TRADIZIONI VENETE

2011.06.11 – LA MESSA IN VENETO DEI FRATELLI BRASILIANI


«Pare nostro, che sei nel ciel, santificà sia el vostro nome, vegna a noantri el vostro regno, sia fata la vostra volontà, cossì in tera come nel ciel.
El pan nostro de ogni dì dane incoi.
Perdonane le nostre ofese, come noantri perdonemo a quei che i ne ha ofendesto.
E no assarne cascar in tentassion, ma liberane del mal».
Le dita seguono sul messale le parole di un’invocazione familiare, mentre i fedeli intonano all’unisono la preghiera più famosa del mondo: il Padre Nostro.
Anzi, in questo caso, il “Pare nostro”.
Perché nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, la Santa Messa viene celebrata anche in lingua veneta.
Sono venuto a conoscenza di questa usanza quasi per caso e nel modo più bello, partecipando direttamente ad una celebrazione durante la mia recente visita insieme ad un gruppo di altri 16 giovani veneti, nelle terre dell’emigrazione veneta del Sud del Brasile.
A quasi 10.000 kilometri dal Veneto!
La calorosa e festosa accoglienza che abbiamo ricevuto in tutte le tappe del nostro viaggio ci ha fatto capire come i discendenti dei nostri emigranti si sentano in tutto e per tutto, anche dopo 4 o 5 generazioni, figli della nostra stessa terra: una terra che magari non hanno mai visto, ma con la quale hanno mantenuto un fortissimo legame.
E lo stupore è stato immenso quando ci siamo resi conto che quel legame arrivava al punto da spingerli a pregare nella lingua dei loro padri e nonni, quel nostro veneto che laggiù chiamano “talian” o veneto-brasilian.
Trovarci di fronte alla liturgia in lingua veneta ci ha dapprima incuriosito e poi commosso; ci ha coinvolto, ci ha colpito nell’animo.
La lingua madre è uno strumento comunicativo che sa arrivare direttamente al cuore di chi la ascolta, abbatte le diffidenze, avvicina le persone.
E così, d’un tratto, abbiamo capito il motivo profondo di quel meraviglioso benvenuto che ci era stato riservato: i nostri amici brasiliani non stavano salutando dei semplici visitatori, ma dei “fradèi”.
Ho ancora davanti agli occhi tanti volti di tante persone che ci avvicinavano, ci raccontavano “dei só veci” e di quanto avevano patito i loro progenitori, fuggiti dalla fame e dalla povertà “in serca de la Merica”. E quanti non ce l’hanno fatta…!
Per loro in quel momento eravamo un ponte che li legava alla loro terra d’origine e ad un passato che lasciava ancora aperte molte ferite.
Quante lacrime e quanta emozione abbiamo visto nei loro volti…
Al termine della celebrazione è nato in tutti noi un auspicio e una speranza: “sarebbe molto interessante proporre anche da noi, in Veneto, una Messa nella nostra lingua”, ci siamo detti!
Al nostro ritorno, per una di quelle misteriose coincidenze che portano a interrogarsi sul senso di ciò che accade in questo mondo, proprio l’idea di una Messa in lingua veneta, lanciata da un amministratore locale, dominava le pagine dei giornali.
Siamo consapevoli che ogni decisione in merito spetta soltanto alla Chiesa Cattolica, che del resto ha già dimostrato una grande sensibilità per le culture locali: celebrazioni in friulano, ad esempio, si svolgono da diversi anni.
Crediamo che sull’argomento si potrebbe ragionare serenamente, senza forzare i tempi e senza soprattutto rovinare questo tema importante e delicato con le solite polemiche da basso impero.
In conclusione, come spunto per una riflessione, riporto una semplice e commovente citazione dal libretto dei canti e delle preghiere che nel Rio Grande do Sul viene distribuito ai fedeli durante la Messa, e chi i nostri fratelli brasiliani hanno voluto portassimo con noi al di qua dell’Oceano:
«Mi no me garia mai pensà che’l Signor, un giorno, el parlesse anca lu come noantri.
Desso sì se capimo propio col Signor e Lu el se capisse co noantri».
Davide Guiotto
 
