SITUAZIONE SOCIALE ED ECONOMICA DELLE DUE SICILIE

Il Reame aveva praticamente due amministrazioni: quella delle province napoletane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana.
Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco piú di 9 milioni di abitanti.
Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al primo posto in Italia ed al terzo in Europa.
La moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana.
Per fare un paragone si può considerare che il Piemonte possedeva solo 20 milioni di lire.
Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali.
Infatti già dal 1818 l’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano i due principali settori trainanti dell’economia duosiciliana, tanto che molti stranieri trovarono conveniente investire nel Regno.
La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria senza peraltro privilegiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le private.
Lo sviluppo industriale del Regno delle Due Sicilie, cioè il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne infatti per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia venne anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri.
Per quanto riguarda il territorio continentale, nel 1860 gli addetti alle grandi industrie erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva.
Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati (1 ducato: 4,25 lire dell'epoca) e dava utili che raggiungevano in molti casi il 15 o 20 %, con una media di circa l’8%.
Il reddito pro-capite era pressoché uguale a quello medio italiano, per un totale complessivo di 275 milioni di ducati all’anno.
Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano estremamente stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia sia paghe adeguate al contesto socioeconomico.
Rarissime erano le emigrazioni, poiché la disoccupazione era molto limitata.
Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava una eccedenza di risorse alimentari che erano cosí disponibili sia per la manodopera dell’industria sia per l’aumento della popolazione.
A proposito di agricoltura è necessario dire che è una favola quello di un Sud latifondista con i Borbone.
I latifondi al Sud si formarono con la venuta dei Piemontesi, che svendettero ai loro collaborazionisti tutte le terre demaniali rapinate ai contadini che ne avevano l’uso civico da centinaia di anni.
Il Regno, in quegli anni, aveva dunque una forte economia, con una stabile e solida moneta, ma non aveva un forte esercito.
Lo Stato delle Due Sicilie, infatti, non aveva mai avuto mire espansionistiche per cui le cure per l’Armata erano per lo piú indirizzate solo al suo mantenimento, con pochissimo addestramento di guerra.
Anche perché, a causa delle continue sommosse carbonare, le forze armate erano state spesso impiegate per l’ordine interno e venivano distolte dal necessario addestramento.
Le forze veramente operative e seriamente addestrate erano costituite da tre reggimenti svizzeri, che però proprio nel 1860 furono sciolti.
Ottima era invece la flotta navale militare, senza dubbio la prima in Italia e la terza in Europa.
La Marina Mercantile duosiciliana, la seconda in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export.
Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza.
L’amministrazione dello Stato, dopo i malanni apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di evoluzione, ma in sostanza era efficiente e funzionale.
La giustizia era proprio borbonica, cioè era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e anche d’Europa.
In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio emblematico.
Prima dell’unità d’Italia era la piú ricca regione della penisola italiana, ora è la piú povera d’Europa.
In Calabria l’industrializzazione iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute.
Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un’area coperta di 12.000 metri quadri furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie.
Accanto vi era anche una fabbrica d’armi su un’area coperta di circa 4.000 metri quadri.
La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione.
Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell’epoca.
Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla produzione agricola, erano quelle tessili, in cui primeggiava la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali.
I calabresi impiegati nelle industrie importanti erano allora poco piú di 31.000.
Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e di lino, la cui produzione veniva esportata in tutto il mondo.
Vi erano anche centinaia di filande di cui molte motorizzate.
Famose anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole di Foggia e di Bari. Non meno importanti erano le aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali.
A Barletta vi era un’efficientissima salina che riforniva tutta l’Europa.
Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l’attivissima Borsa di Commercio di Bari.
Negli ABRUZZI e nel MOLISE era eccellente e notissima la produzione di utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici.
Vi erano anche molti opifici tessili e per la produzione della carta.
Notevoli, infine, erano gli allevamenti bovini e caprini.
La CAMPANIA del 1860 era la regione piú industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta – Salerno.
In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche – farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia.
Prestigiosa era la produzione della seta di S. Leucio.
Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei piú svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio.
In SICILIA, infine, il reddito si basava, oltre che sulla pesca e sui cantieri navali, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino.
Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione di agrumi) e verso gli altri paesi europei.
La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.
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