L’ITALIA HA PAURA NOI NO … LETTERA DI UN INDIPENDENTISTA DEL NORD

Il mio testo per Insorgenza Civile.
DOPO GLI ARRESTI / Lettera di un indipendentista del Nord: “L’Italia ha paura, noi no”
Se lo Stato italiano, incarcerando gli indipendentisti, si illude di arrestare le idee di libertà che soffiano sempre più insistenti nelle piaghe riarse del suo fallimento storico, ha ancora un volta sbagliato tutto. Non ci sono sbarre abbastanza fini per intrappolare il pensiero che sfugge alla burocrazia ottusa dei suoi carcerieri.
Per ogni indipendentista arrestato, altri 1000 saranno ancora più convinti che lottare per la libertà è un dovere morale e personale, e al tempo stesso politico e collettivo.
Lo Stato italiano ha paura. Noi non dobbiamo averne. Lo Stato italiano è il passato, noi siamo il presente.
Questi i primi pensieri alla notizia del “blitz” che ha portato nelle italiche galere 24 indipendentisti veneti e lombardi.
Folli, patrioti, sognatori, romantici, sprovveduti? Tutto e niente al tempo stesso. Semplicemente persone che si sono, in qualche modo, del tutto stancate di essere costrette ad essere ciò che non sono. Cioè “italiani”.
Persone che hanno deciso di non essere più soltanto ciò che purtroppo molti di noi corrono il rischio di essere. Cioè semplici rivoluzionari da tastiera. Loro sono andati “oltre”, pur senza aver mai fatto male a nessuno. Se non, forse, e lo si vedrà in seguito, soltanto alla legge italiana.
Sì, perché – è questo evidentemente il crimine più tremendo, per i carcerieri – hanno davvero osato, con le loro idee, mettere in discussione il Sacro Totem: la legittimità stessa dello Stato italiano.
Ma le idee non si processano. Le idee non conoscono sbarre. E non esistono sbarre tanto fini da poterle trattenere.
Loro però sono andati ancora oltre. Perché, con la scelta di lottare anche nell’ombra, hanno messo in discussione tutto, proprio tutto. Dalla libertà personale ai propri beni, dalla propria famiglia al proprio futuro. Rischiando in prima persona per ideali forse folli ma insopprimibili come la libertà, l’autodeterminazione, il diritto dei popoli a riottenere la propria sovranità a suo tempo scippata con la violenza, con la menzogna, con il tradimento.
Hanno percepito come insopprimibile la spinta all’indipendenza da uno Stato sempre più estraneo alla propria storia ed alla propria cultura e nemico giurato – con i suoi pesi assurdi, le sue regole patologiche, i suoi pesi insostenibili – del diritto di tutti ad una vita dignitosa da persone libere e non da sudditi, da coloni, da schiavi. E non importa se si è o ci si sente veneti, lombardi, napolitani, siciliani, piemontesi, sudtirolesi, sardi, ciascun popolo nella sua terra storica oggi occupata da uno Stato che non consideriamo più il nostro.
Quando si affronta chi ci tiene stretti nelle medesime catene ottuse, abbiamo tutti il dovere morale e politico di ritrovarci veramente fratelli nel reciproco rispetto. “La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti”, ha detto un giorno Nelson Mandela. Ecco perché i giorni passati nelle galere italiane da parte di questi nuovi protagonisti dell’opera di messa in profonda discussione della legittimità stessa dello Stato italiano devono far riflettere noi tutti, insieme a loro.
Non certo per suggerirci di seguire lo stesso percorso, ma per aiutarci a capire, prima di tutto con noi stessi, quanto siamo veramente disposti ad impegnarci per cambiare le cose, in via pacifica, democratica e alla luce del sole, perché le catene di tutti siano finalmente consegnate alla Storia. Perché si possa davvero realizzare il primo pensiero di fronte all’incarcerazione di 24 patrioti: lo Stato italiano è il passato. E noi, popoli fratelli perché liberi, e liberi perché fratelli, si possa davvero iniziare il percorso che ci porti ad essere nient’altro che il presente.
Gioann March Pòlli
indipendentista piemontese
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