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tratto da: clicca qui

2011.06.13 – I VENETI NEL MONDO

tratto dal sito della Life: clicca qui
 
Ci sono milioni di Veneti, figli degli emigranti (vocabolo sconosciuto ai Veneti fino al 1866) che hanno lasciato la nostra terra subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia.
Nei primi 24 anni di emigrazione fuggirono 1.385.000 Veneti su 2.800.000 abitanti (il 50%). Dal 1876 al 1978 bel 4.439.840 di Veneti hanno lasciato la nostra terra con tanta voglia di fare, alla ricerca di fortuna e di speranza, due essenze di vita sempre più difficili da trovare qui anche attualmente.
Dal 1876 al 1880 la proporzione dell’esodo fu questa:
35 Veneti contro 1 Siciliano, 41 Veneti contro 1 Pugliese.
Dal 1881 al 1890:
12 Veneti contro 1 Siciliano, 25 Veneti contro 1 Pugliese, 125 Veneti contro 1 Umbro.
Dal 1891 al 1900:
18 Veneti contro 1 Pugliese, 25 Veneti contro 1 Laziale, 39 Veneti contro 1 Sardo.
Attualmente ci sono più di 10 milioni di Veneti in giro per il mondo, hanno mantenuto la nostra lingua (chiamata taljan[?]) e le nostre tradizioni. (dati tratti da “Gli ultimi Veneti” di G.Cavallin, Panda Edizioni)
La loro maggiore concentrazione è nel sud del Brasile, dove in un intero stato, Rio Grande do Sul, è in uso come lingua ufficiale il Veneto.
Testimonianza commovente è questo documento: un tuffo alla scoperta del nostro Popolo,
 
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2012.01.21 – CASTAGNOLE VENETE

•:*`*:•. CHI TA' CAGA' •:*`*:•.
Ingredienti 450 g farina 2 uova 100 g zucchero un cucchiaio zucchero vanigliato una bustina lievito per dolci sale ,un pizzico 50 g burro vino bianco secco zucchero vanigliato q.b. olio per friggere preparazione
Fate una pasta con la farina, le uova, lo zucchero, lo zucchero vanigliato, il lievito, il sale, ed il burro ammorbidito, aggiungendo vino bianco quanto basta per avere una pasta nè troppo dura nè troppo molle.
Lavoratela bene per circa 10 minuti, tagliatela poi a pezzetti che arrotolerete in modo da ottenere dei cilindretti grossi come il dito medio, ritagliandone poi dei pezzetti lunghi circa 2 cm. con cui formerete tante palline che friggerete in abbondante olio (devono galleggiare) ben caldo avendo cura di rigirarle continuamente.
Quando ben gonfie, scolatele su della carta assorbente e spolverizzatele con zucchero vanigliato.
A piacere possono essere spruzzate con rum.

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2012.01.21 – PASTA E FASIOI COL MUSETTO (Cotechino)

•:*`*:•. CHI TA' CAGA' •:*`*:•.
" PASTA E FASIOI COL MUSETTO (Cotechino)
" Ingredienti: 500 gr. di FAGIOLI di Lamon freschi (o secchi lasciati in ammollo per tutta la notte), Carota ,cipolla ,sedano 1 patata ( facoltativa) aglio ( facoltativo) 1 cotechino Olio evo, pepe nero , sale Ditalini rigati.
punzecchiare il cotechino con la forchetta e metterlo a bollire in acqua per circa 1 ora in modo da eliminare il grasso in eccesso.
Quindi mettere il cotechino, ben scolato dall'acqua di precottura, in una grande pentola con i fagioli, le verdure da brodo (se volte potete aggiungere qualche foglia di salvia e di rosmarino) e tanta acqua fredda da coprire per bene il tutto. Far cuocere almeno 2 ore o meglio 2 ore e 30 minuti.
Togliere il cotechino e tenerlo in caldo, passare al passa verdura una parte dei fagioli (o anche tutti se sei preferisce una minestra densa) e le verdure e aggiustare di sale, avendo cura di assaggiare in quanto il cotechino insaporisce molto. Cuocere nel brodo ottenuto (se è troppo denso aggiungere acqua) della pasta di formato a piacere, e poi servirla con una bella macinata abbondante di pepe nero e un filo di olio evo.
Mangiare calda ma tiepida e' meglio.
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2012.01.21 – SE BRUSA LA VECIA… (LA MARANTEGA ovvero MARE ANTINGA= MADRE ANTICA)

IN CAMPO SAN LUCA

Non ci è dato di sapere se fin dai tempi remoti – com'è nell'attuale costume – nel falò si bruciasse la vècia/vecchia, che nella lingua veneta è chiamata Maràntega (mare antiga = madre antica), oppure Redodexa o nelle nostre isole Veròla.
Essa rappresenta Reitia – la dea della Terra a conclusione del ciclo delle stagioni – ormai vecchia; dopo esser stata ridotta in carbone e trasformata perciò in energia, rinascerà a primavera nuovamente bella, giovane, pronta a regalare i suoi doni.
L’usanza si è mantenuta anche nei campi di Venezia almeno fino alla fine della Serenissima. 
 
