AUSTRIA

E L’AUSTRIA NON STA A GUARDARE…

A GEORGE SOROS IL DIVIETO DI OPERARE IN AUSTRIA: “HAI 28 GIORNI PER ANDARTENE”

Il leader più giovane del mondo, il neo-eletto Sebastian Kurz, non perde tempo e si rivolge a George Soros: l’obbligo imposto è quello di cessare qualsiasi operazione ad opera della sua Open Society Foundation in Austria entro 28 giorni.
L’alternativa è andare incontro ad un’azione legale per “tentata minaccia alla democrazia della nazione”.
Secondo il portale di informazione indipendente YourNewswire, il trentunenne Sebastian Kurz, il leader austriaco più giovane di sempre, avrebbe parlato ai suoi colleghi della necessità di agire immediatamente, a seguito della notizia per cui George Soros ha donato $18 miliardi del suo patrimonio da $24 miliardi alla Open Society Foundation, fondazione di proprietà dello stesso Soros.
«La situazione è diventata critica», ha detto Kurz.
«Soros sta versando tutto ciò che ha dietro alla sua spinta per (ottenere) il controllo mondiale.
La disinformazione e la manipolazione dei media sono già aumentate esponenzialmente durante la notte.
Non abbiamo spazio per la compiacenza».
Kurz, che si autodefinisce un fan delle cospirazione e sostiene di essere stato illuminato dal film Loose Change sull’11 settembre, afferma di aver compreso pienamente l’agenda di Soros e dichiara che «non esiste alcun modo per cui questo paese sarà la sua quinta vittima».
Il neo-cancelliere austriaco si riferisce al numero delle economie nazionali che Soros ha fatto quasi fallire per ottenere enormi profitti personali e una forte influenza politica.
Interrogato sul perché voglia bannare la Fondazione Open Society di George Soros dall’Austria, Kurz ha risposto: «Perché è il 2017».
La notizia per cui Soros ha versato il 75% della sua fortuna per sostenere la sua agenda politica e sociale ha causato onde d’urto in tutto il mondo: molti leader eletti democraticamente temono che il peso dei suoi miliardi, usato per comprare politici e giornalisti, possa essere difficile da combattere.
Kurz è d’accordo.
Ed è questo il motivo per cui avrebbe optato per un’azione rapida:
“Lo spettro di Soros è la sfida più grande che l’umanità affronta nel mondo nel 2017.
È un grande calamaro vampiro avvolto attorno al volto dell’umanità, che inserisce inesorabilmente il suo imbuto di sangue in qualsiasi cosa che odori di denaro, usando questi soldi per corrompere politici, giornalisti e il settore pubblico, tentando di creare il mondo alla sua immagine.
Il popolo austriaco ha rifiutato il Nuovo Ordine Mondiale ed è mio dovere e mio privilegio difendere la sua volontà”.
 
 
Tratto da (CLICCA QUI)
 

IN AUSTRIA HA VINTO LA DESTRA … FINALMENTE!

L'ÖVP e l'FPÖ, di centrodestra ed estrema destra, hanno ottenuto la maggioranza dei voti: quasi certamente governeranno insieme con Sebastian Kurz come cancelliere.
I popolari democristiani dell’ÖVP hanno vinto le elezioni che si sono tenute domenica in Austria, ottenendo il 31,4 per cento dei voti, confermando i sondaggi delle ultime settimane che lo avevano dato per favorito.
Il partito di estrema destra FPÖ ha invece ottenuto il 27,4 per cento dei voti, diventando secondo partito e distanziando di poco il partito socialdemocratico, che è stato votato dal 26,7 percento degli elettori. ÖVP e FPÖ potrebbero quindi formare una loro maggioranza di governo in Parlamento, cosa che potrebbe consentire a Sebastian Kurz, il giovane leader dell’ÖVP di diventare cancelliere.
Le elezioni sono servite per il rinnovo del Nationalrat, la camera bassa del parlamento che dispone dei maggiori poteri legislativi (l’altra camera è il Bundesrat e rappresenta i nove stati federati dell’Austria).
Sono state elezioni anticipate, dopo che lo scorso maggio era entrata in crisi la coalizione al governo formata dai socialdemocratici della SPÖ (centrosinistra) e dai popolari democristiani dell’ÖVP (centrodestra).
Il favorito per l’elezione a cancelliere, secondo tutti i sondaggi, era l’attuale ministro degli Esteri Sebastian Kurz: ha 31 anni e durante la campagna elettorale si era molto avvicinato alle posizioni dell’estrema destra dell’FPÖ, il partito che fu un tempo di Jörg Haider.
I cittadini con diritto di voto sono 6,4 milioni (lì si può votare già da 16 anni): l’affluenza è stata del 67,6 per cento; nel 2003, alle precedenti elezioni, fu del 75 per cento.

La legislatura avrebbe avuto il suo termine naturale nel 2018. Alle elezioni federali del settembre 2008, la SPÖ si era confermata primo partito alla camera bassa del Parlamento, Werner Faymann era diventato cancelliere e aveva formato un governo di coalizione con la ÖVP.
Nel 2015, con la cosiddetta crisi dei migranti, aveva cominciato a rafforzarsi sempre di più l’FPÖ, contrario a qualsiasi nuovo ingresso di rifugiati.
Nel 2016 c’erano state infine le elezioni presidenziali: SPÖ e ÖVP – che riuscivano dal 1957 a eleggere un loro candidato – erano entrambi rimasti esclusi dal ballottaggio.
Ai primi due posti erano arrivati Alexander Van der Bellen (indipendente sostenuto dai Verdi che poi era stato eletto) e Norbert Hofer (di FPÖ).
Il risultato del primo turno aveva avuto come conseguenza le dimissioni del cancelliere Werner Faymannn, che era stato sostituito per pochi giorni dal suo vice Reinhold Mitterlehner, presidente di ÖVP, e poi dal socialdemocratico Christian Kern.
Lo scorso maggio la crisi vera era cominciata quando Reinhold Mitterlehner si era dimesso da leader dei popolari democristiani, dicendo che non era più in grado di fermare i litigi tra i ministri del suo partito.
Il nuovo leader era diventato l’attuale ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz. Questa situazione aveva portato alla caduta del governo, e quindi a nuove elezioni fissate per ottobre.

I candidati alla carica di cancelliere erano dieci, ma il favorito era Sebastian Kurz (ÖVP): nato il 27 agosto del 1986 a Vienna, si è iscritto a Giurisprudenza ma non si è laureato e nel 2009 è diventato capo della sezione giovanile del suo partito.
Nel 2011, a 25 anni, è stato nominato sottosegretario agli Interni con delega all’Integrazione, poi ministro degli Esteri a 28 anni e infine è diventato il leader dei popolari (questa sua carriera così rapida e le sue importanti nomine sono state molto criticate, vista la giovane età e il suo basso grado di scolarizzazione).
Ora dovrebbe diventare il più giovane capo di governo nella storia d’Europa e il leader mondiale più giovane.
Sotto la guida di Kurz il partito popolare è cambiato notevolmente.
Alle elezioni non si è presentato con la sua sigla, ma con il nome del suo candidato (Liste Sebastian Kurz – Die neue Volkspartei), il colore simbolo del partito è passato dal nero al turchese e a sostenerlo ci sono testimonial poco politici, ma molto celebri (tipo l’ex miss Austria e alcuni sportivi come l’ex campione di Formula Uno Niki Lauda).
Kurz è molto attivo sui social e pubblica video in cui scala una montagna e, arrivato in cima, guarda il suo paese e dice cose come “La nostra è la terra più bella del mondo e dobbiamo riportarla in vetta”.
Kurz ha condotto una campagna elettorale basata sul rinnovamento cercando però di guadagnare voti a destra sottraendoli al Partito della Libertà (FPÖ): la questione dei migranti è stata uno dei temi principali della campagna elettorale.
L’Austria è uno tra i paesi d’Europa in cui sono state presentate più richieste di asilo e in cui l’8 per cento della popolazione è musulmana (una percentuale piuttosto alta).
I dati dicono anche che un terzo degli austriaci non vorrebbe avere un musulmano come suo vicino di casa e negli ultimi anni è infatti cresciuto il sostegno ai movimenti e ai partiti xenofobi.
Anche i partiti che hanno tradizioni ben lontane da questa retorica hanno però progressivamente adattato i loro discorsi alla generale diffidenza e al crescente populismo di destra.
Kurz ha sostenuto e fatto approvare una legge in vigore dal primo ottobre che vieta il burqa (la «Legge contro la copertura del volto»), fa riferimento a delle «società parallele» che starebbero emergendo nel paese e durante una visita a Malta come ministro degli Esteri ha criticato apertamente la «follia delle ong» che favorirebbero i trafficanti di migranti.
Ha chiesto poi la chiusura della rotta del Mediterraneo, minacciando anche di bloccare il Brennero, e nel febbraio del 2016 è stato l’organizzatore di un incontro a Vienna tra i ministri degli Esteri e degli Interni di Slovenia e altri 8 paesi balcanici per discutere una strategia comune sulla cosiddetta “rotta balcanica” dal Medio Oriente verso l’Europa occidentale.
Al termine della conferenza i dieci paesi avevano diffuso un documento congiunto in cui si erano accordati per inasprire i propri controlli alle frontiere con l’obiettivo di ridurre gli arrivi.
La Grecia, che non era stata invitata all’incontro, aveva richiamato il proprio ambasciatore in Austria.
FPÖ è il Partito della Libertà (Freiheitliche Partei Österreich) e si presentava alle elezioni con il suo storico leader Heinz-Christian Strache, che era in testa ai sondaggi fino a pochi mesi fa e che aveva cominciato a perdere consensi dopo l’arrivo di Sebastian Kurz.
Strache aveva addirittura accusato Kurz di aver copiato il suo programma.
Nonostante questo (o meglio: proprio per questo) gli osservatori dicono che sarà molto probabile un governo formato da una coalizione tra popolari e liberali xenofobi (come avvenne, prima e finora unica volta, dal 2000 al 2005).
Il programma elettorale di FPÖ è costituito da 25 capitoli: ciascun punto inizia con la parola “noi”.
 

 

 

FORZA AUSTRIA … FORZA FPÖ

IL CANDIDATO PREMIER AUSTRIACO STRACHE:
"PERCHÉ L’EUROPA CI VUOLE RENDERE SCHIAVI"
Domenica prossima in Austria si vota.
Elezioni politiche in cui, per la prima volta nella storia, l’FPÖ, letteralmente il partito della libertà, nei fatti il partito della destra nazionalista, che l’anno scorso al primo turno delle presidenziali ottenne il 35% dei consensi, mancando l’elezione del presidente al ballottaggio per soli 31mila voti, ha ottime chance di risultare il partito di maggioranza relativa.
Nel 2016 fu il voto di Vienna a costargli la presidenza, mentre nel resto del Paese, il suo candidato, Norbert Hofer, prevalse ovunque.
Quelli dell’FPÖ, per semplificare, sono gli eredi di Haider, il governatore della Carinzia che a inizio secolo fu il primo ad attaccare con forza l’Europa delle banche e dei burocrati e a parlare di muri contro gli immigrati, ricevendo in cambio da Bruxelles accuse di razzismo e perfino nazismo.
Non però da Papa Ratzinger, omaggiato da Haider con un albero di Natale che Benedetto XVI collocò in Piazza San Pietro.
Il governatore poi morì in un misterioso incidente automobilistico ma aveva già lasciato l’FPÖ sbattendo la porta perché non condivideva la nuova linea ultranazionalista.
A sottrarglielo, nel 2005, fu Heinz-Christian Strache, odontoiatra viennese, che da allora guida il partito.
In economia ha recuperato le istanze ultraliberali dei tempi pre Haider, sull’immigrazione ha perfino irrigidito la linea, quanto alle istanze nazionali, ha sposato il sovranismo abbandonando i localismi.
Risultato: in quattro anni ha raddoppiato i voti, in dieci li ha triplicati e tra una settimana potrebbe essere il primo presidente del Consiglio di estrema destra dell’Europa al di qua dell’ex cortina di ferro.
La parabola di Strache ricorda in parte quella dell’attuale leader della Lega, Matteo Salvini, del quale l’austriaco è pressoché coetaneo e con il quale nel 2014, prima delle elezioni Europee, ha siglato un’intesa tra euroscettici.
Entrambi vengono dalla metropoli e hanno politicamente ucciso il padre, prima soffiandogli il potere, poi portando il proprio partito a risultati mai raggiunti.
Entrambi fanno della lotta agli immigrati, del sovranismo, dell’euroscetticismo e dell’abbassamento delle tasse i loro cavalli di battaglia.
Entrambi si sono guadagnati un bollino di ignominia dalla sinistra ma non se ne preoccupano.
Entrambi puntano alla premiership e sono pronti a governare con il centrodestra moderato.
Con il suo braccio destro, Harald Vilimsky, segretario generale dell’FPÖ, Strache ha acconsentito a un’intervista pre-elettorale con Libero.
Cosa pensa l’FPÖ dell’Europa?
Strache: «La nostra concezione d’Europa è un’alleanza basata sull’autodeterminazione dei popoli, nella tradizione culturale occidentale.
Solo un Paese sovrano può preservare la propria indipendenza e libertà.
L’obiettivo della Ue dev’essere la creazione di una comunità geograficamente, mentalmente e culturalmente omogenea che si impegna a conservare i valori occidentali, nel rispetto della propria identità tradizionale».
Nella crisi catalana sostenete Madrid o Barcellona?
S: «Siamo per la democrazia diretta.
Quanto accaduto in Catalogna è vergognoso.
La violenza delle autorità nei confronti dei propri cittadini è inaccettabile.
La sovranità nazionale e l’ideale di un’Europa delle patrie sono sempre più minacciate dagli attuali sviluppi della Ue.
Noi sogniamo un’Unione che consenta una democrazia genuina e rispetti i cittadini maturi e liberi».
Se vincerete le elezioni avvierete un processo di addio alla Ue?
Vilimsky: «La maggioranza degli austriaci vuole restare nella Ue.
Noi lavoreremo per migliorarla.
Bruxelles dovrebbe concentrarsi su ciò che è veramente importante, ad esempio la protezione delle frontiere esterne e la stabilizzazione della moneta».
Come intendete migliorare l’Unione?
V: «Siamo in ottimi contatti con i Paesi del Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia).
Vogliamo fare leva su questi per riformare la Ue, rivalutare il ruolo degli Stati nazionali, il recuperare le tradizioni europee e difendere i confini del Continente».
Quindi no all’uscita dall’euro?
V: «La soluzione ideale sarebbe avere due euro, uno per il Nord Europa, l’altro per il Sud, in modo che entrambe le aree economiche abbiano più spazio di manovra».
Pensate che la Brexit si farà?
V: «Il 52% degli inglesi ha deciso di andarsene dalla Ue.
È stato un voto democratico e va rispettato. Il divorzio deve essere realizzato in modo equo, professionale e amichevole.
Sarebbe un errore fatale alterare l’esito del voto con trucchi politici».
L’economia è il punto qualificante della vostra campagna elettorale?
S: «Gioca senza dubbio un ruolo molto rilevante.
Ci battiamo per avere tagli significativi alle tasse per i cittadini austriaci.
Il nostro motto è: “Gli austriaci meritano correttezza”.
Ma per noi sono soprattutto importanti il rispetto della democrazia diretta, in ogni istituzione, e lo stop all’immigrazione di massa e senza ostacoli alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni.
Il flusso di migranti verso l’Europa dev’essere interrotto immediatamente».
 

