube.com/v/1OfougT5kho&hl=it_IT&fs=1& frameborder=0 width=400 height=400]

 

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2011.03.02 -STORIA DEL TIROLO

Storia del Tirolo

così come ce la raccontano.
(da Wikipedia, l'enciclopedia libera)
 
L'inizio della storia del Tirolo può essere fissato intorno alla metà del XIII secolo, quando i conti di Tirolo, nella persona del vero fondatore della potenza della contea, Mainardo II, riuscirono ad estendere (spesso con usurpazioni violente e illegittime) la loro influenza su un vasto territorio a cavallo delle Alpi, politica in seguito riconosciuta anche dagli imperatori di Germania. L'espansione avvenne a danno dei legittimi detentori del potere politico (per nomina imperiale), in particolare dei vescovi di Trento e Bressanone. In seguito a ciò i Tirolo riuscirono farsi riconoscere il titolo comitale (passando dall'appellativo "Conti di Tirolo" a "Conti del Tirolo"), che in seguito (a partire dalla fine XIV secolo) passò alla casata degli Asburgo, detentrice anche del titolo imperiale a partire dalla seconda metà del XV secolo. In età medievale i Conti di Tirolo (Grafen von Tirol) avevano infatti la loro sede principale a castel Tirolo, oggi nel comune di Tirolo vicino a Merano. Il capoluogo della contea fu in seguito trasferito dagli Asburgo, che ne acquisirono il controllo alla fine del XIV secolo, a Merano e poi definitivamente ad Innsbruck. I Conti del Tirolo non riuscirono mai a sottomettere formalmente il Principato vescovile di Trento, che rimase sempre un Principato diretto dell'Impero. Il Tirolo storico comprende le terre già appartenenti all'asburgica Contea del Tirolo (alla quale fun annesso anche il Trentino nel 1815 con la Restaurazione), terre che oggi formano il Tirolo austriaco e l'intera regione italiana Trentino-Alto Adige/Südtirol, compreso anche il Trentino (detto in età asburgica "Tirolo Meridionale" o Tirolo Italiano", in tedesco "Welschtirol"). I rapporti tra Trentino e Tirolo sono stati spesso oggetti di opposte distorsioni a sfondo nazionalistico: da una parte si tese talvolta a limitare i confini del Tirolo storico all' Alto Adige/Südtirol; ma dall'altra, per motivi storici, si è spesso trascurato il fatto che grande parte dell'attuale Trentino (come Principato Vescovile di Trento) fu per secoli uno stato semi-autonomo all'interno del Sacro Romano Impero di Germania e che nell'ultima parte della sua storia (1816-1918) fu annesso alla Contea del Tirolo. La Contea asburgica del Tirolo cessa di esistere nel novembre del 1918 con la vittoria italiana della Prima Guerra Mondiale e l'instaurarsi di un governo italiano provvisorio. Il Tirolo comprendeva anche alcuni comuni ora parte della Regione Veneto: Cortina d'Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia, dopo il governo provvisorio scorporati dalla limitrofa regione della 'Venezia Tridentina' (1923).
Età pre-romana
Furono i cacciatori del Mesolitico i primi uomini a lasciare delle tracce nella Valle dell'Adige, nel VI millennio a.C. seguiti nel IV, da popolazioni che praticavano allevamento e agricoltura.
Epoca romana
Nel II secolo a.C. tutta l'area fu romanizzata. Nel 15 a.C., con la guerra retica, Claudio Druso conquistò l'Alto Adige, fondando Castrum Majense (Merano) e villaggi in altre parti dell'Alto Adige. Sotto Ottaviano Augusto queste zone presero il nome di X regio, di Noricum e di Raetia. L'evangelizzazione iniziò nel II secolo, ma si consolidò in modo significativo solamente dopo il V secolo. Con la caduta dell'Impero romano e le invasioni barbariche le città e le campagne subirono devastazioni e saccheggi.
Medioevo
Margherita Contessa del Tirolo
Con i Longobardi nel 569, il Trentino divenne un ducato, con i Franchi una marca, quindi nel 788, fu incorporato nel Sacro Romano Impero insieme all'Alto Adige. Nell'814 queste zone passarono sotto Lotario, uno dei successori di Carlo Magno. Ricominciarono le invasioni, fino a quando il Trentino-Alto Adige venne a costituire l'ultimo lembo meridionale dell'Impero. Nel 1027 l'Imperatore Corrado II decise di dare un nuovo ordinamento ai rapporti dei feudi imperiali e diede ai vescovi Uldarico di Trento e Albonio di Bressanone il titolo di principe, ovvero di vassallo-elettore diretto dell'imperatore con diritto di partecipazione alla Dieta imperiale. Il primo aveva giurisdizione su una parte dell'Alto Adige e il Trentino; il secondo sull'alto Isarco e la Pusteria. Nella seconda metà del XIII secolo la debolezza dei principi-vescovi di Trento e Bressanone, che detenevano leggitimamente il potere, indusse Alberto III del Tirolo a solidarizzare con i vicari imperiali per rivendicare il potere temporale dei vescovi locali (ma anche di Coira e Salisburgo), tanto che nel 1252 ottenne con la forza dal vescovo di Trento anche i feudi dell'estinta casa dei conti di Appiano (dopo aver ottenuto nel 1248 i feudi comitali di Bressanone). È nel corso del governo di Mainardo II, attorno al 1259, che risale l'appropriazione del titolo di 'conte' (che spettava di diritto ai vescovi di Trento e Bressanone in quanto principi diretti dell'Impero) da parte del consortile dei Tirolo, il quale cominciò a farsi chiamare non più "conti di Tirolo" bensì "conti del Tirolo". Attraverso la politica matrimoniale del tempo, la primitiva dinastia dei Conti di Tirolo venne sostituta, nel XIII secolo, da quella dei Tirolo-Gorizia, il cui esponente di maggior spicco fu Mainardo II, che ristrutturò la Zecca di Merano e diede nuovo impulso al commercio. Nel 1363 Margherita Maultasch, nipote di Mainardo II, rimasta vedova e senza eredi, cedette la corona a Rodolfo IV d'Asburgo. I nuovi dominatori cercarono di ripristinare i sistemi feudali e sembra che nel 1407, il duca Federico Tascavuota avesse favorito alcune rivolte. Anche a Trento vi fu una sollevazione e venne imprigionato il vescovo. Federico, pur favorendo l'indebolimento vescovile, decise di impedire le sommosse.