La Vecia veniva processata per le malefatte dell’anno trascorso, al fine del quale, nonostante la difesa di un avvocato, era condannata ad essere segata in due ed infine bruciata.
Dal taglio uscivano dolci, frutta, confetti, fiori che venivano raccolti dai bambini e dai presenti.
Nel corso della festa erano allestiti banchetti con frittelle, vino ed altre leccornie, con giochi vari che rinnovavano, per un giorno, l’allegria carnevalesca.
Questa festa interrompeva i rigidi digiuni che allora venivano fatti durante la quaresima.
La "vecia" rappresenta tutte le miserie della stagione trascorsa (fame, disgrazie, malattie, ingiustizie), insomma il rifiuto di un passato negativo e l' augurio di un futuro promettente per la campagna e per la vita.
L’usanza è rimasta in vita fino ai giorni nostri a Malamocco (seconda sede del Dogato Veneto) e nelle campagne del triveneto.
Il falò serviva a bruciare con la Vecia anche i “cai” delle ultime potature dei vitigni per scongiurare le gelate di primavera e liberare i campi dalle sterpaglie, prima dei lavori della bella stagione.
 
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2012.05.20 – FESTA DELLE SENSA E IL BUCINTORO


IL BUCINTORO DEL SETTECENTO
5 ottobre 1786. Per esprimere in due parole che cosa è il Bucintoro, lo chiamerò una galea da parata. Il Bucintoro antico, del quale rimangono le riproduzioni, giustifica questa espressione più ancora del moderno, il quale con tutta la sua magnificenza ci fa dimenticare la sua origine. Insisto sempre nella mia antica idea: date ad un artista un soggetto veramente buono, ed egli produrrà qualche cosa di buono. Nel caso nostro all’artista era stato affidato il compito di costruire una galea, che fosse degna di portare i capi della Repubblica, nel giorno solenne che consacra il tradizionale dominio del mare; un tal compito è stato eseguito alla perfezione. La nave è già per sé tutta una decorazione; non si può dire quindi che sia sovraccarica di ornamenti; è tutto un cesello d’oro, e del resto non serve ad altro; è un vero e proprio ostensorio, che serve a mostrare al popolo i suoi principi, in tutta la loro magnificenza. Si sa che il popolo, come ha una predilezione per adornare i suoi capelli, così ama vedere anche i suoi supériori in abito elegante e sfarzoso. Questa nave di gala non è che un autentico mobile d’inventario, che ci ricorda in modo tangibile quello che i Veneziani furono, o si lusingarono di essere. (l.W. Goethe, Viaggio in Italia)
Nèl 1719, trovandosi il dogale naviglio secentesco in condi¬zioni assai precarie (aveva ben 113 anni di navigazione) si commissionò un nuovo Bucintoro, incaricando altresì i responsabili dell’allestimento della nuova imbarcazione di scoprire i difetti della vecchia, in modo da apportare le modifiche necessarie. Proprio del 1719 è uno spaccato in sezione longitudinale di un Bucintoro, progettato e mai realizzato, dipinto ad olio su carta in grigio e rosso, che reca alla base le misure in piedi veneti. Questo studio (attualmente assai deteriorato e ridipinto in talune parti) pur mantenendo la medesima struttura del Bucintoro del Seicento, presenta notevoli varianti nelle decorazioni. La polena raffigura la Fede e La Giustizia; (nel precedente Bucintoro vi era la sola Giustizia); al posto delle colonnine che sorreggevano il tiemo vi sono delle figure allegoriche, corredate da scritte (molte delle quali sono attualmente illeggibili), che non corrispondono a nessuna decorazione dei navigli dogali: la poppa inoltre presenta una curvatura assai più a accentuata di qualsiasi altro Bucintoro. Lo spaccato è conservato nella sala del Bucintoro del Museo Storico Navale di Venezia. proviene dalla sala dei modelli dell’ Arsenale, come è attestato dal Casoni, e reca la scritta: Anno 1719 Petrus Fileti hoc perfecit opus. Di Pietro Fileti all’infuori di questa, sino ad ora, non si conoscono altre