IL TIROLO E LO SPETTRO DELL’INVASIONE DA SUD

Il governatore del Tirolo agita lo spettro dell’invasione dal sud
Günther Platter, governatore del Tirolo, ha il chiodo fisso dei profughi che potrebbero arrivare dall’Italia. A giorni alterni ne evoca la minaccia, benché ormai non se ne vedano da queste parti dal 2015. Se, di tanto in tanto, sulla stampa austriaca (e, per ricaduta, su quella italiana) si riparla della chiusura del Brennero, il merito è tutto suo.
Che l’Italia sia la sponda naturale di approdo di quanti fuggono dall’Africa è un dato di fatto. Che gli sbarchi nelle ultime settimane siano aumentati è fuori discussione. Ma ormai da tempo l’Italia sta facendo il proprio dovere, nel rispetto degli impegni presi a livello europeo, e registra tutti quelli che arrivano e poi, bene o male, se ne fa carico. Alcuni sfuggono ai controlli, perché sono richiedenti asilo in attesa di sapere che ne sarà di loro, e non possono essere trattati come fossero prigionieri. Chi sfugge punta dritto al nord. Ma quando arriva al Brennero, in treno o con altri mezzi di fortuna, viene fermato dalle pattuglie di polizia e, se mette piede in Austria, viene riconsegnato all’Italia.
Le pattuglie sono miste, con poliziotti austriaci e italiani, che operano insieme. Alle volte si aggiungono anche poliziotti tedeschi. Tutti dicono che il sistema di controlli funziona alla perfezione e che il travaso di profughi dall’Italia all’Austria, attraverso il Tirolo, è azzerato o quasi. Lo dicono i ministri degli Interni dei due Paesi, quando si incontrano, lo dice il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher (che è la controparte italiana del governatore di Innsbruck Platter), lo ha riconosciuto il presidente della Repubblica austriaca, Alexander Van der Bellen, in occasione della sua recente visita a Roma.
E pur tuttavia Platter non la smette di evocare la minaccia di un’invasione da sud. Lo ha fatto di nuovo l’altro ieri, negli incontri che ha avuto a Roma con il sottosegretario per l’immigrazione, Domenico Manzione, e con il ministro degli Esteri, Angelino Alfano. Lo accompagnava il presidente della Provincia di Bolzano Kompatscher.
In quell’occasione il governatore tirolese ha sottolineato come la crisi del profughi non sia stata superata e come, anzi, il numero degli sbarchi sulle coste italiane sia fortemente aumentato da gennaio. “Gli ingressi sono cresciuti del 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – ha osservato Platter – Perciò servono vigilanza e massicci controlli da parte dell’Italia, affinché siano impediti ingressi illegali in Tirolo”.
Il governatore ha ribadito questi concetti ieri mattina intervenendo nel servizio radiofonico dell’Orf “Morgenjournal”. Ha detto che “i controlli a sud del Brennero devono essere fortemente intensificati” e ha sostenuto la necessità di creare centri di asilo in Libia. “Così come l’Italia non può essere lasciata sola – ha detto – così l’Italia e l’Europa devono aiutare la Libia”. Detto questo, Platter ha ritornato a battere sul suo solito chiodo: “Se l’Italia ricomincia a rimandare avanti i profughi, come è già accaduto in passato, allora si dovranno ripristinare i controlli direttamente al Brennero”. Insomma, di nuovo la minaccia di chiudere il confine lungo la più importante via di comunicazione – stradale, autostradale e ferroviaria – tra l’Italia, l’Austria e il Centro Europa.
Quanto l’allarmismo di Platter sia fuori tempo e ingiustificato lo dimostra il fatto che il suo collega carinziano, Peter Kaiser, non è altrettanto agitato, benché anche il valico di Tarvisio corra gli stessi rischi del Brennero. Si sa che in futuro un problema di transiti alle frontiere potrebbe ripresentarsi e per questo sono state adottate misure per essere pronti a intervenire in caso di emergenza, ma perché agitare questo spettro anche quando l’emergenza non c'è? L’unica spiegazione è che Platter lo faccia per ragioni di politica interna: per guadagnare consensi non c’è nulla meglio che inventare una minaccia e mostrare a tutti che si è determinati ad affrontarla.
 
NELLA FOTO, il governatore del Tirolo, Günther Platter.

SEGNALETICA BILINGUE NEL SUD TIROLO … LE RAGIONI DEL SI

17.03.06 Sud Tirolo, Alto Adige; segnaletica bilingueDi tanto in tanto riaffiora la questione della toponomastica bilingue nel Sud Tirolo.
Il caso più recente, di cui hanno riferito molti media italiani, riguarda la cosiddetta “Commissione dei Sei”.
Si tratta di un organo paritetico di esperti – tre nominati dal governo nazionale, tre dalla Provincia di Bolzano – con il compito di esprimersi sulla toponomastica del territorio sud-tirolese, che ora è rigorosamente bilingue: ogni comune, ogni villaggio, ogni fiume, ogni montagna ha un nome tedesco e un nome italiano.
La commissione dovrà indicare quali toponimi dovranno rimanere bilingui e quali invece potranno essere indicati soltanto in tedesco.
La decisione sarà presa nella seduta dell’8 marzo, vale a dire tra due giorni.
Le sue scelte dovranno poi essere esaminate dal consiglio dei ministri, per essere sottoposte infine alla firma del presidente della Repubblica.
Sulla questione di recente avevano preso posizione alcuni docenti di linguistica e accademici della Crusca, chiedendo con una petizione il rispetto del bilinguismo in Sud Tirolo.
Al documento avevano dato la loro adesione un centinaio di università italiane e straniere.
Da ultimo c’è stata una clamorosa presa di posizione nel Senato della Repubblica: 102 senatori (un terzo della seconda Camera) ha firmato la petizione.
Non si esclude che altre adesioni possano venire anche dalla Camera dei deputati, anche se non c’è più molto tempo a disposizione.
Non entriamo nel merito delle motivazioni che stanno alla base della petizione, alcune condivisibili, altre un po’ meno, altre a dir poco balorde. Ognuno deve essere libero di esprimere le proprie opinioni, così come ci sentiamo anche noi liberi di farlo qui ora, spiegando perché – al di là di ogni considerazione di diritto costituzionale e internazionale, di ordine storico e linguistico – ci sembra opportuno mantenere la toponomastica (e la segnaletica) bilingue, com’è attualmente.
Per spiegare il nostro convincimento dobbiamo partire dall’inizio, vale a dire dal 1918, quando a una regione di lingua tedesca, appartenente da secoli all’Austria, venne amputata una parte, il Tirolo del sud, e annessa al Regno d’Italia.
Non vi erano ragioni storiche o nazionali per farlo.
La “quarta guerra” del Risorgimento italiano mirava ad estendere la sovranità alle terre dov’era presente una popolazione di lingua italiana, mentre il Tirolo del Sud era popolato quasi esclusivamente da tedescofoni (90%), con alcune enclave di lingua ladina. Prevalse, dunque, la legge del vincitore.
Negli anni immediatamente successivi, prima ancora che il Fascismo andasse al potere, il Sud Tirolo fu sottoposto a una feroce opera di italianizzazione, che comprendeva tra l’altro la sostituzione della toponomastica originale, in tedesco, con una nuova toponomastica in lingua italiana.
All’operazione diede il suo zelante contributo il geografo Ettore Tolomei, che individuò circa 10.000 toponimi italiani per altrettanti luoghi del Sud Tirolo.
Alcuni di essi preesistevano o avevano una giustificazione storica (per le città più grandi, come Bozen e Meran, esisteva già il corrispondente italiano Bolzano e Merano; lo stesso accadeva per alcune località al confine con le province di Trento e di Belluno), altri invece furono inventati di sana pianta del geografo irredentista.
Lo stesso nome della provincia, Alto Adige, è pura invenzione (era stato usato ai tempi di Napoleone, ma per una differente area geografica).
Si stima che soltanto il 2% dei 10.000 toponimi del prontuario di Tolomei corrispondano alla realtà storica, tutti gli altri sarebbero frutto della sua fantasia.
Per i sud tirolesi di lingua tedesca – cioè per la quasi totalità degli abitanti della provincia del Sud Tirolo – il sopruso linguistico dell’Italia rappresentò una ferita lacerante, che si sarebbe potuta sanare soltanto ripristinando i precedenti toponimi in tedesco e abolendo quelli inventati da Tolomei.
Così non avvenne.
Soltanto dopo la seconda guerra mondiale e dopo gli accordi De Gasperi-Gruber e quelli successivi, che conferirono alla provincia di Bolzano uno statuto speciale di autonomia (va ricordato, in proposito, che non si trattò di un atto di liberalità dell’Italia, ma di una condizione imposta dagli alleati vincitori, che dopo la fine della guerra avevano deciso di lasciare all’Italia il Sud Tirolo, che pure a quel tempo era rivendicato dall’Austria), fu introdotta la toponomastica bilingue, che tutti ben conosciamo.
Da allora, da quando cioè nacque la questione toponomastica, è passato quasi un secolo.
Il Sud Tirolo di oggi non è più il Sud Tirolo di cento anni fa.
Non tanto perché da cento anni è parte dello Stato italiano, quanto perché una quota considerevole dei suoi abitanti è di lingua italiana.
Sono figli e nipoti delle migliaia di italiani che il Fascismo “deportò” nella provincia di Bolzano per favorirne forzatamente l’assimilazione.
Non hanno colpa di quel che accadde nel secolo dei nazionalismi, sono vittime anch’essi di quell’epoca, come lo furono i sud tirolesi doc.
Per lungo tempo le due comunità – quella italiana e quella di lingua tedesca – sono vissute separate, l’una accanto all’altra, come società parallele.
Il buon senso e la convivenza hanno consentito un po’ alla volta  di superare barriere che fino a ieri sembravano invalicabili.
Italiani e tedeschi ora frequentano spesso le stesse scuole, parlano entrambi due lingue, si sposano tra di loro.
Sono diventati italiani “migliori”, perché rispetto ai loro connazionali di altre regioni hanno una visione più aperta del mondo e hanno maturato un’esperienza di convivenza come pochi altri.
Perché allora proprio adesso rimettere in discussione una toponomastica che cento anni fa rappresentava un sopruso, mentre oggi è ormai entrata a far parte del paesaggio sudtirolese?
Perché cancellare nomi di luoghi che, per quanto inventati, sono stati metabolizzati da chi oggi vive nel Sud Tirolo?
Perché applicare un secolo dopo la legge del contrappasso, affliggendo la comunità italiana con un torto simile a quello inflitto alla comunità austriaca un secolo fa?
Lo Statuto di autonomia della Provincia di Bolzano fu adottato a tutela della minoranza di lingua tedesca in Italia, ma nella provincia di Bolzano è la minoranza italiana che ha bisogno di tutela.
Se non altro per essa la toponomastica bilingue deve essere conservata.
Tratto da (CLICCA QUI).
 

CONSIGLI AUSTRIACI … L’italia DEVE BLOCCARE I PROFUGHI SULLE ISOLE

I consigli del ministro Kurz: l’Italia deve bloccare i profughi sulle isole
17.03.07 Confine Macedonia-Grecia, Sebastian Kurz e collega macedone Nikola Poposki“L’Italia deve smetterla con la sua politica delle porte aperte ai migranti.
Deve smetterla di accoglierli, consentendo poi loro di risalire la penisola, per trasferirsi in altri Paesi del centro e del nord Europa.
I profughi vanno fermati già sulle isole dove sbarcano e lì trattenuti, in attesa del loro rimpatrio, coatto o volontario”.
A pronunciare queste parole è il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, in una lunga intervista al settimanale “Profil”.
Quando nel 2013 assunse l’incarico al governo, nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di lui, considerandolo troppo giovane (ha compiuto 30 anni in agosto) e troppo inesperto.
Kurz, che già all’età di 25 anni era stato nominato sottosegretario per l’integrazione, ha sorpreso invece tutti con il suo dinamismo e con il suo talento anche in politica estera.
È stato lui a chiudere la rotta balcanica dei migranti, riuscendo a mettere d’accordo tutti i Paesi dell’area, per evitare un rimpallo delle responsabilità.
Nell’ultimo anno ha compiuto venti viaggi dalla Slovenia alla Grecia, passando per la Serbia, la Bulgaria e la Macedonia.
Lo ha fatto da ministro degli esteri austriaco e, da gennaio, anche nella veste di presidente di turno dell’Osce.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il flusso di profughi lungo quell’itinerario si è quasi prosciugato.
Certo, è stato determinante l’accordo con la Turchia, ma anche senza l’intervento turco la strategia imposta da Kurz avrebbe retto: le migliaia di profughi che sono riusciti a passare prima che il governo turco chiudesse le porte sono ora fermi a Idomeni o su qualche isola dell’Egeo.
Come fa a dormire la notte il giovane Kurz, con le immagini di quei disperati che premono ai confini della Grecia?
Il ministro austriaco non si scompone.
Fuggivano dalla guerra e dal terrore?
Ebbene, hanno trovato in Grecia un luogo sicuro in cui rifugiarsi, un Paese che attualmente ospita meno profughi dell’Austria.
Chi fugge dal pericolo ha il diritto di essere accolto, ma non può essere lui a decidere dove.
Non è possibile che ognuno scelga di trasferirsi in Austria, in Germania o in Svezia.
Risolto, almeno temporaneamente, il problema Balcani, resta quello dell’Italia.
Che cosa andrebbe fatto su questo fronte?
“L’Italia – riprendiamo le parole del ministro Kurz nell’intervista a “Profil” – deve cambiare la sua politica.
La politica dei confini aperti e del ‘weiterwinken’ (è un neologismo che significa “ammiccare a qualcuno, facendogli cenno di andare avanti”) è sbagliata.
Se qualcuno ce la fa a entrare illegalmente in Italia, viene portato sulla terraferma e si attende finché si fa strada verso il nord.
Lungo la rotta dei Balcani il flusso si è ridotto del 98%, attraverso l’Italia, invece, è aumentato del 20%”.
È immaginabile allora che l’Austria, di propria iniziativa, renda impenetrabili i suoi confini?
“La soluzione ideale – risponde Kurz – sarebbe un’altra: l’Italia deve bloccare i profughi ai confini esterni, già sulle isole; provvedere ad essi con l’aiuto dell’Europa e poi rimandarli indietro o indurli a un rimpatrio volontario”.
E se l’Italia non lo fa?,
chiede il giornalista di “Profil”.
“Se il numero dei profughi aumenta, allora sono necessarie misure nazionali.
Non è soltanto in Austria così, ma in tutti gli Stati del Centro Europa”.
In altre parole, ognuno per sé a vigilare sui propri confini, erigendo muri e reticolati, dal Brennero a Nikelsdorf.
Non sarebbe meglio una soluzione a livello europeo?
“Di questo sono convinto al 100 per cento – risponde Kurz – credo solo che ci vorrà ancora un po’ di tempo e che fino ad allora saranno necessarie misure nazionali”.
Un esempio di soluzione europea che non sta funzionando è la ripartizione tra i diversi Stati dei 160.000 profughi giunti in Italia e in Grecia.
Una quota spetterebbe anche all’Austria, che però non ne vuol sapere.
“Noi – spiega il ministro – in rapporto alla nostra popolazione abbiamo più profughi di tutti gli altri Paesi europei, a eccezione della Svezia.
Se i migranti devono essere ridistribuiti, allora devono andarsene dall’Austria, non esservi inviati”.
“In secondo luogo, il sistema non funziona.
Alcuni Paesi non sono preparati ad accogliere profughi e i profughi non sono pronti a farsi trasferire nella maggior parte dei Paesi.
In Romania sono stati creati alloggi per migliaia di persone, ma sono sempre vuoti, perché non si trova nessun profugo che voglia andare in Romania”.
NELLA FOTO, il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, a destra, con il collega macedone Nikola Poposki, in occasione di una recente visita al confine tra Macedonia e Grecia.
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Tratto da (CLICCA QUI)

NOI SIAMO CON NORBERT HOFER, CANDIDATO DEL PARTITO DELLA LIBERTA’ IN AUSTRIA – Wir sind mit Norbert Hofer, Kandidat der FPÖ in Österreich

Wir sind mit Norbert Hofer, Kandidat der FPÖ in Österreich
(Noi siamo con Norbert Hofer, candidato del Partito della Libertà in Austria)

Risultati immagini per elezioni in austria

Norbert Hofer, 45 anni, candidato del Fpö.