Età moderna
In seguito altre potenze entrarono in campo. Un conte del Tirolo, quel Massimiliano I d'Asburgo che diventò imperatore, si scontrò con la Repubblica di Venezia nel 1508 e riprese il controllo di Rovereto e dell'area circostante. Seguì un periodo nel quale imperversarono i processi per stregoneria, anche se Trento, grazie al vescovo Clesio, riuscì a trovare un po' di pace e dotarsi di un nuovo assetto urbano. Nel 1545-1563 Trento fu sede del celebre Concilio ecumenico. Dopo la Guerra dei Trent'anni, la città di Bolzano accrebbe la propria importanza di centro artistico-culturale. Dal 1665, l'Imperatore Leopoldo I iniziò a governare la regione da Vienna: venne nominato un governatore per il Tirolo, con sede a Innsbruck.
Nel XVIII secolo, sotto il governo di Maria Teresa d'Austria (1740-1770) e del figlio Giuseppe II (1780-90) il Tirolo visse un periodo di sviluppo economico e di radicali riforme nell'ambito dell'istruzione, della giustizia e del culto religioso.
Ottocento
Con l'avvento di Napoleone Bonaparte, i vescovi di Bressanone e Trento dovettero rinunciare al loro potere temporale, mentre iniziarono a circolare idee nazionaliste. Il territorio fu coinvolto nei conflitti e nel 1803 Napoleone decise di inserire l'area nel regno di Baviera.
Nel 1809 divampò una rivolta capeggiata da Andreas Hofer, con la collaborazione di padre Joachim Haspinger e dell'oste Peter Mayr, ma che fu presto soffocata. Nel 1810 il Trentino e l'Alto Adige (che assunse per la prima volta in questo periodo l'attuale denominazione italiana) passarono al Regno Italico, l'alta Pusteria a quello Illirico e il resto alla Baviera, per rimanervi sino al 1815, quando il Trentino, con la Restaurazione venne inglobato nella Contea del Tirolo, con Innsbruck capoluogo.
Nel 1866 Giuseppe Garibaldi durante la terza guerra di indipendenza italiana vinse la battaglia di Bezzecca e stava per aprirsi la strada verso Trento. Venne fermato solo da un ordine del re Vittorio Emanuele II, al quale rispose con il celebre "Obbedisco". Oggi si sa che la difficoltà di Garibaldi sono state decisive. I soldati tirolesi (trentini) hanno combattuto contro le truppe garibaldine e il Trentino restò così all'Austria.
Novecento
Nel 1919 il Trattato di Saint Germain, in seguito alla sconfitta dell'Austria-Ungheria nella Prima guerra mondiale, determinò la separazione dal Tirolo meridionale, assegnato all'Italia dal Bundesland Tirolo, assegnato alla Repubblica Austro-Tedesca. Svariati furono i tentativi di costituire una regione autonoma o di annettere l'area all'Deutsches Reich. Negli anni venti per merito delle costruzione di infrastrutture (strade, linee ferroviarie, centrali elettriche) e del riavvio del turismo (costruzione di funivie) l'economia si stabilizzò per un breve periodo prima dei contraccolpi della crisi economica mondiale. Nel febbraio del 1934 vi furono alcuni scontri fra lo Schutzbund socialdemocratico e le forze governative.
Il 12 marzo 1938 la Wehrmacht tedesca invase l'Austria. Fu costituito il Gau Tirol-Vorarlberg e il Tirolo Orientale fu assegnato al Gau Carinzia. In seguito agli accordi fra Hitler e Mussolini immigrarono in Austria circa 70.000 persone provenienti dal Sudtirolo (gli Optanti): la metà di queste si insediarono in villaggi appositamente creati. Dopo la guerra circa un terzo degli immigranti tornò nei luoghi di origine. Nel 1943 intensi furono i bombardamenti alleati. Quando il 3 maggio 1945 le truppe americane entrarono a Innsbruck le organizzazioni della resistenza furono in grado di proporre un governo provvisorio. Nell'estate del 1945 il Tirolo faceva parte della zona di occupazione francese mentre il Tirolo dell'Est apparteneva a quella britannica. Nel 1947 il Tirolo orientale fu riunito con quello del Nord. Il 15 maggio 1955 le ultime truppe d'occupazione lasciarono il paese. In questo periodo vi fu una ripresa economica e l'area passò da un'economia prevalentemente agraria ad una basata sull'industria e sui servizi. Notevole fu anche l'espansione dell'industria turistica. Innsbruck fu per ben due volte sede dei Giochi olimpici invernali (1964 e 1976).
Alla fine degli anni cinquanta le reti stradali e autostradali vennero notevolmente espanse. A partire dagli anni ottanta le popolazioni locali hanno ripetutamente manifestato contro l'aumento esponenziale del traffico.
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2011.03.03 – BRUCIANO LA SAGOMA DI GARIBALDI PER FESTEGGIARE IL CAPODANNO VENETO