notizie. La direzione dei lavori del nuovo Bucintoro fu affidata all’architetto navale Michele Stefano Conti, che fu confuso talora col committente dei disegni del Canaletto, Stefano Conti (uomo d’affari nativo di Lucca). Le statue e gli intagli furono ideati e disegnati dallo scultore Antonio Corradini (1668-1752), artista già affermato in città: la Serenissima gli affidò l’incarico il 14 dicembre 1719. Vari documenti dell’Archivio di Stato di Venezia ci dicono che il Corradini oltre che l’ideatore delle decorazioni fu il sovrintendente ai lavori di intaglio. Egli, per tale incombenza, dovette abbandonare per anni la sua bottega di scultore. Gli intagliatori che decorarono il Bucintoro furono in alcuni anni tutti quelli operanti in città. Nel 1727 per scolpire la poppa ne vediamo al lavoro ben sessanta. Il Temanza cita Michele Fanoli e il figlio Lorenzo: lavorò molto con suo figlio nel Bucintoro Ducale, ed è tutta sua la statua di Marte, o sia Scandarbech, che è sulla prora. Fece molti bassi rilievi et arpie vicino alla sedia del doge. Poiché è molto improbabile che a prua vi fossero due statue di Marte, la contraddizione in cui il Temanza pare dunque caduto (dal momento che, in un altro passo, afferma invece che la statua di Marte di questo Bucintoro proveniva dal precedente) può essere risolta supponendo che il Marte dei Vanini sia stato sostituito in un secondo momento con quest’altro del Fanoli. Il nome di un intagliatore che operò sul Bucintoro ci è fornito da una carta d’archivio: il 3 aprile 1728, per la perizia dimostrata negli intagli, fu accettato come Maestro marangon all’Arsenale Pietro Pichi, con l’obbligo di lavorar sia di “grosso” che di “sotil”, ricevendo la paga di 24 soldi al giorno. Da quanto si è detto si deduce che non si può parl,are di statue del Bucintoro eseguite dal Corradini e dalla sua scuola. Per il lavoro di sovrintendente il Corradini ricevette, negli anni in cui operò, mediamente 15 lire al giorno ma, dal 27 marzo del 1728, essendo ormai quasi tutti gli intagli ultimati, il governo veneziano gli tolse lo stipendio, pur obbligandolo a sorvegliare i lavori e la sistemazione dei vecchi intagli. Per debito di riconoscenza si pensò di corrispondergli la somma di 60 zecchini, che fu mutata in una medaglia d’oro dello stesso valore. Il suo nome era ricordato in una iscrizione posta a prua della nave: ANTONIl CORADINI SCULPTORIS INVENTUM. Da notizie tratte dai registri dell’ Arsenale (ora non rintracciabili), trascritte dal Casoni 8, sappiamo che il 23 novembre 1722 il Bucintoro fu “accarenato”. I lavori dovettero andare molto a rilento dal 1722 al 1726, forse per mancanza di danaro. Il 22 febbraio 1726 furono messi a disposizione 8.000 ducati per proseguire la costruzione  che si protrasse per altri due anni. L’8 maggio del 1727 fu dato incarico al Corradini di sovrintendere personalmente alle sculture, incarico ricoperto dapprima dal proto dei marangoni Piero de Pieri. Il 6 settembre 1727 si lavorava ancora agli intagli del tiemo, dei fianchi e della poppa e vi prestavano la loro opera ben sessanta intagliatori, costretti a lavorare anche le domeniche e i giorni festivi. Il 15 settembre, in via del tutto eccezionale, fu accordato il permesso all’intagliatore Lorenzo Picotin di lasciare per un certo periodo i lavori del Bucintoro per ornare le carrozze dell’ Ambasciatore Bragadin. Il I maggio 1727 si diede ordine i allestire provvisoriamente il Bucintoro per l’uso: mancavano numerosi intagli e la de orazione dell’ interno  del tiemo, per il quale i pensò di supplire con damaschi. La festa della Sensa cadeva in quell’ anno il 22 maggio: per essa  si prevedeva l”uscita del Bucintoro nuovo. La datazione ufficiale del Bucintoro settecentesco è proprio il 1727 e fu posta a prua della nave, sulla pelle di leone che scendeva dal sedile della Giustizia. Essa ricordava anche il doge Alvise