 
Wir sind mit Norbert Hofer, Kandidat der FPÖ in Österreich
(Noi siamo con Norbert Hofer, candidato del Partito della Libertà in Austria.)
Anche se il nostro sembra essere un percorso sempre in "salita" rimaniamo fedeli ai nostri principi e con rispetto e correttezza, andiamo avanti.
In Austria almeno c'è democrazia mentre per noi, prima di godere completamente dei nostri diritti, dobbiamo "lottare" per ripristinare la legalità sulle nostre Terre, ancora oggi occupate illegalmente dall'italia … poi potremo liberamente tornare al voto.
Wir sind mit Norbert Hofer, Kandidat der FPÖ in Österreich
(Noi siamo con Norbert Hofer, candidato del Partito della Libertà in Austria.)

Come Trump, si propone come il nemico delle élite politiche e dell’establishment nazionale ed europeo.
E come lui porta avanti una politica anti-immigrazione e anti-Islam al grido di “Prima gli austriaci”, sostenendo che gli arrivi e gli sbarchi avvenuti in Europa negli ultimi anni hanno aperto le porte a criminali, potenziali stupratori e terroristi. L’Islam, ha dichiarato, “non fa parte della cultura dell’Austria”.
Questi messaggi forti, però, vengono lanciati con la faccia rassicurante e la calma che contraddistinguono ormai i partiti ultranazionalisti occidentali, ormai ripuliti dall’iconografia estremista e dagli slogan violenti gridati a squarciagola.
A fianco degli ideali cari all’ultradestra nazionalista, Hofer inserisce un euroscetticismo tipico dei movimenti populisti riemersi velocemente nel Vecchio Continente.
Sulla possibilità di una Brexitin salsa austriaca ha fatto qualche passo indietro rispetto al passato, proprio con l’obiettivo di attirare il voto degli indecisi più moderati.
Ma in una recente intervista alla Bbc ha spiegato le ragioni di un possibile referendum consultivo sull’uscita dell’Austria dall’Unione Europea.
L’Europa è importante per l’Austria, ha detto, ma “serve un’Europa migliore”.
Se, dopo la Brexit, Bruxelles opterà per un accentramento del potere, togliendone così agli Stati nazionali, allora un voto sulla Oexit è possibile.

(Tratto da CLICCA QUI)

Elezioni Austria, il candidato dell’estrema destra Hofer:
“Se Ue troppo centralizzata, dovremo tenere referendum per uscire”

Se dovesse diventare il nuovo presidente dell’Austria, il candidato presidenziale dell’estrema destra, Norbert Hofer, ha affermato di “non escludere un referendum sulla appartenenza alla Ue“, se l’Unione diverrà più centralizzata in seguito alla Brexit.
Anche se l’Unione europea è importante per l’Austria, Hofer ha detto alla Bbc di volere “una Unione Europea migliore”.
Le presidenziali austriache sono si terranno il 4 dicembre e i sondaggi indicano attualmente una situazione di parità.
L’esito del precedente voto era stato annullato dalla decisione della Corte costituzionale per irregolarità.
Hofer ha più volte affermato che un voto per lui non vuol dire comunque un voto per l’uscita di Vienna dall’Ue.
Tuttavia, sempre al canale tv britannico, ha detto anche che ci sono due questioni su cui potrebbe cambiare idea.
Una è il futuro dell’entrata della Turchia nell’Unione europea; l’altra è la risposta dell’Unione all’uscita della Gran Bretagna.
“Se la risposta alla Brexit sarà una Unione Europea centralizzata, dove ai parlamenti nazionali viene tolto potere decisionale e dove l’Unione è governata come uno Stato nazionale, in questo caso dovremo tenere un referendum in Austria, perché porterebbe ad un cambiamento costituzionale”.
(tratto da CLICC QUI)
 

HOFER: “VORREI L’AUSTRIA NEL GRUPPO DI VISEGRAD”

1461512203-ansa-20160424172526-18732256Hofer: “Vorrei l’Austria nel gruppo di Visegrad”.
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Norbert Hofer, candidato del Partito della Libertà (FPO) all’elezione presidenziale   austriaca del  4 dicembre,  non  lo nasconde: “Penso che sarebbe  vantaggioso per il nostro paese entrare a far parte del Gruppo di Visegrad”.
Il Gruppo di Visegrad comprende Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria.  Giusto lunedì scorso i  ministri degli Interni dei quattro paesi,  usciti  da una loro riunione, hanno  ancora una volta  unanimemente rigettato  la politica immigrazionista di Bruxelles, e  specificamente   il sistema obbligatorio di quote.  Si ricordi che  la UE ha  minacciato sanzioni e multe ai paesi che non accettano di reinstallare i rifugiati nel loro territorio; secondo  le intenzioni punitive  eurocratiche, i paesi potrebbero evitare di dover accogliere   la loro quota di rifugiati  per un solo anno, pagando un’ammenda di  250 mila euro per  rifugiato.  Si capisce dunque come alla riunione del Gruppo, oltre i quattro, abbiano partecipato delegazioni di Austria, Bulgaria, Croazia, Slovenia –  e anche Belgio.  I diktat di Bruxelles  sull’immigrazione  hanno fra l’altro questo risultato:   regalare al  “Visegrad”  una forza d’attrazione politica  accresciuta, fino a farne tendenzialmente un blocco  mitteleuropeo  con una chiara autonomia ed identità.
AUSTRIA - BANDIERAOvviamente l’entrata dell’Austria sarebbe un aumento decisivo della forza politica del  Gruppo.  Si può indovinare che  ci tenga particolarmente Orban  (Vienna bilancerebbe l’anti-putinismo di Varsavia?); non a caso è stato spedito ad intervistare Hofer il  giornalista  magiaro   Ferencz Almansy del Visegrapost.com –  già, perché il gruppo si è dotato di un suo mezzo mediatico essenzialmente diretto ad altri europei  (è anche in inglese e francese) e dall’anno   prossimo, anche una propria radio : strumenti di influenza  politica, sia detto fra parentesi, di cui l’Italia non sa dotarsi.
La risposta di Hofer è entusiasta; evidentemente  ha ben chiaro che se vince le elezioni, il FPO deve aspettarsi  l’isolamento e   l’ostracismo malmostoso dei “grandi”  governi europei che lo hanno bollato di xenofobo,   populista, di estrema destra e via insultando, all’uso del politicamente corretto Mogherini Style;  non avrà molti altri amici se non i quattro di Visegrad. Quindi, dice al giornalista ungherese: “Penso che un gruppo di Visegrad rinforzato possa condurre delle riforme urgenti all’interno della UE. Già oggi, i  paesi del V4 costituiscono un gruppo correttivo intra-europeo, soprattutto nel contesto della crisi dei rifugiati.  Sia geograficamente sia storicamente,  l’Austria sarebbe in ottima posizione per  cooperare col Gruppo di Visegrad”.
Poi aggiunge prudentemente (Hofer è estremamente prudente nell’intervista – forse memore di quel che è successo al fondatore del FPO, Haider?) : “Ma per unirsi al Gruppo, è necessaria una decisione del Parlamento austriaco; il presidente federale non può prendere questa decisione da solo”.
Ma è chiaro che, se diventa presidente, punta  quello. “In seno alla UE ci sono i grandi attori, Germania, Francia, o i paesi del Benelux. L’Austria è generalmente sola con la sua voce, ma potrebbe rinforzare la sua posizione divenendo membro di una ‘Unione in seno all’Unione Europea”.
Ad una domanda precisa sulla “neutralità militare” di Vienna (che non fa parte della NATO), e se l’Austria entrando nel gruppo di  Visegrad cambierebbe posizione, Hofer risponde:
“No, la neutralità è una grande carta,  e significa molto per gli austriaci. In passato l’Austria è stata sempre un mediatore e un artigiano della pace sul suo territorio neutro.   Da presidente federale vorrei continuare questa tradizione –  per esempio per dare un nuovo impulso ai negoziati di pace in Siria o agire come stato-chiave tra l’America e la Russia e contribuire  ad alleviare le tensioni.vpost_ban Per questi motivi non sono favorevole all’abbandono della nostra neutralità”.
Infine: “Le sanzioni ignominiose contro la Russia, che non hanno portato alcun cambiamento politico, ma hanno inflitto enormi danni economici, specie per l’Austria, sono contro gli interessi dell’Europa centrale.  Di conseguenza,  una collaborazione più stretta  tra gli stati dell’Europa centrale  è non solo auspicabile, ma può anche dare risultati favorevoli.   L’obbiettivo deve essere di porre fine alle sanzioni contro la Russia”.
Estremista è la UE
Austria-estrema-destra-620x264E questo sarebbe l’uomo che i media imbeccati bollano come “estremista  di destra, xenofobo” eccetera.
La parte di estremista l’ha  assunta invece il parlamento europeo che il 23 novembre ha votato per censurare  il notiziario televisivo Russia Today(tanto più vivace e puntuale di  CNN, e non parliamo di ARTE),  l’agenzia Sputnik, l’agenzia federale russa « Rossotroudnitchestvo », accusando Mosca di  “influenzare gli europei” con la “propaganda pro-russa” (da cui ci vogliono difendere)  e  – in un accesso di  frenetica psicosi del complotto – accusando Putin di pagare i partiti anti-europeisti.   La mozione è stata promossa dalla Commissione, specificamente dagli uffici della Mogherini,  fanaticamente allarmata  dalle notizie veritiere di Russia Today;  il voto prelude alla censura dei  media russi – una censura, si prega ricordare, che non fu instaurata nemmeno  contro la Pravda e la TASS in epoca sovietica. Naturalmente, questo segnala, come ha detto Putin “un degrado della democrazia politica nella UE”  da parte di gente “che dà lezioni di democrazia”;  la forsennata Mogherini – ovviamente con  l’appoggio di Juncker, Merkel, Hollande – sta, con la sua azione, precipitando la polarizzazione di una ‘Unione’  che, essendo stata ingigantita, ora comprende  nazioni di interessi troppo divergenti.  Il potenziamento  del Gruppo di Visegrad  con la possibile entrata dell’Austria – in funzione di autodifesa dai diktat europeisti – non va sottovalutato.  Vienna ha in quell’area  un peso storico e geostrategico  superiore alla sue  dimensioni demografiche, essendo alcune di quelle nazioni state sotto l’antica corona absburgica – anche se Hofer, modesto (e prudente)  nega ogni  nostalgia  in questo  senso. In ogni caso, la partecipazione alle riunioni di Visegrad di stati come Croazia e Slovenia,  bisognose di  protezione dalla UE,  è significativa.
Mogherini e complici  si ostinano a proseguire le direttive di Obama – ostilità alla Russia –  che sono in rapido smantellamento.   A metà novembre si è saputo che FBI e CIA hanno “richiamato con urgenza i loro agenti”  dal Kiev. Agenti, beninteso, di cui hanno sempre  negato la presenza. Ma l’FBI aveva i suoi uffici addirittura nella sede della Procura generale del regime, e la Cia nella sede del SBU, l’intelligence ucraina.  I funzionari americani sono stati velocemente spostati in Romania e nella repubblica ceca.
Il  fatto è stato rivelato da un ex deputato della Verkovna Rada, Igor Markov, durante   un dibattito televisivo  in Russia.  “Restano solo gli analisti, tutti gli operativi sono partiti”, ha detto Markov. Per lui è un segnale che Washington sta “furtivamente lasciando l’Ucraina”.    E’ da notare che le due agenzie non abbiano aspettato le direttive del presidente Trump, non ancora  insediato; hanno smobilitato  la costruzione artificiale della Nuland, promotrice del colpo di stato  per la secessione dell’Ucraina dalla Russia ancor prima; altra dimostrazione della artificialità e forzosità del “piano Nuland”, come delle altre politiche estere di Obama.    La giunta di Kiev viene mantenuta da  iniezioni continue del Fondo Monetario  –   miliardi  versati  nel quadro di un programma  quadriennale di 17,5 miliardi di dollari per sostenere l’economia ucraina – una generosità mai  vista da parte del FMI – me che spariscono nelle tasche della  classe del potere ;  il ‘governo’  è   rimpolpato  da ministri    che sono cittadini americani, e  tuttavia  sta sprofondando nel disordine e nella corruzione.  Il ‘governo’ di Kiev è sotto attacco da parte dei gruppi neonazi Azov e Pravi Sektor,  che hanno celebrato  il terzo anniversario di Maidan con una manifestazione conclusasi con violenti scontri con la polizia; lo SBU (i servizi) hanno rapito due soldati russi  al confine con la Crimea, nell’evidente ennesimo tentativo – ormai frusto – di  provocare una reazione inconsulta di Mosca. Il regime sta perdendo la protezione Usa, e  può ‘impazzire’.   L’America  lascia a noi europei il mantenimento di questo insostenibile grumo di caos fatto dal loro  Dipartimento di Stato.  Fra poco, l’Austria  entra nel gruppo di Visegrad e la musica cambierà ancora  più decisamente.  La politica di Bruxelles sembra ogni giorno più  idiota, immotivata  e   eh sì – più “estremista”.
 
Tratto da (CLICCA QUI)
 

AUSTRIA: BUSTE PER VOTO POSTALE SI SCOLLANO, RINVIATO BALLOTTAGGIO BIS

Pubblicato il 12 set 2016
Un problema con le buste per il voto per corrispondenza costringe a rinviare il ballottaggio bis in Austria.
"L'Odissea" delle elezioni presidenziali – dopo l'annullamento del voto di maggio da parte dell'Alta Corte – si arricchisce di un nuovo capitolo. 
Il ministro degli Interni annuncia che si terranno il 27 novembre o il 4 dicembre e non più il 2 ottobre: "Il rinvio è dovuto a un difetto delle buste utilizzate per il voto postale – ha spiegato in conferenza stampa, Wolfgang Sobotka – La bus…
ALTRE INFORMAZIONI: http://it.euronews.com/2016/09/12/aus…
 

AUSTRIA, CORTE COSTITUZIONALE: BALLOTTAGGIO PER LE PRESIDENZIALI DA RIFARE.

121417280-239e2edb-fe08-41a0-9ab4-6f745ac57ecfDopo il ricorso dell'estrema destra, i giudici hanno annullato per irregolarità il ballottaggio dello scorso 22 maggio in cui aveva vinto il candidato dei Verdi Alexander Van der Bellen.
Il nuovo voto tra settembre e ottobre.
Preoccupazione in Europa per la possibilità che gli ultranazionalisti conquistino la presidenza.
Dopo il primo turno vinto dall'estrema destra e dopo il ballottaggio vinto sul filo di lana dai Verdi, le elezioni presidenziali in Austria si avviano ora verso un terzo atto.
La Corte costituzionale austriaca, infatti, ha deciso questa mattina che il ballottaggio, vinto lo scorso 22 maggio dal candidato ecologista Alexander Van der Bellen, va annullato a causa delle irregolarità verificatesi nelle operazioni di scrutinio.
La Corte si è pronunciata dopo aver esaminato e accolto il ricorso presentato dal partito di ultradestra del candidato Norbert Hofer, sconfitto dallo sfidante per una manciata di voti.
Come annunciato dal ministero dell'Interno austriaco e dallo stesso Van der Bellen, il nuovo voto dovrebbe tenersi tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre, anche se la scelta definitiva della data verrà comunicata martedì prossimo. Secondo il quotidiano Kurier, la data più probabile potrebbe essere il 18 settembre.
La sera del 22 maggio, alla chiusura dei seggi, in base agli exit poll Hofer sembrava in vantaggio, ma il risultato finale uscito dal conteggio di circa 700mila voti per corrispondenza ha decretato la vittoria di Van der Bellen con uno scarto di circa 30.000 voti. Van der Bellen, in pratica, è diventato nuovo presidente dell'Austria con il 50,3 per cento delle preferenze, rispetto al 49,7 per cento di Hofer.
Il Partito della Libertà cui Hofer appartiene, a questo punto, ha deciso di presentare ricorso affermando che nella maggior parte dei 117 distretti elettorali si erano verificate varie violazioni di legge. Prima fra tutte, lo scrutinio dei voti per corrispondenza iniziato prima che i funzionari della commissione elettorale arrivassero. In altri casi, invece, alle operazioni di spoglio avrebbero preso parte persone non autorizzate. Il partito aveva anche affermato di poter dimostrare che al voto avrebbero partecipato ragazzi di età inferiore ai 16 anni e stranieri.