tratto da: clicca qui
NEL VICENTINO
bruciano la sagoma di Garibaldi per festeggiare il Capodanno veneto
Schio, il rogo è stato organizzato dall’associazione venetista «Raixe Venete». «L’eroe dei Due mondi è negativo, la retorica risorgimentale l’ha esaltato nonostante fosse un bandito».
L’Unità che divide le Lega di Aldo Cazzullo
San Giovanni Lupatoto, il 17 marzo i commercianti potranno aprire i negozi .
SCHIO (Vicenza) – Sul rogo per festeggiare il Capodanno veneto alla fine c’è finita la sagoma di Giuseppe Garibaldi. È accaduto qualche sera fa al termine di una festa organizzata in una discoteca a Schio dall’associazione venetista «Raixe Venete», alla quale hanno preso parte simpatizzanti (che hanno poi messo materialmente la sagoma) e anche amministratori locali, quando all’esterno è stato allestito un falò con un fantoccio raffigurante l’eroe dei Due mondi. «Garibaldi – ha detto Giorgio Roncolato, consigliere comunale leghista di Arzignano, al Giornale di Vicenza – è un eroe negativo per gli indipendentisti, esaltato dalla retorica risorgimentale nonostante fosse in realtà un bandito che a noi ha recato solo danni». «Spero – ha ribattuto Pietro Da Dalt, consigliere della lista civica Unione per Schio – che il falò sia stata una goliardata». Da Dalt ha chiesto al consiglio che in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia venga esposto il tricolore nei negozi ed edifici cittadini.  «Io amo il Veneto. Mi ritengo venetista, ma bruciare una sagoma è un segnale a cui stare attenti»: Luca Zaia, presidente del Veneto, appare molto perplesso davanti al gesto di chi ha dato fuoco a un falò con in cima una sagoma di Garibaldi. Zaia pare prendere le distanze quando ricorda che dietro a una figura «c’è una persona», che non bisogna trasmettere messaggi sbagliati ai giovani e che la libertà di ognuno finisce dove inizia quella del prossimo. Altra questione, invece, per Zaia, è il giudizio storico su Garibaldi: «Bisognerebbe metterlo in discussione per alcune cose, e non mi riferisco solo allo sbarco dei Mille, ma ai suoi dibattiti con Cavour, dove quest’ultimo aveva una visione assolutamente diversa rispetto all’operazione. Quando si brucia una sagoma poi mi viene in mente chi va nelle piazze in qualche altra parte del mondo».  Una pessima dimostrazione di un venetismo privo di qualsiasi seguito storico e culturale»: è molto critico il giudizio di Laura Puppato, capogruppo del Pd in consiglio regionale veneto, sul falò con la sagoma di Garibaldi. «Il nostro – ha aggiunto – è un giudizio molto negativo, è un fatto inaccettabile. È una sceneggiata davvero priva di senso». (Ansa)
01 marzo 2011 .
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2011.03.08 – GABRIELE DE PIERI: I CARABINIERI LO FERMANO PER UN SORPASSO E LUI…