III Mocenigo, sotto il cui dogado l’opera era stata compiuta: ALOYSIO MOCENIGO VENETIARUM PRINCIPE. ANNO SALUTIS 1727. Ma dalle notizie offerteci dai registri dell’ Arsenale 15 e dai Commemoriali di Pietro Gradenigo  apprendiamo che il varo avvenne il 12 gennaio 1728 e che il Bucintoro fece la sua prima comparsa ufficiale per la Sensa di quell’ anno (25 maggio), interamente dipinto in rosso, col cosiddetto “bolo”, necessario per la futura dora¬tura. Un documento dell’Archivio di Stato, datato 8 aprile 1728, reca un preventivo per la spesa della doratura – che fu successivamente approvata – e ammonta a 15.500 ducati, richiesti da Giovanni d’Adamo, capo di quell’arte veneziana. Gli intagli furono ultimati prima del 4 maggio del 1728 e in quell’occasione venne richiesto ai doratori un ulteriore esatto calcolo dell’oro impiegato. La doratura ebbe inizio il 31 maggio 1728, com’era attestato da una scritta in rosso posta sul muro sinistro del deposito del Bucintoro in Arsenale, nel quale per circa un anno lavorarono ininterrottamente quasi tutti i doratori della città. Il Casoni potè leggere e ricopiare la scritta, che apparve in occasione di un restauro al¬l’edificio, il 12 dicembre 1827: 1728 Addì 31 maggio Fu principiato a indorar il Bucintoro. L’iscrizione, come attesta il Casoni, dopo il reperimento e la trascrizione fu subito imbiancata. L’appalto per la doratura venne dato ai due maggiori artigiani della città: Donà Giuliato, con bottega in campo ai Ss. Apostoli, e Zuane d’Adamo, con bottega in Frezzeria a San Moisè, “ambi eguali compagni e appaltatori”. All’Archivio di Stato di Venezia si conservano i documenti relativi ai modi e ai tempi della doratura. Già nel 1727 (7 agosto in Pregadi) Nicolò Boldù aveva avanzato la proposta che si seguisse il sistema usato per dorare il Bucintoro precedente; lo stesso concetto fu ribadito il 3 gennaio dell’anno seguente. Per evitare lo sperpero dell’oro si ordinò di usarlo nelle sole parti in vista, evitando di dorare i dossali di rimesso delle sedie fino al pavimento e la parte posteriore delle arpie che formavano la balaustra dei giardini di poppa e di prua (come era avvenuto del resto nel Bucintoro precedente). Per gli addobbi interni si ordinò di economizzare e la magistratura alle Rason Vecchie, che doveva soprintendere all’allestimento interno, ordinò che sul nuovo Bucintoro si adattassero stoffe e cortine del vecchio naviglio, e si sa che furono sostituite soltanto due cortine. Anche per gli intagli si seguì lo stesso principio: si cercò di fare la massima economia. Infatti non tutti gli intagli e le statue del vecchio Bucintoro secentesco andarono distrutti. Se una parte fu venduta all’asta e assegnata al maggior offerente, il mercante ebreo Sanson Jona, per ducati 628 e un altro lotto a Giovanni d’Adamo (uno dei due appaltatori per la doratura del Bucintoro) per ducati 180, si utilizzarono non pochi “vecchi lavorieri” (intagli e ornamenti) del precedente Bucintoro per decorare il nuovo naviglio ducale: essi furono collocati nel 1727 per decisione presa in Pregadi, per ragioni di risparmio e per accelerare i lavori che – come si è detto – si protraevano ormai da anni: e l’accostamento dei vecchi intagli ai nuovi fu fatto con accortezza, in modo che non ne risentissero la bellezza e la magnificenza della nuova costruzione. Tra le parti reintegrate nel nuovo Bucintoro, oltre alla statua di Marte e ai due leoni marciani, vi furono specialmente i pannelli a bassorilievo dell’interno del grande tiemo con le decorazioni astrologiche. Il Bucintoro settecentesco – che apparve in tutto il suo splendore il 26 maggio 1729 – ripeteva la struttura del precedente, con l’introduzione di due “giardini a poppa”, ma risultava essere più sfarzoso di ogni altro negli addobbi, negli intagli, nelle statue e nelle dorature, anche se le decorazioni e i temi iconografici erano gli