Oggi da Vienna è arrivata la sentenza della Corte, che ha riscontrato irregolarità in 94 distretti. Le schede votate o scrutinate in maniera irregolare sarebbero circa 78mila, numero che supera di gran lunga quello dei voti di distacco tra i due candidati.
Nel corso delle due settimane di udienza dedicata all'esame della questione, i giudici hanno ascoltato circa 90 testimoni, tra cui membri dei seggi di tutto il Paese.
E molti di loro hanno ammesso che spesso non è stata rispettata alla lettera la legge elettorale, in particolare per quanto riguarda i tempi e le modalità del conteggio dei voti per posta.
La Corte ha poi dichiarato illegittima la prassi seguita dal ministero dell'Interno di inviare a stampa e istituti di sondaggistica i risultati locali prima della chiusura definitiva di tutti i seggi.
"Sono fiducioso e ho intenzione di vincere per la seconda volta ", ha detto Van der Bellen.
Nel frattempo, però, si congela il suo insediamento ufficiale previsto per il prossimo 8 luglio.
Non appena il presidente uscente Heinz Fischer lascerà l'incarico, quindi, la presidenza verrà assunta ad interim collegialmente dai presidenti delle due Camere.
Mentre Hofer è pronto a rilanciare la sua campagna elettorale ad agosto e spera di diventare il primo presidente ultranazionalista, anti-immigrati e di estrema destra di uno Stato membro dell'Unione europea.
Un profilo che preoccupa l'Europa, visto che dopo il referendum sulla Brexit lo stesso Hofer aveva dichiarato di essere favorevole a promuovere un identico referendum in Austria: secondo lui, se l'Unione continua ad andare nella direzione sbagliata, è giusto chiedere ai cittadini austriaci un parere sulla permanenza del Paese tra gli Stati membri.

"Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità", ha detto il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di leggere il dispositivo con cui è stato accolto il ricorso.
E' la prima volta che viene annullato un ballottaggio in Austria.
"Non ci devono essere dubbi sulla legittimità di nessuna elezione.
La decisione della Corte di ripetere il ballottaggio delle presidenziali non è qualcosa di cui rallegrarsi, ma dimostra che la democrazia e lo stato di diritto funzionano", ha dichiarato il cancelliere austriaco Christian Kern, sottolineando che le elezioni sono state invalidate "per errori formali e non per manipolazioni o brogli".
Kern ha poi aggiunto: "Spero che ora ci sarà una campagna elettorale breve e non emotiva.
Chiedo a tutti i cittadini di esercitare il loro diritto di voto".
Si trincera dietro un laconico no-comment il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che dice: "E' una decisione della Corte costituzionale di uno Stato membro e noi non interferiamo".
Dall'Italia, intanto, il primo a far sentire la propria voce è il segretario della Lega Matteo Salvini che su Facebook scrive: "Forza amici, verità e libertà alla fine vincono".  
Preoccupazione, invece, viene espressa dal governatore della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi che ha aggiunto: "Il presidente Van der Bellen era attento alle nostre dinamiche istituzionali e per noi era una garanzia in più.
Ma questa è la democrazia e speriamo che l'esito elettorale tenga conto della necessità di non tornare indietro nella storia dell'Europa".
I motivi dell'allarme sono collegati alle tensioni 
tra Austria e Italia scatenate dalla decisione da parte di Vienna di costruire barriere al confine del Brennero in funzione anti-immigrati. Hofer, infatti, è il leader di un partito che sulla lotta all'immigrazione e sulla chiusura delle frontiere ha costruito la campagna elettorale.
Tratto da: (CLICCA QUI)
 
 

AUSTRIA: CENTOMILA VOTI ANNULLATI A HOFER.

Austria-estrema-destra-620x264Austria, 100.000 voti annullati a Hofer.
Il giornale Kronen Zeitung: “Errori a favore dei verdi
Sempre più evidenze di probabili brogli nelle elezioni presidenziali austriache.
Il giornale austriaco Kronen Zeitung ha riferito di diversi ‘errori’ del computer: tutti a favore del candidato del Sistema.
Secondo il giornale, le schede inviate per posta sono notoriamente facili da manipolare e soggette ad ‘errori’.
A parte questo.
E gli strani numeri dei quali abbiamo già parlato, ecco la scandalosa vicenda dei voti annullati.
E’ normale, in tutte le elezioni, che vi siano schede annullate per errori vari.
Ovunque, il numero delle schede annullate non varia da candidato a candidato in termini statisticamente significativi.
Ma in questo caso si è assistito a circa 100.000 schede annullate per Hofer, mentre solo 64.000 nel caso del candidato eurofilo.

Una differenza di quasi 36 mila schede che non ha alcun senso, se non visto con la lente dei brogli.
Con quei voti in più, Hofer avrebbe avuto nei voti espressi nei seggi un margine sufficiente a vincere nonostante la ‘posta’.
Ma forse, in quel caso, i voti per posta sarebbero magicamente aumentati.
Tratto da (CLICCA QUI)
 

AUTRIA … ALTRI BROGLI ELETTORALI?

Austria-elezioni-620x264Austria, si allarga lo scandalo brogli al ballottaggio: nella città di Linz affluenza del 598%!!

Sempre più insistenti le accuse di brogli, per le elezioni presidenziali austriache, lo confermano i media austriaci qui e qui.
Il segretario del Partito della Libertà austriaco, Herbert Kickl aveva accusato: “Complici del sistema politico attuale potrebbe potenzialmente usare la possibilità di modificare il risultato a favore del rappresentante del sistema, Alexander Van der Bellen”.
Sulla sua pagina Facebook, il leader del Partito della Libertà, Heinz-Christian Strache, ha evidenziato le ‘incoerenze’ a Linz e Waidhofen.

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Anche se ci sono stati solo 9.000 persone registrate a votare nella piccola comunità rurale di Waidhofen, in Bassa Austria, quelli la partecipazione al voto è stata di 13.000 votanti: miracolo!
Ma ancora più clamoroso è il caso della città di Linz, dove si è verificato un incredibile 598 per cento di affluenza alle urne, nel caso di voto ‘per conto terzi’: si tratta di persone malate che danno la procura ad altre per votare al posto loro.
Invece dei 3.580 votanti registrati, ne sono stati contati 21.060!
Il Sistema ha già perso.
Ormai è marcio.
Ovunque in Europa: dobbiamo solo abbatterlo.
E riprenderci quello che è nostro: che è sempre stato nostro.
E ributtare in mare lo schifo che hanno raccattato in questi ultimi anni.
Avanti!
 

BROGLI ALLE ELEZIONI AUSTRIACHE? IN UN COMUNE AFFLUENZA AL 146%!

1461512203-ansa-20160424172526-18732256Sul sito del ministero il conteggio dei voti supera quello dei votanti. In molti, dopo la vittoria del candidato dei Verdi, hanno avanzato l'ipotesi di brogli elettorali
 – Mar, 24/05/2016 – 15:35
Non sono pochi gli elettori austriaci a gridare allo scandalo per "brogli elettorali" alle ultime presidenziali.
 
I fan di Norbert Hofer, il candidato di destra risultato sconfitto per colpa dei voti per corrispondenza, pensano che qualcosa sia andato storto.
Numeri "anomali" nel conteggio che ha incoronato l'ecologista Alexander Van der Bellen presidente d'Austria.
I focolai di protesta sono stati incoraggiati da una notizia pubblicata dal quotidiano austriaco heute.at sulla versione online, poi ripresa anche nell'edizione cartacea odierna.
Un articolo nel quale viene evidenziato un dato "irregolare" riferito agli scrutini che ieri hanno consegnato la vittoria ai Verdi.
Nel collegio "Waidhofen an der Ybbs", infatti, l'affluenza al voto è stata del 146,9%.
Più i votanti degli aventi diritto: 13.262 quelli che si sarebbero recati alle urne contro i soli 9.026 che avrebbero potuto partecipare alla consultazione elettorale.
Il risultato nel collegio è stato tutto in favore di Van der Bellen, che ha collezionato il 52,7% (6.621 voti) contro il 47,3% del candidato di destra, Hofer (5.938 voti).
Quasi sicuramente si tratta di un errore del sistema di conteggio.
O probabilmente qualcuno ha sbagliato a inserire i dati.
Intanto il ministero dell'Interno austriaco ha "bloccato la pubblicazione dei risultati elettorali fino al primo giugno", percisando che anche qualora cambiasse il conteggio sul distretto, il responso non intacchrebbe la vittoria finale di Van der Bellen.
Lo scarto così basso (appena 31mila voti) tra i pretendenti al trono della presidenza dell'Austria ha alimentato però molti sospetti.
Sono tantissimi gli elettori di Hofer che invitano il loro leader a fare ricorso contro il risultato finale uscito dalle urne.
Che però il candidato della destra non ha raccolto, riconoscendo per il momento la sconfitta.

Tratto da (CLICCA QUI)

AUSTRIA: SI DIMETTE IL CANCELLIERE SOCIALDEMOCRATICO

131450279-9c1a0f09-af83-4e00-a8d7-079fe0e04cf5Lascia Werner Faymann dopo la pesante sconfitta del suo partito contro l'estrema destra xenofoba al primo turno delle presidenziali.
Era in carica dal 2008, sua la "firma" per la barriera "anti migranti" al Brennero.
Pronta la nomina del capo del governo ad interim, il conservatore Mitterlehner: "No a elezioni anticipate"
Austria,
dopo la vittoria della destra xenofoba (chissà perchè la destra è sempre xenofoba), si dimette il Cancelliere "moderato"  Werner Faymann, che però aveva dato il via libera al "muro anti-migranti al Brennero.
Il suo partito,  il socialdemocratico, aveva subito una pesante sconfitta elettorale alle ultime presidenziali.
Per questo Faymann ha anche annunciato le sue dimissioni da leader del partito socialdemocratico.
L'addio arriva mentre si avvicina il ballottaggio del 22 maggio alle presidenziali dove, per la prima volta, sono rimasti esclusi i grandi partiti tradizionali, popolari e socialdemocratici:  la sfida sarà tra Norbert Hofer del partito della destra anti immigrati Fpoe, vero trionfatore, e, più indietro, il candidato dei Verdi Alexander Van der Bellen.
E il governo ora è nel caos. I partiti socialdemocratico (Spoe) e conservatore (Oevp) governavano insieme dal 2008 in una grande coalizione guidata da Faymann.
Le prime pesanti crepe sulla tenuta del governo si erano aperte lo scorso 24 aprile, quando al voto erano stati chiamati 6,4 milioni di austriaci. Il favorito al primo turno delle presidenziali sembrava essere Van der Bellen, economista di 72 anni che tra il 1997 e il 2008 ha guidato il partito ecologista e progressista dei Verdi, ma invece tutto si è ribaltato.
Ha stravinto Norbert Hofer, uomo ultranazionalista, euroscettico e anti-immigrazione e, per la prima volta dal Dopoguerra, fuori dalle elezioni presidenziali sono finiti proprio i grandi partiti tradizionali, i popolari e i socialdemocratici, di cui Faymann era espressione congiunta.
L'annuncio delle dimissioni  è arrivato durante una conferenza stampa convocata frettolosamente, in cui il Cancelliere ha sottolineato anche che "avere la maggioranza (nel partito) non è abbastanza". Faymann, fino ad oggi alla guida di un esecutivo moderato centrista, è finito sotto pressione da parte soprattutto dai sindacati e dall'ala giovanile del suo partito, per il risultato deludente di Spo nelle recenti elezioni presidenziali e anche per la linea dura adottata sulla questione migranti – il suo governo aveva dato il via libera alla realizzazione della barriera al Brennero – e sul giro di vite nel diritto d'asilo. Provvedimenti che comunque non hanno portato più consensi al governo socialdemocratico.
E, dopo il successo di Hofer al primo turno delle presidenziali, diverse voci si erano alzate nel partito contro chiedendo le sue dimissioni.
"Questo governo ha bisogno di ripartire nuovamente con forza", ha detto Faymann, dopo un incontro con i leader del partito, aggiungendo:  "Quando si ha l'onore di essere cancelliere dell'Austria per 7 anni e mezzo si dice grazie, con profonda convinzione".
E Faymann ha difeso i risultati ottenuti durante i suoi mandati con la Grosse Koalition viennese: in primo luogo la tenuta dell'Austria durante la crisi finanziaria, e subito dopo la sua gestione della crisi dei profughi.
"È una grande sfida, che lo scorso anno abbiamo gestito assieme a Germania e Svezia – ha ricordato Faymann – centinaia di migliaia di profughi sono arrivati in Austria, il 95% ha proseguito altrove".
Faymann ha rimarcato il contributo di Vienna ("abbiamo dato asilo a oltre 90.000 persone"), ma ha poi detto che "all'inizio dell'anno è apparso chiaro che la soluzione europea non faceva progressi".
Da qui, a suo avviso, la necessità di prendere atto della nuova situazione: "Sarebbe stato poco responsabile non mettere in campo misure nazionali, non perché siano migliori ma perché le richiede la realtà", ha detto.
Queste misure hanno "suscitato molta resistenza, non da ultimo anche nel mio stesso partito", ha concluso il socialdemocratico dimissionario.
E sarà il vice-cancelliere del partito popolare Oevp, Reinhold Mitterlehner ad assumere l'interim.  
Il presidente della Repubblica Heinz Fischer accetterà nel pomeriggio le lettera di dimissioni di Faymann e darà l'incarico di cancelliere ad interim a Mitterlehner che ha già una sua linea: mantenere la stabilità nella grande coalizione di governo e "nessun motivo per anticipare le elezioni, previste per il 2018".
 