tratto da l’Arena.it :
08/03/2011
Padova.
Supera un’auto in modo non regolamentare e quando i carabinieri di Campodarsego gli contestano la multa esibisce una carta di circolazione veneta anziché italiana, con tanto di timbri dell’Onu, ottenuta nella sua qualità di presidente dello «Stato di Padova della Repubblica veneta».
Per tutta risposta i militari, come riportano i giornali locali, portano Gabriele De Pieri, 43 anni, in caserma, per contestargli una serie di verbali di multa, oltre a una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale.
«Ho esibito la nuova patente veneta – racconta l’uomo – non valida, dicono.
Ma io ribatto che a casa nostra è validissima e che qui loro non hanno sovranità».
De Pieri è talmente convinto della sua tesi da aver fatto verbalizzare ai Carabinieri di dichiararsi «cittadino del popolo veneto e titolare di sovranità originaria» e in quanto tale non asservito «all’autorità dello Stato italiano».
I verbali di multa sono stati scritti, ovviamente, in italiano, lingua che il venetista dichiara di non saper leggere e per questo di aver richiesto una traduzione in veneto.
Anche per questo De Pieri annuncia di volersi rivolgere alla Corte Europea dei diritti umani.
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2011.03.08 – GABRIELE DE PIERI: VENETISTA TRATTENUTO DAI CARABINIERI…

tratto da IL MATTINO DI PADOVA: clicca qui

Gabriele De Pieri, di Loreggia, fermato in auto da una pattuglia a Campodarsego per un normale controllo dopo un sorpasso. Si dichiara “presidente dello Stato di Padova della Repubblica Veneta” e resta quattro ore in caserma. “Non sono italiano, e loro non hanno sovranità sul territorio veneto”. In suo soccorso il “presidente dello Stato di Treviso”