stessi dì quello secentesco;ne fa fede il Donno, nell’Allegro giorno veneto, che descrive analoghe allegorie. Le misure qui riportate sono conformi alle originali, in piedi vene ti di mare, i metri figurano tra parentesi (secondo le indicazioni del Casoni un piede veneto equivale a cm. 34,8) 25. Il Bucintoro aveva una lunghezza di 100 piedi (m. 34,800), era largo “alla bocca” 21 (m. 7,308), ed era alto 24 piedi (m. 8,351). Era a due ponti, come i precedenti: il prima era destinata a 168 rematori, a quelli della riserva e a circa 40 marinai, aveva a pappa e a prua due stanze in cui si riponevano le vesti e le refezioni. I rematori, tutti arsenalotti, si disponevano su panche (poste trasver¬salmente) a quattro per remo. Un remo (in totale erano 42) misurava 30 piedi (m. 10,44), e per facilitare e rendere possibile la vaga aveva “a capi alcuni fori da potervi i remiganti intrometterle mani”: questi ultimi erano sette e un “giron”. Ma i fori dai quali uscivano i remi erano 50, essendone otto riservati per le corde dei rimarchi che facevano compiere alla nave le manovre più complesse. I fianchi del naviglio nella parte inferiore erano decorati can 20 statue in forma di Sirene alate a mezza busta e da 20 mascheroni in bassorilievo che sostenevano la “rema”. A pappa erano posti due grandi leoni alati, opera dei fratelli Vanini (provenienti dal Bucintoro secentesco), e due giganti marini (Ota e Efialte), in funzione di telamoni a sostenere i giardini detti anche “pergoli” (corpi aggettanti in fuori). Ai lati dei giganti marini erano poste le raffigurazioni delle Arti dell’ Arsenale, dei Calafati (sinistra) e dei Marangani (a destra), coi loro proti e capimaestri. A  prora spuntavano due speroni: il superiore lungo piedi 13 e ½  (m . 4,698) rappresentava il Mare, era sovrastato da un leone alato (San Marco) e dalle allegorie della Pace e della Guerra. in forma di putti; l’ inferiore raffigurava la Terra con Zeffiro che spira verso il mare. Ai lati degli speroni c’erano rispettivamente le raffigurazioni dei due principali fiumi veneti: il Po e l’Adige. Tra il primo e il secondo ponte, le fiancate erano ornate a bassorilievo con trionfi di divinità marine. Vi erano raffigurati: Nettuno, Anfitrite sul delfino, Venilia e Salacia (simboleggianti il flusso e il riflusso del mare), Tetide, Forco, Nereo,  Janira sopra il delfino, Portumno (divinità che simboleggiava l’arrivo in porto sicu¬ro), Proteo in sembianza di balena, la ninfa Ligea, Venere Citerea, Leucippe, Tisa sopra gli ippocampi, la ninfa Dori (simboleggiante l’amarezza dell’acqua marina), Galatea con molte Nereidi e Tritoni, Glauci con cornamuse e varie ninfe marine.
Il secondo ponte consisteva nella piazza della prora detta palmetta, lunga 12 piedi e 1/4 (m. 4,263), circondata da due giardini. Su di essa prendevano posto gli scudieri del doge, i comandadori (otto dei quali portavano i vessilli e le sei antiche lunghe trombe d’argento), i proti e i capimaestri dell’Arsenale. L’esterno della prua era decorato da una grande grottesca e da una conchiglia che sorreggeva la polena. Quest’ultima raffigurava la Giustizia reggente la spada e la bilancia, seduta su di una pelle di leone, sovrastata dall’ombrello dogale, con a lato la Pace (avente come simboli una colomba e un ramo d’ulivo). Sulla pelle del leone era posta la scritta che ricordava il doge Alvise III Mocenigo e, di seguito a questa, la raffigurazione dello Zodiaco con il sole nascente sotto il segno della Vergine e ai lati i simboli della Bilancia e del Leone, a significare che Venezia con la Forza (il leone) e la Giustizia (la bilancia) si sarebbe mantenuta sempre Vergine invitta. In un angolo di detto Zodiaco stava la scritta che ricordava l’ideatore degli in¬tagli: Antonio Corradini. A prua si apriva anche l’ingresso all’interno del Bucintoro, con ai lati due Sfingi (simboleggianti la Sapienza), fronteggiato