LE “TRUPPE” DI SOROS ALL’ASSALTO DEL BRENNERO

No-Borders-manifestazioneBolzano.
Nella giornata di Ieri, la Frontiera del Brennero, un lembo di Europa, tra Italia e Austria, diventato un simbolo per i militanti del movimento “No-border”, si è trovato al centro di un assalto che ha provocato danni, feriti tra le forze dell’ordine ed ore di tensione in tutta la zona.
I gruppi anarchici e black bloc sono arrivati al Brennero da tutta Europa.
Grazie ai mezzi finanziari forniti dal miliardario ebreo statunitense, George Soros, quello che finanzia la “No Borders” e le altre ONG che favoriscono l’ondata migratoria in Europa, la mobilitazione è stata attuata da vari paesi d’Europa da cui provenivano molti militanti per manifestare contro la barriera anti immigranti prevista dall’Austria. Le spese per il viaggio, colazione e trasferta sono state tutte finanziate dall’organizzazione con incluse le spese legali per gli arrestati.
Con un appello sul web, quelli della “No Borders” hanno organizzato una manifestazione contro il muro anti-migranti che il governo di Vienna vuole costruire al confine con l’Italia.
350 metri di barriera, annunciata e già finanziata dal governo austriaco con 1 milione e mezzo di euro.
Nessun partito politico ha aderito, ma all’appuntamento al Brennero ieri sono arrivati in seicento e sono iniziati gli scontri.
Il valico del Brennero è rimasto per ore avvolto nella nebbia dei fumogeni.
Tutti al buio, nonostante la giornata di sole.
Una lunga fila di treni bloccata al confine, spaventati i passeggeri, l’autostrada Bolzano-Innsbruck chiusa per ore, centinaia di agenti e carabinieri in tenuta antisommossa sui binari della linea internazionale a fronteggiare i militanti pro invasione.
Una guerriglia scatenata a quota 1300 Mt..
Quattro i feriti e diciotto i contusi tra le forze dell’ordine.
Nessuno di loro è grave.
Cinque invece le persone arrestate, sono tutti italiani.
Ma gli scontri al Brennero sono andati avanti per ore, come già avvenuto in Val di Susa.
Si tratta degli stessi gruppi e della medesima organizzazione che ha manifestato in Francia, a Calais, a favore dei migranti bloccati in attesa di passare in Inghilterra.
Stessa organizzazione, stessa regia e stesso finanziatore.
I manifestanti si battono per l’abolizione di tutte le frontiere e per realizzare una società “multiculturale”, omologata secondo le direttive delle centrali sovranazionali diBruxelles, conforme alle raccomandazioni dell‘ONU (quelle di sostituire le popolazioni europee), in ossequio a quanto indicato anche dal FMI (necessità di manod’opera di riserva per i paesi europei) e in totale accordo con i messaggi lanciati da Papa Francesco. Tanto d’accordo da poterli indicare come i “black blok” benedetti dal Papa.
Proprio nel punto della frontiera in cui si esce dall’Italia e si entra in Austria, si sono diretti i militanti “filo papalini” , i black bloc e gli anarchici che erano appena scesi alla stazione ferroviaria del Brennero poco prima delle 14. Molti sono arrivati anche dall’Austria e dalla Germania. I primi ad essere aggrediti, sono stati un gruppo di giornalisti che li aspettavano con le telecamere, tanto per fare una sceneggiata ad uso delle TV.
Già da vari giorni, sul Web e sui social media, la manifestazione era stata annunciata con un volantino molto esplicito: un uomo con il volto coperto dal passamontagna, con un bastone in mano e il filo spinato sullo sfondo.
Il corteo dei militanti mondialisti, molti dei quali con il volto coperto dai caschi da moto e da maschere antigas, con i bastoni in mano, si sono divisi in due tronconi: uno si è diretto verso l’autostrada bloccando la circolazione in entrambi i sensi, altri verso la linea ferrovia. Un gruppo, sempre a piedi, ha raggiunto il confine proprio dove è previsto di ripristinare i controlli e posizionare le barriere anti-migranti.
Urlando le slogan “Distruggiamo le barriere” , “No alle frontiere”, “viva il Papa”, hanno lanciato sassi e grossi oggetti contro le forze dell’ordine che hanno risposto con i lacrimogeni.
Il fumo ha avvolto il valico, mentre sono entrati in azione gli idranti che hanno fatto indietreggiare i manifestanti.
Bloccati i treni e la viabilità sull’autostrada che collega Bolzano a Innsbruck.
Gli scontri sono durati ore.
Le organizzazioni No Borders prevedono di fare altre manifestazioni in concomitanza con una campagna che verrà lanciata da varie ONG per chiedere la disobbedienza civile nel caso che i nazionalisti vincano le elezioni in Austria e si prevedono manifestazioni clamorose per contestare le scelte antimigrazione che verranno prese dal nuovo presidente austriaco.
Niente di nuovo ma rimane chiaro che, contravvenire alle direttive mondialiste dettate dagli organismi sovranazionali, rappresenta una sfida alla quale si risponde prima con le “truppe” di Soros e poi con le campagne mediatiche diffamatorie, una esperienza simile a quella già subita dal premier ungherese Viktor Orban.
Tratto da (CLICCA QUI)
 

LE ELEZIONI IN AUSTRIA – ANALISI ALTERNATIVA.

AUSTRIA - BANDIERAUN’ANALISI ALTERNATIVA ALLA VULGATA “PROGRESSISTA”
Maurizio Blondet  4 maggio 2016  0
di Paolo Borgognone
Premessa.
La FPÖ, il “diavolo”?
Le elezioni presidenziali austriache tenutesi il 24 aprile 2016 segnarono un punto di svolta nell’ambito delle relazioni politiche interne ai Paesi della Ue.
Il primo turno di queste elezioni, infatti, fu connotato dalla vittoria, nemmeno troppo a sorpresa, del candidato del Partito della Libertà Austriaco (Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ), Norbert Hofer, e dal simultaneo crollo di consensi dei due partiti “istituzionali” (democristiani, ӦVP, e socialdemocratici, SPӦ) dominanti la politica interna dal 1945.
Norbert Hofer ottenne, complessivamente, 1.499.971 preferenze su un totale di 4.279.170 voti validi, pari al 35,1 per cento dei consensi.
Il candidato socialdemocratico, Rudolf Hundstorfer, dovette accontentarsi di 482.790 voti (11,3 per cento) e quello democristiano, Andreas Khol, di 475.767 preferenze (11,1 per cento).
Al secondo posto, molto staccato da Hofer, si attestò il leader della sinistra liberal-borghese austriaca, ossia il candidato “indipendente” sostenuto dai Verdi, Alexander Van der Bellen, con 913.218 voti, pari al 21,3 per cento.
Norbert Hofer vinse il primo turno delle elezioni presidenziali austriache presentando un programma variamente articolato, una sorta di connubio liberista, etnonazionalista e protezionista in fatto di controlli alle frontiere e welfare.
Il programma di Hofer e della FPÖ si caratterizzava come interno alla galassia delle proposte “populiste” e “nazionaliste” di fuoriuscita dalle logiche neoliberali e cosmopolitiche della Ue.
La FPÖ si schierava infatti, come forza politica organizzata, contro la retorica immigrazionista (frontiere aperte), omosessualista (gay friendly) e integrazionista (fine dello Stato nazionale, cosmopolitismo neolibertario quale religione identitaria di massa dei “cittadini globali” della Ue) propria dell’eterogeneo apparato politico (PPE, PSE, ECR, liberaldemocratici, Verdi e Sinistra Europea) di riproduzione del dominio della tecnocrazia liberale di Bruxelles. Soprattutto, Norbert Hofer e la FPÖ si dichiararono contrari alla ratifica, in sede europea, del Trattato di libero scambio e libero commercio Usa-Ue (TTIP, altresì detto «Nato economica»).
Norbert Hofer affermò che «se l’Austria fosse chiamata oggi a esprimersi sul suo ingresso nell’Ue, lui voterebbe contro».
Hofer infatti si pronunciò in questi termini, riguardo all’idea di Europa che aveva in mente:
Non sono certo felice del blocco sul Brennero: ma finché le frontiere esterne della zona Schengen non funzionano, dobbiamo mettere in sicurezza i nostri confini nazionali […].
Dobbiamo lavorare ancora insieme a un’Europa comune e a un’Europa sussidiaria.
Questo è il mio obiettivo: un’Europa sussidiaria che non sia uno Stato centrale.
Ma se pensiamo di costruire uno Stato centrale in cui i Paesi membri hanno poco da dire allora è difficile.
La FPÖ è un tipico partito della destra radicale nazional-populista e post-industriale europea.
Questo partito, nato nel 1955 come soggetto politico prettamente liberal-nazionale capace di alternare una retorica sciovinistica a frangenti di più schietta integrazione liberale sistemica, a partire dal 1992 intraprese una sorta di svolta politica in direzione “populista” nel momento in cui la ratifica del Trattato di Maastricht segnò «l’avvento dell’“Europa dei banchieri e dei burocrati”, contrapposta a quella, idealizzata, dei “popoli” o delle “Patrie”».
Nel 1994 la FPÖ diede vita a una campagna a sostegno del “No” all’integrazione dell’Austria nella Ue e prese a definire la nascente, e sedicente, Unione europea quale sorta di “prigione dei popoli” e “delle identità”.
Nel 2011, la FPÖ varò un programma dal titolo «Europa der Vielfalt(Europa delle diversità)» in cui teorizzò «l’Europa intesa come “un’alleanza di nazioni libere e patrie autodeterminate”», ovvero un’Europa quale «spazio di cooperazione tra popoli che mantengono le loro specificità, le loro tradizioni e la loro cultura, rifiutando una “uniformità culturale” ottenuta attraverso un processo di integrazione troppo irrispettoso delle specificità e della sovranità dei singoli Stati-nazione».
Alla battaglia contro la Ue ideologizzata in senso cosmopolitico e neoliberale, la FPÖ affiancò, negli anni Novanta del XX secolo, una retorica genericamente ostile all’Islam e un programma politico teso alla realizzazione di un welfare identitario a primazia nazionale. Scrive, in merito, Marco Mancini:
Così la FPÖ nel 1994 sostiene il «no» nel referendum sull’adesione del paese austriaco all’Unione Europea, sfruttando anche i timori per l’apertura a Est.
Il nuovo leader del partito, Heinz-Christian Strache, insiste sulla possibilità di abbandonare l’Unione europea, qualora non vengano garantiti a sufficienza gli interessi nazionali austriaci.
La nuova Europa è bollata come «troppo allargata, simile all’Unione Sovietica, cosmopolita, separata dalle radici cristiane e invasa dall’Islam».
Sotto la guida del pittoresco Jӧrg Haider, tra il 1986 e il 1992 si «accentua la svolta anti-sistema della FPÖ».
Nell’ambito del partito, infatti, «vengono […] attenuati i precedenti toni liberisti, attraverso una posizione volta a tutelare le fasce più deboli della popolazione, pur all’interno di un’economia competitiva».
I risultati della svolta anti-sistema della FPÖ non si fecero attendere. Nel 1999 infatti, a fronte del 26 per cento dei voti ottenuti alle elezioni di ottobre, «la FPÖ di Haider riesce […] a conquistare il 47 per cento dei voti operai, a fronte del 4 per cento che sosteneva il partito nel 1979».
I ceti popolari furono attratti al voto per la FPÖ in quanto tale partito si connotò come l’unica forza politica, interna al panorama austriaco, nominalmente “euroscettica”, ossia impegnata in una battaglia culturale a difesa dei valori tradizionali della cultura autoctona da ogni ipotesi di colonialismo americanocentrico. Scrive infatti Mancini:
In termini generali, è possibile affermare che l’euroscetticismo costituisce solo una parte di una piattaforma più ampia, caratterizzata dall’ostilità nei confronti delle organizzazioni internazionali, accusate di minacciare la sovranità degli Stati, e del processo di globalizzazione nel suo complesso […].
Da una parte, l’ideologia mondialista è all’origine della società multiculturale; dall’altra, il «villaggio globale» impone anche una crescente omogeneizzazione delle culture e degli stili di vita, portando a una deleteria «Cocacolonization»[11].
La FPÖ può, come del resto la maggior parte dei partiti nazional-populisti europei, essere annoverata tra i movimenti che raccolgono il consenso dei «vinti» dai processi di globalizzazione.
I suddetti «vinti» e «sradicati» della globalizzazione sono soprattutto «i maschi di classe operaia, con bassi livelli di istruzione formale e poche competenze trasferibili», mentre i «vincitori» della mondializzazione devono essere annoverati all’interno della «nuova classe media», un ceto culturalmente cosmopolita, giovanilistico e femminilizzato, i cui appartenenti possono vantare livelli di istruzione medio-alti o alti, solide reti di capitalismo relazionale in grado di facilitarne l’ingresso nell’ambito dei settori professionali “che contano” e spiccata propensione all’integrazione nella network society senza frontiere.
Gli attuali elettori popolari della FPÖ sono dunque ravvisabili in quel ceto operaio «che figurava fra i “maggiori beneficiari dell’età dell’oro” del capitalismo fordista».
Sono dunque gli appartenenti alla classe operaia tradizionale novecentesca, un tempo elettori socialdemocratici, a orientare la propria scelta politica in direzione della FPÖ.
Costoro infatti, «nell’attuale epoca di cambiamenti strutturali» e di ridefinizione delle classi sociali nell’ottica dell’egemonia della cultura neoborghese e delle nuove forme di lavoro flessibile scaturite dai mutamenti sistemici intervenuti con il “cambio di fase” del capitalismo a partire dalla fine degli anni Settanta, sono i ceti sociali maggiormente penalizzati dall’immigrazione dai Paesi dell’Est ed “extraeuropei”, nonché dalla demolizione del Welfare State organizzata dai partiti socialdemocratici e liberalconservatori sistemici segnatamente durante i “ruggenti” anni Novanta del clintonismo, del blairismo e dell’“Ulivo mondiale”.
La precedente “aristocrazia operaia” caratteristica del “trentennio glorioso” del capitalismo relativo europeo (fordista/keynesiano) fu precipitata, dalle politiche di deregulation, di privatizzazione e di internazionalizzazione attuate, in un certo qual senso paradossalmente, da quelli che sino a quel momento erano stati i suoi tradizionali referenti politici (i partiti socialdemocratici filo-Ue e filo-Nato), nel baratro della precarizzazione lavorativa, sociale, politica ed esistenziale.
Pertanto, gli operai tradizionalmente intesi (la classe operaia socialdemocratica, sindacalizzata ed economicistica “realmente esistente”), data la precaria situazione in cui versano, […] costituiscono il gruppo che è più portato a inveire contro il libero commercio e il flusso internazionale dei capitali, e di conseguenza a essere attratto dalla retorica etnocentrica della destra radicale, riflessa in uno degli slogan centrali di questa famiglia politica, quello che porta a considerare il proprio popolo prima d’ogni altra cosa (nel Front National, esso recita Les français d’abord; nel Vlaams Blok,Eigen volk eerst; nella FPÖ, Osterreich zuerst).
L’elettore-tipo della FPӦ, dunque, già alla metà degli anni Novanta era identificabile attraverso queste caratteristiche sociologiche: maschio (alle elezioni del 1995 il 62 per cento degli elettori del Partito della Libertà era composto da uomini e il 38 per cento da donne), operaio (nel 1995 «gli ex elettori socialdemocratici costituivano quasi un quarto dell’intero totale della FPӦ, e gli operai continuavano a occupare la posizione di maggiore singolo gruppo demografico dell’elettorato della FPӦ, come già era accaduto nel 1990») e «in possesso di un’educazione tecnica o professionale.
La FPӦ, che pure annoverava una folta schiera di professionisti e imprenditori tra i suoi elettori (il gruppo dei liberi professionisti e degli imprenditori era infatti secondo solo a quello degli operai tra i soggetti sociali di riferimento del Partito della Libertà), è da sempre sottorappresentata tra le fasce maggiormente istruite e presumibilmente integrate e cosmopolite della classe media austriaca (appena il 16 per cento degli elettori della FPӦ nel 1995 possedeva una laurea).
L’elettorato della FPӦ era pertanto ravvisabile quale frutto di una sorta di alleanza tra determinati settori sociali «vincenti» dei processi di globalizzazione (yuppiedi varia estrazione) e fasce sociali «sconfitte dalla modernizzazione» (precedente “aristocrazia operaia” autoctona, ceti piccolo-borghesi proletarizzati dalle politiche di riduzione dello stato sociale, contadini residenti nelle aree rurali “tradizionali” del Paese).
La FPӦ infatti, vantando i consensi di una parte consistente dell’elettorato “autonomo”, benestante e integrato della provincia austriaca e finanche di Vienna, perseverava a presentarsi e a essere percepita come partito nazional-liberale dello “sciovinismo del benessere” o partito della «destra populista escludente».
La FPӦ è dunque un partito assai diverso dalle, peraltro assai minoritarie, se si esclude (parzialmente) il caso dello Jobbik ungherese, formazioni della destra radicale nazional-socialista o «socialistavӧlkisch» europea, propugnanti un programma di «nazionalismo economico» inconciliabile con il liberal-populismo sciovinistico della FPӦ.
Scrive infatti, divulgando una rassegna di questi partiti «socialistivӧlkisch», Hans-Georg Betz:
Fra i maggiori rappresentanti di questo gruppo ci sono il Partito nazional-democratico tedesco (Nationaldemokratische Partei Deutschlands, NPD) e (per certi versi) l’Unione del popolo tedesco (Deutsche Volksunion, Dvu), il Movimento Sociale Fiamma Tricolore in Italia e il British National Party.
Ciò che li distingue da altri partiti della destra radicale è l’adozione di un programma esplicitamente socialista nazionale (o, forse più appropriatamente, vӧlkisch).
Questi partiti politici, un tempo fieramente schierati su posizioni dogmaticamente anticomuniste e finanche russofobiche, oggi sono sorprendentemente tornati a suscitare l’interesse degli “addetti ai lavori” per via del proprio rapporto privilegiato con determinate correnti politiche nazional-patriottiche del “mondo russo” e si pongono come gli interpreti di un’originale, per quanto prospetticamente limitata e insufficiente, critica “nazionalistica” del capitalismo contemporaneo. Interessante rilevare che, in un frangente storico in cui la sinistra, anche quella solitamente percepita come “alternativa” e “radicale”, ha palesemente utilizzato ogni canale mediatico e politico (dal talk show alle riviste patinate di costume e gossip, fino alla comunicazione elettorale diretta) per sbarazzarsi da ogni precedente identità comunista e anticapitalista (per indossare i più comodi panni di interclassista “movimento dei movimenti” alterglobalista, negriano e cosmopolita), siano stati i partiti della destra radicale nazional-socialista evӧlkisch a farsi portavoce delle istanze di malcontento delle classi popolari per gli effetti perversi delle politiche di globalizzazione sistemica. Scrive infatti, sul tema, Hans-Georg Betz:
Ironicamente, in un mondo nel quale le posizioni teoriche anticapitaliste sono state largamente abbandonate, l’ala nazional-socialista dell’odierna destra radicale è una delle ultime forze politiche che rendono omaggio a richieste cruciali della tradizionale sinistra socialista e comunista, di cui quest’ultima si è ampiamente sbarazzata.
Oggi sono gruppi come il Movimento Sociale Fiamma Tricolore a proclamare che non possono esserci «compromessi con il capitalismo» e ad alzare la voce contro le privatizzazioni, il «mercato selvaggio», la globalizzazione, la disoccupazione di massa e il graduale smantellamento dello Stato sociale.
In effetti, conformemente alla propria vocazione di partito dello “sciovinismo del benessere”, nel momento in cui, tra il 2000 e il 2002, la FPӦ si trovò coinvolta in una coalizione di governo con il centro democristiano (ӦVP), manifestò «una chiara subalternità rispetto ai popolari, soprattutto in politica economica, dove le misure a favore dei ceti medio-bassi latitano».
In politica estera, inoltre, «le posizioni anti-conformiste di Haider, […] basate su un crescente anti-americanismo, non sono apprezzate dalle fasce più conservatrici dell’elettorato; i finanziamenti da parte degli imprenditori decrescono sensibilmente».
Tuttavia, ciò che provoca veramente l’inquietudine delle classi dirigenti sistemiche, politiche e mediatiche, dei Paesi della Ue nei confronti della FPӦ è la nuova svolta, ispirata alla promozione dei valori tradizionali, da parte del partito. In particolare, sotto la supervisione di Andreas Mӧlzer, sin dal 1997 la FPӦ adottò un programma che archiviava il precedente anti-clericalismo liberale «a favore della ricerca di consensi presso l’elettorato cattolico-tradizionalista».
Il nuovo programma culturale della FPӦ esprimeva esplicite critiche alla modernità neoliberale e alla società cosmopolitica, accennando
ai pericoli rappresentati […] dal consumismo nichilista tipico della società contemporanea. Inoltre, il documento tace sui diritti delle donne, enfatizza il ruolo della famiglia e respinge ogni tentativo di equiparare a essa le unioni omosessuali.
In politica internazionale, da ultimo, la FPӦ ha abbracciato una linea marcatamente euroscettica e filorussa.
Già nel 2008 infatti, il Partito della Libertà aveva cominciato a volgere lo sguardo a Oriente, più precisamente alla Serbia, Paese da vari osservatori internazionali considerato «prima vittima del nuovo ordine mondiale» made in Usa.
Nel maggio 2008, la FPӦ siglò un patto di collaborazione politica con il Partito Radicale Serbo (SRS). Il leader della FPӦ, Heinz-Christian Strache, prese parte a una delegazione politica del suo partito presso il SRS, a Belgrado, parlando addirittura a una manifestazione del Partito Radicale Serbo, in Piazza della Repubblica.
Dopo la lacerazione politica intervenuta, nel settembre 2008, all’interno del SRS, la FPӦ ha rinnovato il proprio accordo di collaborazione con la frazione “riformista” e “pro-Ue” sganciatasi dal SRS e costituente, sotto la presidenza dei transfughi neoliberali Tomislav Nikolic e Aleksandar Vucic, il conservatore ed “europeista” SNS (Partito serbo del progresso).
Nel 2016 il leader della FPӦ, Heinz-Christian Strache, definì Vladimir Putin «un democratico puro» e orientò decisamente in direzione di Mosca la direttrice di politica estera del partito.
Di rimando, i media liberali “europeisti” tornarono a sproloquiare riguardo a una fantomatica «Internazionale Nera» pro-Putin e al presidente russo quale «zar dell’estrema destra europea».
Inoltre, la FPӦ sembra aver cominciato a comprendere che l’islam radicale sunnita wahhabita e l’Islam sciita rivoluzionario non siano propriamente la stessa cosa, e ha stabilito contatti con esponenti della Repubblica islamica d’Iran.
La FPӦ, insieme agli altri partiti nazional-populisti europei, viene sistematicamente demonizzata come «fascista» e «razzista» dal mainstream media perché presenta un programma «value-oriented», ossia centrato su quei valori tradizionali che rappresentano «il principale ostacolo alla continua espansione del capitalismo globalizzato».
Infatti, come scrive Jean-Claude Michéa, lungi dal connotarsi quali riferimenti culturali tipici del «ritorno della “bestia immonda”» del fascismo storico novecentesco, i suddetti valori tradizionali «trovano la loro vera origine in quel sentimento naturale di appartenenza che si oppone, per definizione, all’individualismo astratto del liberalismo moderno (perché non c’è dubbio che il liberalismo pienamente sviluppato sia incompatibile con qualunque nozione di confine o di “identità nazionale”)».
Lungi dal configurarsi come esempio dell’eterno “fascismo di ritorno” brandito a mo’ di spauracchio mediatico dal clero universitarioliberal e dalla fitta schiera di strapagati opinionisti di sinistra, i valori tradizionali delle comunità storiche e popolari originarie possono costituire benissimo – una volta ritradotti e riorientati in senso ugualitario e universalistico – il punto di partenza privilegiato del progetto socialista e della sua peculiare cura nel preservare, contro il movimento capitalista di atomizzazione del mondo, le condizioni primarie di ogni esistenza veramente umana e comune.
I valori tradizionali sono compatibili con, e finanche propedeutici al, socialismo originario quale modello di sviluppo comunitario antagonista rispetto allo stato di cose presenti ma si connotano come radicalmente incomponibili con l’«universalismo astratto e benpensante che ha sempre caratterizzato la borghesia di sinistra». Infatti, oggi, il «sistema liberale globalizzato non può crescere e prosperare se non distruggendo progressivamente l’insieme dei valori morali ai quali quel popolo di destra è ancora profondamente – e legittimamente – attaccato».
Soprattutto per questa ragione il capitalismo odierno, «fatto sociale onnicomprensivo», totalità dialettica costituita da momenti anche culturali, auspica la resa dei conti con qualsivoglia ostacolo, sia esso di natura politica (indifferentemente dalla matrice ideologica di destra o di sinistra), culturale, economica o morale, che osi immaginare di frapporsi sulla via del suo dispiegarsi inarrestabile.
 