di Giusy Andreoli  

CAMPODARSEGO. Incidente “diplomatico” ieri pomeriggio a Campodarsego: i carabinieri si sono permessi di fermare Gabriele De Pieri, 43 anni, presidente dello “Stato di Padova della Repubblica Veneta”, e persino di trattenerlo quattro ore in caserma prima di lasciarlo andare con una sfilza di verbali di multa. Non una burla di Carnevale, ma un episodio che accade nella zona che è stata la culla dei Serenissimi, quelli del Tanko battezzato “Marcantonio Bragadin”, che nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997 occupò piazza San Marco a Venezia.E’ lo stesso De Pieri, autista degli autobus di Aps Padova, a raccontare quello che gli è capitato. «Erano le 15.30 e stavo tornando a Loreggia – racconta irritato – lungo la regionale del Santo. Ero fermo al semaforo di Campodarsego. Dietro è arrivata un’auto dei carabinieri”. Al verde è ripartito. Ma, trovandosi davanti un veicolo lento, dopo un paio di chilometro l’ha sorpassato. “La linea di mezzeria era tratteggiata, quindi ho sorpassato in modo regolare”, assicura l’autonominato “presidente dello Stato di Padova”. Per i carabinieri, evidentemente, così non era. Tant’è che hanno lampeggiato e hanno tirato fuori la paletta intimandogli di accostare. De Pieri si è fermato all’altezza della trattoria Quaglia, a San Giorgio delle Pertiche. Patente e libretto. “Ho mostrato il libretto e, in anteprima, la nuova patente veneta. Me l’hanno contestata: non è valida. Questo lo dice lei, ho replicato, a casa mia, nel Veneto, è validissima. Ho tentato di spiegare a quei signori che non sono italiano, che loro non hanno sovranità sul territorio veneto. Ma loro niente, non è valida, ci segua in caserma. Ero solo e non avevo testimoni. E visto ciò che è successo a Cucchi, ho detto: gente, non vi seguo, ho bisogno di tutela, sono presidente dello Stato di Padova. E ho chiamato il presidente dello Stato di Treviso, Daniele Quaglia, e anche la Finanza che mi mandasse una pattuglia”. Ma i finanzieri hanno risposto che non si occupano di questi episodi e di chiamare la polizia. “E il 113 mi ha detto di rivolgermi ai testimoni di Geova, che non si occupano delle cose dei carabinieri perché sono una forza di polizia militare. E’ incredibile che certe persone, stipendiate da noi, agiscano così. Mi domando in quale paese che si definisce civile una forza militare interferisce con la popolazione civile”. De Pieri è stato fermato. “Mi hanno portato in caserma contro la mia volontà, io non avevo fatto niente di male – afferma – non ero ubriaco. Ho dichiarato di essere cittadino veneto, titolare di sovranità originaria e in virtù di questo fatto non riconosco l’amministrazione né l’autorità italiana sul territorio veneto. In caserma mi hanno spento e ritirato il cellulare, palese violazione dei diritti umani, e mi sono stati sequestrati patente e carta d’identità veneta. Ora sono senza documenti, sono mister X”. Il racconto di De Pieri continua, dettagliato: “Quando è arrivato Quaglia è stato costretto ad aspettare nella guardiola. Mi sono trovato da solo con tre carabinieri che mi facevano pressioni psicologiche. Devi firmare, senno ti si aprono le porte del carcere, continuavano a ripetermi. Io non ho firmato niente. Poi mi hanno lasciato andare con una sfilza di verbali in lingua italiana che non so leggere, mentre li avevo chiesti esplicitamente in lingua veneta. Ma ora mi rivolgo alla Corte europea dei diritti umani». De Pieri non aveva con sé la patente, quella vera, che per lui è invece falsa: l’aveva lasciata a casa. Così sono scattate le sanzioni.