da un grande arco, sostenuto da due telamoni, che aveva sulla sommità lo stemma del doge, al centro del quale era posta la gigantesca statua di Marte, che i Veneziani chiamavano familiarmente Scanderbeg, identificandolo in Giorgio Castriota (1403-1468), eroe e difensore dell’indipendenza albanese contro i Turchi, il cui nome, per le sue benemerenze verso la Repubblica, era stato posto nel Libro d’Oro della nobiltà veneziana. La poppa era ornata da bassorilievi con fiori e frutta e il timone era pure intagliato. Ai lati della poppa (similmente alla prua) si aprivano due giardini, sorretti, oltre che da due grandi telamoni, da mostri marini e ninfe, mentre all’interno “i pergoli” erano decorati da bassorilievi con baccanali di putti. I giardini di poppa misuravano piedi 34 e 1/2 (m. 12,006), con uno “sporto” di un “pergolo” nel mezzo di piedi 6 (m. 2,088). Nel mezzo di questi giardini stava il tronco con serpi attorcigliate (le serpi erano il simbolo della Prudenza) presso il quale stava l’ammiraglio dell’ Arsenale, al cui comando era la nave. Attraversata la porta, si apriva la sala di piedi 65 (m. 22,62) di lunghezza, divisa da nove arcate, otto delle quali misuravano 7 piedi (m. 2,436) e la nona 3 piedi e 1/2 (m. 1,218), adornate da doppi putti (allegorie della musica, della caccia, della pesca e della danza) per un totale di 18 figure. Ne risultavano perciò due lunghe sale fiancheggiate da 90 sedili, con dossali di rimesso (ornate da strumenti scientifici) sui quali prendevano posto i nobili veneziani che partecipavano alla cerimonia. Lungo le due sale si aprivano 19 finestre per lato con cartigli e fiori, sostenute da 152 cariatidi a mezzo busto in forma di ninfe. Alla fine delle due sale, verso poppa. si ergeva un arcone interno, al centro del quale era collocata la statua del Tempo Presente, addossata ad un pilastro che nascondeva la base dell’unico albero della nave. Questa statua aveva funzione portante, sorreggendo il tiemo nel punto di congiunzione delle due parti; la minore, quella sopraelevata, era di piedi 24 e 1/2 (m. 8,525) e copriva il gabinetto del doge. L’arco era decorato con strumenti musicali intagliati e dorati: era il luogo destinato ai musici della cappella marciana che cantavano le laudi e il madrigale durante la cerimonia dello sposalizio del mare. Saliti due gradini si accedeva al gabinetto di poppa, destinato al doge, agli ambasciatori stranieri e alle più alte cariche di governo, che era lungo 15 piedi e 3/4 (m. 5,481): intorno a questo spazio si aprivano 5 finestre per lato, e 5 a poppa, per un totale di 15, sostenute da 64 statue di satiri a figura intera (quattro per finestra). All’ingresso del Gabinetto era posto un arcone, decorato con lo stemma do gale e due putti, sostenuto da telamoni. All’estremità della poppa era il trono dogale, adornato da due teste di leone e da due tondi con le storie di Ercole. Nella parte posteriore del dossale c’era un bassorilievo rappresentante una vittoria navale con trofei; questa parte si abbassava e  permetteva al doge di gettare tra le onde dell’Adriatico l’anello per sposare il mare. Ai lati del trono erano poste le statue della Prudenza e della Forza. Il secondo ponte aveva un pavimento ligneo decorato con preziosi intarsi a mo¬tivi geometrici. Il grande tiemo era a volta di botte ed adornato all’esterno da velluto cremisi e all’interno da 36 scomparti dorati a bassorilievo con le Virtù e i mesi dell’anno (iniziante more veneto da marzo), i segni zodiacali e le Arti Liberali (con le ore del giorno e della notte dominate dai pianeti) entro ovati aventi nelle zone intermedie dei “San Marco” e delle ombrelle. Il piccolo tiemo, sovrastante il gabinetto, era ricoperto, come quello grande, di raso cremisi con ricamate le armi del doge. Gli scomparti interni erano 10 e rap¬presentavano le Muse con Apollo. Inoltre erano posti dieci stemmi