Il “circo mediatico” liberal, lo “spirito santo”?
La FPӦ, così come il resto dei partiti nazional-populisti europei, ponendo in essere una critica meramente nazionalistica del capitalismo contemporaneo, non è la soluzione al problema.
Su questo punto, Alain de Benoist ha pronunciato parole molto significative, sostenendo che «il sovranismo non porta da nessuna parte, perché nessuno Stato da solo è in grado di far fronte alle attuali sfide planetarie, a cominciare dal controllo del sistema finanziario».
Tuttavia, la critica sovranista all’Unione europea è condivisibile poiché, nel novero delle logiche neoliberali della Ue transatlantica, «la sovranità che si toglie alle nazioni non è riportata a livello sovranazionale, ma sparisce in una sorta di buco nero».
Il buco nero della tecnocrazia, del dominio dei mercati finanziari privati internazionali e dell’egemonia culturale cosmopolitica.
Dinnanzi a questo scivolamento della sovranità nazionale nel baratro del cosmopolitismo, sempre secondo de Benoist, «è abbastanza naturale essere tentati a ripiegare sullo Stato-nazione».
Eppure, se davvero si vuole costruire un’alternativa continentale, imperiale ma non imperialistica, al dominio geopolitico, economico, militare e culturale a stelle e strisce, la soluzione non può consistere nel ripiegamento sciovinistico dell’Europa delle “piccole patrie” (inevitabilmente soggette a influenze strategiche esterne) bensì nel varo di quello che Gérard Dussouy ha definito «patriottismo paneuropeo», tradizionale e originario (ossia profondo, radicale), finalizzato alla costruzione dello Stato europeo contro la sedicente Ue di Bruxelles. Alain de Benoist dimostra di condividere l’approccio di Dussouy, nel momento in cui fa suo il motto «Per l’Europa, contro Bruxelles».
Tuttavia, e al netto delle considerazioni di cui sopra, è necessario affermare che la FPӦ e i partiti nazional-populisti europei, pur annoverando nell’ambito della propria proposta politico-programmatica e culturale i limiti summenzionati, e pur perseverando a collocarsi nel novero della vulgata huntingtoniana in materia di relazioni internazionali e liberistica in economia, si connotano come infinitamente migliori rispetto al “circo mediatico” liberal e “progressista” impegnato nella loro costante e strumentale demonizzazione a mezzo tv e stampa. Il “circo mediatico” progressista è infatti compattamente schierato contro qualsivoglia baluardo antagonistico e tradizionale (katechon) all’ordine cosmopolitico costituito.
Le stesse elezioni politiche pluripartitiche e pubblicitarie, nei Paesi occidentali a sistema “democratico liberale” (sistema dell’“alternanza unica” tra partiti liberali di centrodestra e partiti liberali di centrosinistra sistemici) sono il mezzo attraverso cui l’oligarchia cosmopolitica internazionale (Global classfinanziarizzata) impone, per tramite della pervasiva e performativa azione di diversione propagandistica attuata dalla propria “guardia bianca”, ossia il “circo mediatico” unificato (ossia, gli strati superiori della new global middle class), la perpetuazione sine die dello stato di cose (neoliberali) presenti. La stampa liberal e radical-chic combatteva all’unisono una battaglia politica “anti-populisti” in nome della perpetuazione e della radicalizzazione, in ambito economico, politico e culturale, del citato “stato di cose presenti”. Sula Repubblica, non a caso, Ezio Mauro stigmatizzava il nazional-conservatorismo del premier ungherese Viktor Orbán, reo di aver proclamato il «fallimento del liberalismo».
Mauro si doleva che, in Gran Bretagna, la campagna elettorale per la Brexit fosse appoggiata dal conservatore Boris Johnson, «sindaco della città più cosmopolita del continente, Londra».
Per Ezio Mauro infatti, la cultura politica conservatrice non avrebbe dovuto opporsi al cosmopolitismo e al liberalismo di sinistra ma si sarebbe dovuta limitare a ritardarne gli effetti di accelerazione dei processi di flessibilizzazione integrale delle masse. Mauro, aperto sostenitore della rimozione del katechon, affermò infatti:
Prezzolini, guardandosi intorno sancirebbe a questo punto la sconfitta del “vero conservatore”, come lo idealizzava lui: capace di non confondersi con i reazionari, i tradizionalisti, i nostalgici, di non rifiutare i mutamenti purché avvengano gradualmente, di conservare le istituzioni.
Secondo Mauro dunque, la cultura conservatrice avrebbe dovuto rompere definitivamente con la Tradizione, con il katechon, e aderire al complesso di riferimenti cosmopolitici caratteristici del liberalismo progressista, storicista, neoborghese.
Proprio in questo senso andava esplicandosi il vero e proprio nocciolo della critica rivolta da Mauro ai partiti nazional-populisti europei, e in particolare alla FPӦ, ossia quella di voler stringere «amicizia con Putin», un soggetto politico percepito, dai liberal di ogni sorta, quale principale oppositore geopolitico e culturale del processo di americanizzazione conformistica e antitradizionale del mondo. Ezio Mauro infatti non si scagliava soltanto contro i populisti di destra, come la FPӦ, ma anche contro quelli di sinistra, tra cui il presidente della Repubblica ceca, il socialdemocratico Milos Zeman, sprezzantemente definito, dall’editorialista de la Repubblica, «xenofobo» e, si badi bene, «russofilo».
Sulla stessa linea interpretativa de la Repubblica si connotava il quotidiano “comunista”il manifesto, nel momento in cui, denunciando esplicitamente la filosofia politica di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin, una filosofia che «indica l’orizzonte del blocco eurasiatico e la tradizione anticosmopolitica di Mosca come direzione di marcia», condannava senz’appello «i ripetuti interventi di Salvini a favore di Putin e le bandiere russe in tutte le piazze leghiste».
La sinistra liberal e radical-chic, ossia il “circo mediatico” politicamente corretto, despecifica strumentalmente i nazional-populisti al rango di «omofobi» (parola, quest’ultima, che non ha alcuna valenza letterale, significando semplicemente «paura dell’uguale»), «maschilisti» e «trogloditi» e promuove manifestazioni di femministe appartenenti ai ceti danarosi e integrati per ribadire la propria vocazione a soggetto politico e mediatico di riferimento del ceto medio semicolto (knowledge class), ovvero del principale sostenitore sociologico dei processi di internazionalizzazione e privatizzazione dei rapporti socio-politici vigenti.
Gli esempi, in tal senso, si sprecano e vale la pena riportarne un paio.
Nella prefazione a un noto libro dedicato al “fenomeno leghista”, il telegiornalista liberaldemocratico e cosmopolita Gad Lerner denuncia la diffusione del leghismo come nuova ideologia conservatrice; capace di entrare in sintonia con le pulsioni reazionarie che si perpetuano da secoli nella società di un’Italia settentrionale guelfa profondamente segnata dalla Controriforma, e refrattaria all’autorità statale.
Chi per gioco si fa immortalare al raduno di Pontida indossando barbarici copricapo con le corna d’ispirazione celtica nella vita di tutti i giorni si fa portatore di stereotipi comunitari retrivi.
La Lega ha fornito rappresentanza politica a pulsioni antimeridionali e xenofobe, ha legittimato un revival paganeggiante del tradizionalismo cattolico anticonciliare, coltiva al proprio interno il revanscismo delle piccole patrie […].
Sembrava uno scherzo e invece … […]
E’ obbligatorio sottostare allo scherzo se si vuole far parte del gruppo; così com’è necessario autocensurare repliche sbigottite nel caso del fraseggio volgare o razzista.
A sua volta, l’antropologa Lynda Dematteo, per sottolineare la dimensione “gretta” e “retriva” in cui si sarebbe accovacciato lo stereotipo del militante leghista di provincia sottolinea che «i celibi sono numerosi nei ranghi leghisti, i militanti sono conosciuti come “quelli che non riescono a trovare la ragazza”».
L’argomentazione della Dematteo implicitamente rimandava a un presunto confronto tra due rappresentazioni sociologiche tra esse inconciliabili, ovvero:
  • un microcosmo populistico maschile “tradizionalista”, “arretrato”, “chiuso” e “gretto”;
  • un macrocosmo cosmopolitico femminile “creativo” “avanzato”, “aperto” e dunque totalmente indisponibile al confronto con coloro i quali si venissero a porre nella condizione di contraddirne o metterne in discussione i citati postulati culturali (open mind) di riferimento.
Infatti, per l’antropologa Lynda Dematteo (una ragazza appartenente alla famigerata Erasmus Generation) era assolutamente incomprensibile il nominale rifiuto leghista nei confronti della globalizzazione e del cosmopolitismo individualistico.
La retorica ambizione leghista concernente il porsi in contraddizione con gli stereotipi culturali liberali caratteristici del mondo globalizzato in chiave americanocentrica era sinonimo di appartenenza a una cultura politica che Lynda Dematteo stigmatizzava proprio perché faticava a comprendere.
Scrive infatti la citata antropologa:
Il leader del Carroccio [Umberto Bossi] vede nella globalizzazione un processo distruttore e totalitario.
L’omologazione dei bisogni presuppone l’omologazione degli uomini, la globalizzazione passa per la “società multirazziale di Benetton e McDonald’s”.
Bossi ha una visione catastrofica del futuro – i popoli saranno sacrificati al profitto – e insorge contro il modello del “cosmopolitismo individualista” che mette in concorrenza i lavoratori del mondo intero a svantaggio degli europei […].
Attraverso queste operazioni che spostano l’antirazzismo e l’antitotalitarismo dall’alveo della sinistra a quello della destra, i dirigenti della Lega Nord riutilizzano a proprio vantaggio le argomentazioni della nuova destra francese degli anni settanta.
Da allora, i militanti di estrema destra si pongono come rappresentanti di un’etnia minacciata […].
Il razzismo avanza ormai sotto la maschera dell’elogio della differenza.
Secondo la semplicistica e interessatamente pubblicitaria interpretazione del “circo mediatico” sostenitore a oltranza della globalizzazione come moto storico di progresso capitalistico e universalistico “emancipatore” dell’umanità dai precedenti vincoli “patriarcali”, “conservatori” e “comunitari”, «i patrioti che si oppongono alla distruzione del proprio popolo» sotto i colpi dell’omologazione cosmopolitica non possono risultare che degli “estremisti di destra”.
Il femminismo modaiolo e individualista dei ceti ricchi è, significativamente, tra i principali fattori di legittimazione culturale dell’odierno capitalismo assoluto ed è un ingranaggio fondamentale, quanto fondamentalista nel proprio dogmatico fideismo “nuovista”, per l’ulteriore radicalizzazione dei processi di adeguamento dell’odierna postsocietà agli stili di vita e ai desideri di consumo immediato veicolati dal “circo mediatico” postmoderno.
Studiosi assai seri, come Nancy Fraser e Charles Robin, hanno perfettamente compreso queste dinamiche e sono arrivati a conclusioni pienamente ragionevoli, argomentate e, almeno a opinione di chi scrive, condivisibili.
Nancy Fraser sostiene infatti che «il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici».
Secondo la Fraser, la critica femministica al capitalismo fordista keynesiano (1945-1975) «è diventata ancella del capitalismo contemporaneo».
In altri termini, la critica posta in essere dal movimento femminista al capitalismo relativo europeo è stata integralmente assorbita nel, e si è saldata con, il capitalismo avanzato di “terza fase”, o di “terza età”, un capitalismo «“disorganizzato”, globalizzato e neoliberista» perfettamente compatibile con «la critica al paternalismo dello stato sociale» urlato a squarciagola nei propri raduni dalle femministe negli anni Settanta.
E’ in questo senso infatti che «la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita», determinando il successo dell’impostazione «liberista-individualista» del femminismo e la conseguente sconfitta del versante “solidaristico” e “antagonistico” di detto movimento.
Paradossalmente ma non troppo, oggi, la critica femministica al capitalismo fordista/keynesiano e al modello patriarcale di società «aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”».
Il femminismo come critica artistica e “creativa” al capitalismo antitetico/dialettico novecentesco, in definitiva, si è caratterizzato come un movimento ampiamente ambiguo perché «ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte , l’avanzamento meritocratico» ma, lungi dal porre le basi per la formulazione di una progettualità politica “altra” rispetto allo stato di cose presenti, non ha fatto che radicalizzare, in senso ultracapitalistico, individualistico e postmoderno, il precedente stato di cose presenti (capitalistico, a direzione borghese ma mitigato e mediato da consistenti “iniezioni” di sindacalismo socialdemocratico “piccista”).
Nancy Fraser ha perfettamente ragione quando afferma che le femministe hanno «direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo» accelerato e senza futuro, di eterno presente consumistico, alienante, sfruttatore e narcisistico.
La critica femministica del capitalismo è stata, insomma, una critica cosmopolitica del capitalismo di Stato (assistenziale e paternalistico) europeo novecentesco, unita a una lamentosa critica socialdemocratica attuata dalle femministe nei confronti degli squilibri nella redistribuzione delle ricchezze e del reddito prodotti dalle dinamiche del capitalismo antitetico/dialettico (fordista/keynesiano).
Nei fatti, come del resto i loro sodali sessantottini, le femministe criticavano le ipocrisie sessuali borghesi tipiche della società dicotomica degli anni Sessanta-Settanta in nome di una liberalizzazione integrale (o modernizzazione ultraliberale postborghese) dei costumi e peroravano una integrazione socialdemocratica di genere, attraverso la leva redistributiva di reddito e ricchezze, nell’ambito della nascente e arrembante società radicale dei consumi liberi di massa. In altri termini, le femministe volevano, per se stesse, in un’ottica progressivamente orientata all’individualismo antiborghese e anticomunitario quanto profondamente liberale, liberista e libertario, “il pane ma anche le rose”.
La critica femministica del capitalismo, per dirla con Nancy Fraser, «si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista» e in un elogio del «progresso individuale», ossia del progresso capitalistico della Storia.
Oggi, per esempio, persino la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, viene considerata dal “circo mediatico” liberal un esempio di “successo politico” del femminismo come movimento a favore dell’integrazione delle donne (indipendentemente dalla loro estrazione sociale e di censo) nell’ambito del sistema di relazioni socio-politiche promosso dal capitalismo speculativo. Scrive infatti, in merito, Nancy Fraser:
Lagarde è un esempio calzante delle contraddizioni del femminismo.
Il fatto è che la seconda ondata femminista, a cavallo tra fine anni Sessanta e fine Settanta, si focalizzava sul tema della redistribuzione: un approccio solidaristico vicino alla tradizione socialdemocratica.
Quando lo Zeitgeist è cambiato a favore del neoliberismo, anche il femminismo ha preso un’altra direzione: l’emancipazione legata all’equità è stata soppiantata dall’emancipazione in senso individualistico. Prendiamo proprio la Lagarde: una donna potente, ai vertici, ma che allo stesso tempo ha supportato politiche di austerity di fatto molto dannose per le condizioni delle donne.
Come ho avuto modo di scrivere ne L’immagine sinistra della globalizzazione, «discorso analogo vale per gli estemporanei raduni di femministe “indignate” (Se non ora quando), appartenenti in larga parte ai ceti benestanti delle città settentrionali, che nel 2011 belavano ostensivamente contro il sistema berlusconiano di gestione delle relazioni uomo-donna (improntate a criteri di mercificazione e di acquisizione), in nome di una piattaforma orientata al femminismo elitario, cosmopolita eglamour.
Le femministe ipocritamente “indignate” del 2011 “sputavano su Berlusconi” e su Putin credendo di porsi in tal modo come avanguardie di un movimento di liberazione di genere, mentre non predicavano che una liberalizzazione narcisistica dei costumi sessuali sul modello del loro “romanzo preferito”, Cinquanta sfumature di grigio, esattamente come le femministe “storiche” negli anni Settanta “sputavano su Hegel” (il pensatore in assoluto più incompatibile con il capitalismo e per questa ragione demonizzato come “autoritario” e “conservatore” dai liberali di sinistra à laBobbio e dalle femministe di vecchio conio) rivendicando un’aperta modernizzazione, o liberalizzazione, in chiave postmoderna e individualistica, dei costumi borghesi.
Quella delle femministe “indignate” e “in carriera” di Se non ora quando non era altro che la più palese e inequivocabile manifestazione di adeguamento conformistico e politically correct dei ceti medi contemporanei, declinati a sinistra e al femminile, ai codici di comportamento di una società totalmente liberalizzata, volgarmente disinibita, tribalizzata e atomizzata su basi di consumo e desiderio compulsivi e individualistici, nonché priva di ogni residuo pudore psicologico e identitario collettivo».
In altri termini, le femministe che, nel febbraio 2011, domandavano “indignate” la testa del “puttaniere” Berlusconi (reo di «non rispettare le donne»), nel novembre dello stesso anno accolsero con sollievo il golpe dei mercati che detronizzò il Cavaliere di Arcore insediando al suo posto il «grigiocrate» Mario Monti.
Quest’ultimo infatti, pur varando, per conto della troika capitalistica di Washington-Bruxelles, controriforme neoliberali che posticipavano in sempiterno l’età pensionistica (maschile e femminile), veniva apprezzato dalle femministe neoborghesi elettrici del PD in quanto, diversamente dal precedente “puttaniere” (che per varie ragioni non s’era azzardato a toccare il welfare pensionistico nostrano), percepito mediaticamente come “gentiluomo rispettoso delle donne”.
Non sorprende dunque, alla luce delle considerazioni di cui sopra, che il femminismo cosmopolitico e modaiolo postmoderno sia la protesi culturale su cui si imposta l’odierna critica “democratica” attuata dal “circo mediatico” liberal nei confronti dei partiti e movimenti cosiddetti “populisti euroscettici” e “filorussi” dei Paesi della Ue.
Nell’Europa postcontemporanea, affermano gli stessi aedi del cosmopolitismo liberale, «la destra è più per famiglia e religione, la sinistra più per modernizzazione e piacere della vita […].
L’Europa ha di fatto accettato l’americanizzazione».
L’americanizzazione giunse in Italia sull’onda del boom consumistico postbellico, in particolar modo attraverso la diffusione del medium tv commerciale, pubblica e privata.
Nel 1957 il giornalista statunitense Vance Packard si accorse che la tv era lo strumento attraverso cui, per tramite della pubblicità, le aziende private intendevano vendere i loro prodotti al numero più ampio possibile di utenti-consumatori.
Negli anni Ottanta del XX secolo, in Italia, attraverso le «telerisse» del talk show televisivo quale veicolo di normalizzazione conformistica e di stratificazione neomoltitudinaria del pubblico-consumatore-di-immagini (il popolo regredito al rango di “gente”, indistinta per ceto sociale di appartenenza), l’americanizzazione conobbe un processo di ulteriore radicalizzazione.
Il talk show infatti, «dove le opinioni, anche le più scardinate, sbaragliano la concretezza dei fatti», è il mallevadore del passaggio dalla democrazia borghese “dei partiti” strutturata attorno all’egemonia culturale democristiana alla democrazia postborghese (dis)articolata attorno all’egemonia della tv commerciale.
Il talk show infatti, nelle sue forme evolutive («puro, impuro e ibrido»), ha il chiaro scopo (esattamente come la pubblicità) di vendere un prodotto a un’utenza diversificata a seconda del format in questione.
Sostanzialmente, il prodotto venduto dal talk show al pubblico è la democrazia contemporanea (o postdemocrazia) come “migliore dei mondi possibili” o comunque come “impero del meno peggio” (per citare Jean-Claude Michéa).
Utilizzando ilformat del talk show infatti, il “circo mediatico” persegue l’obiettivo dell’americanizzazione del pubblico attraverso l’apologia, diretta o indiretta, del capitalismo contemporaneo, della postsocietà liquida e della free market democracy. Il talk show è il veicolo di legittimazione dell’esistente attraverso la costante riproposizione (e attualizzazione) politico-pubblicitaria della dicotomia sinistra/destra.
Il talk show ha la funzione di legittimare l’esistente attraverso la demonizzazione di qualsivoglia antagonismo allo stato di cose presenti. Inoltre, il talk show è propedeutico a «scandalizzare i borghesi» costruendo il nemico di turno dell’odierna società liberale e il conflitto tra commedianti della politica, del giornalismo e della “società civile” reclutati ad hoc, attorno a tematiche sensazionalistiche adatte più che altro a “catturare” e fidelizzare l’audience di un pubblico generalista abituato a intendere la politica come una sorta di rovesciamento, nel salotto televisivo del momento, del tifo calcistico da stadio.
Ne L’immagine sinistra della globalizzazione ho infatti scritto, quale sorta di esempio paradigmatico della «politica pop» legittimata e veicolata attraverso il salotto televisivo postmoderno del talk show: «Anche il cosiddetto, e pur sempre indimostrabile perché inesistente, “razzismo antimmigrati” della Lega, rientrava a pieno titolo nel discorso spettacolistico e televisivo del Carroccio, quale populistico collettore identitario teso a riaffermare una non meglio precisata purezza ideologica e programmatica di un movimento da sempre autorappresentatosi come “anti-sistemico” nonostante la propria collocazione per anni a pieno titolo fermamente interna alle logiche di compatibilità euroatlantiche e al Politicamente Corretto declinato a destra.
Naturalmente, il “razzismo antimmigrati” della Lega era un validissimo siero politico che, laddove inoculato con attenzione e nelle sedi televisive opportune, poteva suscitare l’effetto di “scandalizzare i borghesi” (épater le bourgeois) spettatori dei talk show patinati di Santoro, Floris, Giannini, Giulia Innocenzi e compagnia cantante.
I detti borghesi semicolti, indignati dalle “tirate” populistiche della Lega in tema di immigrazione e “diritti civili” dovevano pertanto essere “rassicurati” da qualcuno…
Questo “qualcuno” non poteva che essere il gruppo sociale degli intellettuali di sinistra (dagli editorialisti de la Repubblica a Vauro de il manifesto) pronti a tacciare di “fascismo” e “razzismo” il Salvini di turno.
Va da sé che il circo italiota della politica spettacolo, di cui la Lega e il manifesto erano entrambi soggetti parte integrante (l’una nella versione del “poliziotto cattivo”, ossia il partito “populista e razzista”, l’altro in quella del “poliziotto buono”, ossia il quotidiano “comunista/cosmopolita”), si apre e si chiude attorno a una chiacchiera televisiva (round table) utile soltanto a procrastinare a tempo indeterminato l’internità della Lega al ceto politico sistemico (un’internità assai vantaggiosa per i suoi dirigenti) e il processo di autolegittimazione e di autoapologia degli intellettuali di sinistra (il gruppo sociale più conformista del mondo, un gruppo sociale talmente dominato, cooptato e incorporato che al cui confronto «i tassisti, le prostitute, i gangster sono degli originali, […] degli avanguardisti». C. Preve, Presentazione di Minima mercatalia [Bompiani] di Diego Fusaro: intervento di Costanzo Preve, inhttps://www.youtube.com/watch?v=2C0AC-ZEboA, 16 aprile 2012) quali “baluardo democratico” e “coscienza antifascista” del Paese contro qualsivoglia tentazione “autoritaria”, “populistica”, “anti-Ue”, “anti-euro”, “anti-Nato” e così via».
Preso atto di queste considerazioni, occorre affermare, senza reticenze, che il “circo mediatico” politically correct e femminilizzato rappresenta, attraverso la perpetuazione a oltranza della simulazione politica sinistra/destra e mediante l’operazione di autoapologia posta in essere dagli intellettuali che ne formano gli agenti culturali di riferimento, il principale vettore di legittimazione sistemica dell’odierno modello di alienazione sentimentalistica, sfruttamento neocoloniale e depsicologizzazione conformistica di massa incarnato dal capitalismo americano contemporaneo.
E’ dunque oltremodo chiaro che il “circo mediatico” politically correct ha utilizzato, utilizza e utilizzerà ogni mezzo a sua disposizione per demonizzare, attraverso la sistematica reductio ad hitlerum, qualsivoglia antagonismo effettivamente pericoloso per le sorti del progetto coloniale transatlantico altresì detto Unione europea.
Per il “circo mediatico” liberal infatti, l’idea stessa di “nazione”, di comunità storica tradizionale, di “patria reale” rappresenta il nemico principale in quantotout court identificata con «un concetto che […] sconfisse l’internazionalismo proletario e le aspirazioni cosmopolitiche della borghesia e generò il fascismo».
 