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2011.03.23 – SERGIO PES

Sono nato a Cagliari, la capitale dello Stato Sardo, il 02 ottobre 1959 in una famiglia molto unita ed ho avuto un’infanzia che oserei chiamare felice. Mi sono diplomato nel 1981 in un Istituto Tecnico Industriale dove ho ottenuto la specializzazione in Chimica Industriale. Successivamente mi sono iscritto all’università dove seguivo il corso di laurea in Scienze Biologiche ma la mia carriera universitaria non fu portata a compimento in quanto il lavoro e lo sport mi lasciavano ben poco tempo a disposizione da dedicare allo studio. Subito dopo aver conseguito il diploma, infatti, cominciai subito a lavorare presso un laboratorio di patologia clinica in qualità di Tecnico di Laboratorio di Analisi Cliniche. Successivamente feci anche l’Informatore Medico Scientifico e, per tanti anni, sia l’agente che il grossista di apparecchiature e materiali per uso scientifico. Nella mia vita ha avuto un ruolo molto importante e formativo anche lo sport agonistico, sia nella disciplina delle arti marziali ( judo e ju-jutsu ) che nel calcio; da ambedue ho avuto delle belle soddisfazioni. Adoro il mare, infatti mi ritengo un “animale marino” ed ho praticato, fin da bambino, tutti gli sport acquatici possibili, soprattutto il windsurf e la pesca subacquea. Fino dalla più tenera età mi sono sempre sentito “sardo”. Mai italiano, neppure per un attimo! Ho sempre rinnegato l’italia come patria e credo fermamente nella potenzialità della mia Terra. Purtroppo il colonialismo e la dittatura di uno stato che ha invaso e condizionato psicologicamente il mio Popolo ha portato la Sardegna, una terra carica di storia e di fierezza ad essere una regione depressa, ricca solo di povertà e con opportunità lavorative quasi inesistenti. Tutto questo è stato causato anche con la responsabilità dei politici sardi che, per avido opportunismo, non hanno lavorato per il bene della loro Patria ma solo per guadagnarsi un posto di lavoro ben remunerato, rinnegando la loro Terra, una poltrona nelle istituzioni straniere italiane. Considero l’italia uno stato occupante e straniero che sta distruggendo senza alcun diritto la mia Terra, imponendogli servitù militari nei quali centri si utilizzano sostanze radioattive che stanno creando gravi problemi di salute alla mia gente. Negli stessi vengono compiuti anche vari esperimenti scientifici tra i quali quelli ambientali che ne stanno sconvolgendo il clima provocando addirittura alluvioni e altri seri danni. Insomma è in atto un vero e proprio annientamento e genocidio del Popolo Sardo. Considero la costituzione italiana una carta che nega il diritto all’autodeterminazione della mia Patria Sarda, quindi una legge straniera impostaci senza alcuna legittimità giuridica e politica. La storie del popolo italiano non è la storia dei sardi, se non in misura marginale e incidentale. Non abbiamo niente a che fare con la lingua dato che in Sardegna l’italiano è arrivato come una lingua straniera solo nella seconda metà del Settecento e, come lingua comunemente impiegata, solo dagli anni Sessanta del Novecento. Non abbiamo niente a che fare col senso di appartenenza alla nazione italiana di stampo illuminista e romantico, dato che i sardi tra il Settecento e l’Ottocento furono impegnati nel tentativo di liberarsi dal giogo feudale e monarchico, prima con la Sarda Rivoluzione, poi con i tentativi repressi nel sangue dei patrioti repubblicani fino al 1812. Mentre in italia prendeva piede il Risorgimento, la Sardegna viveva un’epoca tra le più buie della sua storia. Dall’”Editto delle Chiudende” (1820) alla “Caccia Grossa” (spedizione militare contro il banditismo, 1899), trascorrono decenni di imposizioni dall’alto, di smantellamento del tessuto produttivo e culturale autoctono, di repressioni e rivolte, di scelte economiche di stampo coloniale. Nel 1861 la Sardegna non era certo più italiana di quanto lo fosse cento, duecento, trecento anni prima. Ancora per decenni dopo questa data un intenso lavoro intellettuale cercherà di giustificare la difficile integrazione dei Sardi nel contesto culturale nazionale italiano, ma senza mai spingersi a considerare i Sardi come italiani. Secondo me essere indipendentisti significa avere un progetto di “rottura” con quel legame che ci tiene soggiogati politicamente, culturalmente ed economicamente allo stato occupante avendo come primo scopo il raggiungimento della piena autodeterminazione. Vivo stabilmente in Veneto ormai da tredici anni e ho trovato un popolo in cui riscontro tante analogie con il mio. La stessa voglia di liberarsi dallo stato straniero occupante, la stessa voglia di libertà, la stessa stanchezza nel sentirsi sfruttati dal governo di Roma. Rivendica giustamente il diritto di essere padroni, in casa propria, del proprio destino. Tutto questo coincide perfettamente con il mio modo di pensare ed è in questo contesto che si realizza la mia militanza nel Movimento di Liberazione del Popolo Veneto. Combattere per gli ideali di questa Gente è, per me, come combattere per la mia Gente della quale non mi sono dimenticato, anzi questa lotta mi porta ad essere ancora più presente nella battaglia per l’indipendenza della Sardegna essendo ben cosciente che la liberazione dell’una significherà la liberazione dell’altra. Il mio impegno in questa dura battaglia lo sento, dentro di me, come un preciso dovere verso la giustizia e verso i nostri figli che hanno diritto di vivere una vita libera senza dover sottostare ad uno stato straniero corrotto, che non ci da la possibilità di emergere come la nostra storia ci impone. Uno stato italiota che, comunque, non è il mio Stato, non lo è mai stato e mai lo sarà !!! SERGIO PES
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2011.03.25-LA NOSTRA BANDIERA