Considerazioni conclusive
Ovviamente, come il lettore avrà certamente intuito una volta arrivato a questo punto, la FPӦ e i partiti “populisti” euroscettici non incarnano il “diavolo postmoderno” così come il “circo mediatico” liberal è tutto fuorché lo “spirito santo” dei giorni nostri.
La FPӦ è il partito di riferimento di parecchi «marginali» (operai tradizionali, disoccupati, piccolo-borghesi in via di proletarizzazione incipiente, valligiani carinziani, ecc.) e di non pochi «vincenti» (yuppie, liberi professionisti viennesi, imprenditori “rampanti”, ecc.) dei processi di globalizzazione, postisi in singolare alleanza contro le politiche open mind e open frontiers della sinistra e dei democristiani.
La FPӦ è inoltre un partito nazional-populista (e liberal-nazionale) che tende ad attribuire rilevanza ai valori tradizionali della cultura cattolica declinata in chiave popolare e identitaria, e per questa ragione è stigmatizzata quale possibile katechon da rimuovere a ogni costo e con ogni mezzo dagli aedi del cosmopolitismo individualistico come orizzonte destinalistico della futura umanità unificata all’insegna del libero desiderio consumistico.
La FPӦ è il partito in testa a tutti i sondaggi per le prossime elezioni parlamentari austriache.
Stando ai risultati di un rilevamento demoscopico del 9 aprile 2016, la FPӦ vincerebbe le elezioni in Austria con il 32 per cento dei voti, davanti ai democristiani e ai socialdemocratici, fermi al 22 per cento a testa.
Tuttavia, l’avanzamento elettorale della FPӦ in Austria e dei partiti nazional-patriottici in Serbia (alle elezioni del 24 aprile 2016 infatti, il Partito Radicale Serbo, SRS, l’unica forza politica nazionale che all’epoca della guerra della Nato contro la Libia scese nelle strade per protesta contro l’intervento armato occidentale mostrando striscioni con la scritta People of Serbia against Globalization, ottenne l’8,1 per cento dei consensi e la coalizione Blocco patriottico DSS-DVERI, altrettanto ostile alla Nato e alla Ue, raccolse il 5 per cento) non è sufficiente per costruire un vero e proprio movimento di liberazione anticoloniale a livello europeo. Infatti, per giungere alla definitiva liberazione dell’Europa dall’americanizzazione che la rende schiava, quella offerta dai nazional-populismi non è una soluzione praticabile.
Per liberare l’Europa dalle catene del colonialismo americanocentrico è necessario muoversi nella direzione per eccellenza e all’unanimità aborrita dall’intellighenzia di sinistra, ovvero quella di un «patriottismo paneuropeo» antisciovinistico ed eurasiatista, tradizionalista nella cultura, popolar-conservatore nella politica e socialista delle origini in economia, che sappia dare concretezza alla «visione di un’Europa imperiale come unica via contro l’omologazione mercantile, spiegando come “solo l’appartenenza posta come principio consente di difendere la causa dei popoli” e di proteggere “le nostre rispettive identità contro il sistema globale”».

L’AUSTRIA E LA NUOVA SEVERA ”LEGGE MIGRANTI”.

ar_image_4830_lL'AUSTRIA HA VARATO UNA NUOVA SEVERA ''LEGGE MIGRANTI'' CHE ALZA UNA BARRIERA INVALICABILE CONTRO L'INVASIONE DALL'ITALIA
lunedì 2 maggio 2016
LONDRA – Sono passati pochi giorni da quando il candidato del Freedom Party Norbert Hofer e' arrivato primo al primo turno delle elezioni presidenziali e sembra che la sua vittoria stia gia' influenzando la politica austriaca.
Infatti pochi giorni fa il parlamento austriaco ha approvato una legge che dà al governo il potere di dichiarare lo stato di emergenza qualora il numero di rifugiati diventasse una minaccia all'interesse nazionale.
Questa legge, approvata con una maggioranza di 98 su 167 deputati permette al governo austriaco di dichiarare lo stato di emergenza qualora il numero dei richiedenti asilo aumentasse improvvisamente e tale stato durerebbe sei mesi e potrebbe essere estero tre volte per un massimo di 18 mesi.
Questa legge inoltre consente alla polizia di frontiera di bloccare l'ingresso di tutti gli immigrati ad eccezione di coloro che hanno già parenti in Austria o rischiano la vita nei paesi di transito, ed evidentemente arrivando dall'Italia questa condizione decade, nonche' ai minori non accompagnati e alle donne in stato interessante.
I richiedenti asilo dovranno fare richiesta in appositi centri che verranno costruiti ai confini, nel caso anche al Brennero, e non potranno entrare liberamente in territorio austriaco. Coloro – precisa la legge – che hanno gia' visto riconosciuto il loro status di rifugiati da un'altra nazione della Ue potranno rimanere in Austria per un numero di anni il cui limite verra' abbassato, e comunque il loro stato non dà loro diritto a ricevere assistenza economica o di altro genere da parte dello stato austriaco.
Queste misure draconiane si aggiungono alle decisioni prese di recente di costruire barriere ai confini al fine di bloccare l'afflusso di immigrati e dimostrano che l'Austria non ha alcun interesse ad essere invasa.
Certo le elezioni del 24 Aprile hanno influito su queste decisioni ma e' probabile che i legislatori austriaci siano spaventati dalla decisione del governo italiano di far entrare chiunque senza tenere conto delle conseguenze negative di tale invasione.
Questa notizia ha avuto una discreta copertura da parte della stampa britannica ma e' stata censurata in Italia perche' evidentemente non conviene far conoscere agli italiani la verita'. Va poi aggiunto che l'Austria non è la sola ad opporsi alle "frontiere spalancate": altre cinque nazioni oltre l'Austria, e cioè la Germania, la Francia, il Belgio (dove ha sede il quartier generale della Ue) la Svezia e la Danimarca si sono unite nel chiedere – nel senso di comunicare, perchè la Commissione Ue non si può opporre – la continuazione per altri sei mesi del blocco della libera circolazione, sospendendo quindi il Trattato di Schengen per un anno di fila. 
Le conseguenze della nuova legge austriaca sui "migranti" e del blocco delle frontiere ai "migranti" ormai in tutta l'Europa continentale producono – assieme – il totale isolamento in Italia di chiunque arrivi dall'Africa, dato che di profughi sui barconi dalla Libia non ce ne sono. Neppure Uno.
Un aspetto – infatti – di questa invasione dalle coste libiche verso l'Italia che nessun mezzo d'informazione italiano ha voluto mettere in luce è che di libici – che avrebbero davvero un motivo per fuggire chiedendo giustamente lo status di profughi – non ce ne sono, sui barconi. E così pure di veri profughi in fuga dal Medio Oriente.
 
GIUSEPPE DE SANTIS – Londra.
 
(Tratto da: CLICCA QUI)
 
 

IL MLNV E’ CON L’AUSTRIA … NON CON L’ITALIA.

AUSTRIA - BANDIERALa nostra posizione è di totale sostegno all'Austria che dimostra ogni giorno di più di essere un Paese degno di essere costituito come Nazione e di avere a cuore, prima di tutto, i naturali e legittimi interessi del proprio Popolo.
Nell'ambito dell'attuazione del programma di ripristino della sovranità della Nazione il Governo Veneto Provvisorio è al lavoro per disporre appena possibile il reclutamento di un contingente iniziale di uomini e donne Venete nell'ambito della Polisia Nasionale.
Subito deve essere ripristinato il servizio di polizia di frontiera con capillari controlli ai valichi terrestri, agli scali marittimi, lacustri, fluviali e aereoportuali e su tutti i tratti di confine.
Questa è solo la prima di una serie di fasi da attuare tramite il protocollo di sicurezza nazionale predisposto dal Dipartimento dell'Interno e la messa in sicurezza del territorio della Serenissima Repubblica Veneta.
WSM
Venetia, 28 aprile 2016
Sergio Bortotto, Presidente del MLNV e del Governo Veneto Provvisorio
 

SCACCO MATTO ALLA NATO: ASSE TRA MOSCA E AUSTRIA.

1459945151-angelobung-garde-22.8.2012-11"Mosca è molto più vicina a Vienna delle altre grandi potenze del mondo"
Le forze armate austriache sono pronte a cooperare militarmente con la Russia, nonostante gli avvertimenti delle altre potenze mondiali”.
E’ quanto ha dichiarato il capo di Stato Maggiore dell’Austria, il generale Othmar Commenda, a margine di una riunione a Mosca con il corrispettivo russo e vice ministro della Difesa, Valery Gerasimov.
"Austria e Russia hanno una lunga storia di relazioni reciproche. Purtroppo, a causa degli sviluppi in Europa negli ultimi anni, non abbiamo avuto alcuna possibilità di invitare i nostri amici russi: di questo ce ne scusiamo”.
Particolare un passaggio di Commenda.
“Non ho intenzione di seguire i diktat di nessun paese ne di obbedire agli ordini di nessuno. Io non devo in alcun modo comunicare i miei spostamenti, chi incontro e perché. Solo grazie allo sforzo congiunto i paesi possono risolvere i problemi globali. La Russia è molto più vicina all’Austria delle altre grandi potenze del mondo. Siamo pronti, in base alle nostre possibilità, a lavorare insieme ovunque sia possibile e ragionevole".
Tratto da: (CLICCA QUI)

L’AUSTRIA BLINDA 12 VALICHI LUNGO L’INTERO FRONTE MERIDIONALE

AUSTRIAQuesta volta non sono soltanto voci o illazioni, questa volta la notizia è ufficiale: l’Austria mette nel cassetto il trattato di Schengen e ripristina i controlli ai valichi di frontiera lungo tutto il suo fronte meridionale, dal Burgenland al Tirolo occidentale.
L’annuncio è stato dato ieri pomeriggio dalla ministra degli Interni Johanna Mikl-Leitner e dal suo collega della Difesa Hans Peter Doskozil, nel corso di un’ispezione effettuata insieme al valico di Spielfeld, tra la Stiria e la Slovenia, che nei mesi scorsi era stato (e lo sarà anche in futuro) la principale porta d’ingresso dei profughi in Austria.
Nelle prossime settimane la polizia tornerà a presidiare dodici valichi di frontiera, tra cui anche quello di Tarvisio.
Chi vorrà andare in Carinzia, in auto o in treno, dovrà prepararsi a esibire il passaporto o la carta di identità, come ai vecchi tempi, e dovrà rassegnarsi alle code, a cui ormai si era disabituato. Andare in Austria per turismo o per lavoro richiederà più tempo, perché nel programmare il viaggio si dovrà mettere in conto anche l’incognita delle attese in prossimità della frontiera.
Ne risentirà molto soprattutto il traffico delle merci, perché tempi più lunghi significano costi maggiori, ritardi nelle consegne, necessità per le aziende di aumentare lo stoccaggio nei magazzini.
La Wirtschaftskammer (la Camera dell’economia di Vienna) ha stimato un maggior onere annuo di due miliardi di euro.
Il calcolo si limita alle sole aziende austriache, ma è evidente che ne saranno colpite anche quelle italiane.
La mappa dei nuovi varchi presidiati dalla polizia si estende lungo tutto il confine sud dell’Austria: sono quelli di Nickelsdorf e di Heiligenkreuz al confine con l’Ungheria (dove, peraltro, non c’è più alcun passaggio di profughi, da quando lo scorso anno il governo di Budapest decise di sigillare a sua volta la frontiera con la Serbia); in Stiria troviamo, oltre al valico principale di Spielfeld, quelli meno frequentati di Bad Radkersburg a est e di Langegg a ovest; al confine tra Carinzia e Slovenia i valichi presi in considerazione sono quelli di Lavamünd, di Bleiburg e delle Caravanche (il più importante in questa zona, per la presenza del tunnel autostradale).
Sul fronte italiano, oltre al valico di Tarvisio (che sul versante austriaco si chiama Thörl-Maglern, dal nome della località a ridosso del confine), i controlli saranno ripristinati a Sillian (lungo la direttrice tra Lienz, nel Tirolo orientale, e San Candido, in val Pusteria), al passo del Brennero (sia sulla strada statale che sull’autostrada) e al passo Resia.
Non si sa ancora quando le misure annunciate ieri diventeranno operative, ma si presume che l’allestimento delle strutture necessarie sarà avviato immediatamente.
“Se saranno necessarie nuove recinzioni – ha dichiarato la ministra Mikl-Leitner, quasi a voler ribadire la fermezza dei suoi propositi – saranno costruite nuove recinzioni”.
L’obiettivo è di impedire che il confine sia attraversato da una marea incontrollata di migranti.
A questo scopo la ministra ha indicato quattro linee di azione: la vigilanza classica nelle aree confinarie, il controllo dei veicoli e dei passeggeri (anche sui treni) ai valichi, il rapido impiego di forze di polizia per impedire “anche con l’uso della forza” il passaggio di persone o gruppi, infine controlli “adeguati alle circostanze” nell’hinterland.
La reintroduzione dei controlli alle frontiere non implica automaticamente che i profughi in arrivo lungo la rotta balcanica saranno respinti, come ha fatto l’Ungheria.
L’obiettivo è di limitarne il numero entro il tetto massimo indicato nei giorni scorsi per il 2016 di 35.700 unità (lo scorso anno i profughi entrati in Austria erano stati oltre 700.000, di cui 90.000 avevano chiesto asilo).
Si era parlato anche di un tetto giornaliero da non superare, che per il momento però non è stato ancora stabilito, anche perché attualmente il flusso è piuttosto contenuto: intorno alle 1.200 persone al giorno a Spielfeld e circa altrettante al valico delle Caravanche.
Il piano della Mikl-Leitner sarà messo alla prova quando, com’è probabile, aumenterà il numero dei profughi che chiederanno di entrare in Austria e sarà necessario ricorrere alla forza per fermarli. Chi verrà respinto tenterà di passare ugualmente, aggirando la recinzione.
Si renderà necessaria, di conseguenza, una capillare e onerosa vigilanza dell’intera frontiera.
Già ieri è stato deciso il raddoppio da 200 a 400 del numero dei poliziotti in servizio a Spielfeld.
Un analogo rafforzamento avverrà anche per gli uomini dell’esercito, che passeranno dagli attuali 250 a 400, mentre altri 200 si terranno pronti a intervenire in caso di necessità.
Complessivamente il contingente militare impegnato nella sorveglianza ai confini sarà portato da 1.000 a 1.600 uomini e questa volta, date le scarse risorse delle forze armate austriache, saranno impiegati anche soldati di leva, a cui sarà proposto di prolungare volontariamente la durata della ferma.
IN APERTURA, la mappa dell'Austria diffusa ieri dall'agenzia di stampa Apa, con l'indicazione dei valichi di confine sul fronte meridionale, dove saranno ripristinati i controlli di polizia, come prima che entrasse in vigore il trattato di Schengen.
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