Secondo la tradizione, fu l'Evangelista Marco ad iniziare la conversione al Cristianesimo delle città della X Regio Venetia et Histria nel primo secolo d.C., fondando quello che doveva divenire il Patriarcato di Aquileia.
Narra la leggenda che sulla via del ritorno da Aquileia, una violenta tempesta sospinse la sua nave nella Laguna Veneta, facendola incagliare sui lidi delle isole ancora disabitate di Rialto.
Scampato alla tempesta, l'evangelista scese a terra, si coricò presso la riva e si addormentò.
Gli apparve in sogno un angelo del Signore, che gli disse: "Pax Tibi, Marce, Evangelista Meus, hic requiescet corpus tuum …".
Questa profezia si ritenne avverata quando nell'828, Bon da Malamocco e Rustego da Torcello riuscirono a trafugare il corpo del Santo sepolto ad Alessandrio d'Egitto, ormai terra d'infedeli.
Ebbe così inizio un legame fortissimo fra i veneti e San Marco, ancora oggi estremamente sentito.
Non appena il corpo dell'Evangelista giunse a Venezia, San Marco fu adottato come protettore della Repubblica Veneta che stava iniziando a far valere la propria autonomia rispetto all'Impero Bizantino; non è un caso che il nuovo protettore vada a sostituire quel San Teodoro, greco, che sarebbe stato imposto da Narsete, generale bizantino.
San Marco divenne non solo protettore ma anche sovrano della città e dello stato: il doge derivava la sua autorità direttamente da san Marco, rendendo superflua qualunque investitura imperiale.
L'evangelista comincia a comparire sui vessilli veneti a partire dal XII secolo (la prima citazione è del 1177), inizialmente riportando l'immagine del santo e quindi, a partire dal '300, sostituendolo con il suo simbolo, il Leone alato.
Questi veniva riportato in varie fogge, col tempo si impose la positura araldica del leone passante per la bandiera, mentre sugli stemmi e i sigilli compariva normalmente in posizione di fronte e accovacciato, tradizionalmente detto "in mołeca", dal nome veneto del granchio nella fase in cui cambia il guscio.
Quanto ai colori, inizialmente sugli stendardi compariva il leone rosso in campo bianco, successivamnete si consolidò l'uso del leone d'oro in campo rosso (cremisi o rosso veneziano).
Per gli stemmi si utilizzava normalmente il campo d'azzurro.
Da notare che l'azzurro è da tempi antichissimi un colore associato ai veneti, tanto che in latino venetus era sinonimo di azzurro; azzurro era il colore delle fanterie venete.
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