dei Patroni e Provveditori all’ Arsenale che avevano seguito i lavori: Antonio Nani, Zorzi Pasqualigo, Bortolo Erizzo, Alvise Gritti, Daniel Dolfin (Provveditori); Giovanni Malipiero, Filippo Antonio Boldù, Antonio Grimani, Nicolò Foscarini e Marin Contarini (Patroni). Gli stemmi erano sostenuti da mezze cariatidi e intervallati da ombrelle. Il piccolo tiemo aveva un corpo aggettante in fuori (baldacchino) dal quale pendeva un drappo di seta cremisi con un leone marciano ricamato. Il baldacchino era decorato da una conchiglia, da Pallade sul cocchio in bassorilievo e da due figure alate con la tromba, simboleggianti la Fama. In particolare la decorazione del “volto” (cioè del soffitto) all’interno del gran¬de tiemo era assai interessante per i temi iconografici. Secondo quanto appare dalle descrizioni del Luchini e della Cronaca Veneta, che riguardavano il Bucintoro settecentesco (ma sappiamo di poteri e riferire sicuramente, per questa parte, anche al naviglio precedente), i trentasei scomparti intagliati del soffitto si rial¬lacciavano alla tematica astrologica che tanta fortuna ebbe nel Medioevo e nel Rinascimento, e di cui si trovano a Padova (in particolare nel Salone) e a Venezia (portale centrale della Basilica Marciana, capitelli del Palazzo Ducale, Libreria Marciana) esempi illustri. Questo del Settecento è il Bucintoro più noto ai moderni, sia perché riprodotto in molte famose vedute veneziane – celebri in tutto il mondo quelle dei Guardi e dei Canaletto – sia per la dovizia di notizie che ci ha permesso fin qui di ricostruirlo in modo abbastanza preciso. Esso è anche ricordato con sottile ironia dal poeta settecentesco Antonio Lamberti:
Xe ‘I Bucinroro ‘Na barca d’oro, Sive indorada Per el de fora, E decorada de drento ancora De galoni, de tapei, De veludi boni e bei, Dove l’oro è intramezzà Da coltrine de cendà.
Il Bucintoro settecentesco per forma e iconografia assommava le esperienze dei prototipi precedenti esprimendole nelle dolci, sinuose e raffinate forme rococò ed era, nel contempo, l’immagine di una Venezia festeggiante che traeva i suoi mo¬tivi d’essere da un glorioso passato sui mari. L’insieme delle decorazioni del Bucintoro, esaltando quasi esclusivamente fatta eccezione per tal une Virtù cristiane che decoravano l’interno del grande tiemo una tematica classica, risultava quindi essere un unicum. La polena, in forma di Giustizia, fu sicuramente fin dal Quattrocento l’ornamento principale della nave dogale, quella Giustizia su cui i Veneziani avevano modellato le loro azioni e il loro Stato. Le divinità dell’Olimpo, Apollo con le Muse e Minerva (la cultura e l’intel-ligenza) unite alla Forza e alla Prudenza ornavano il gabinetto dogale, quasi ad illuminare la condotta del Principe. Le Virtù, le Arti Liberali, attività dello spirito e della mente nel corso dei mesi e delle ore del giorno e della notte soggette ai segni astrali e ai pianeti che influenzano la vita e il destino degli esseri umani, sovrastavano i due saloni, nei quali prendeva posto il Senato veneto, quasi un memento della condizione della vita. Allegorie della Sapienza, della Guerra (Marte), della Pace, del Tempo Presente, del dio Pan (simboleggiante il mondo), di tutto ciò che vi è di buono, malvagio e imponderabile, unite alla raffigurazione dello Zodiaco con l’o¬roscopo di Venezia, vergine invitta, popolavano li secondo ponte. Sul primo e sulle fiancate abitavano le divinità marine: un inno a glorificazione del mare, conquistato con quelle navi veneziane costruite dalle Arti dei Calafati e dei Marangoni, sulla cui operosità si reggeva la potenza dell’ Arsenale. La prua della nave, simboleggiava i possessi di terraferma con i principali fiumi che vi scorrono, il Po e l’Adige, domi¬nati dal saggio governo di Venezia. Il simbolo di San Marco in forma di leone andante, appare più volte nelle decorazioni, ma è qui laicizzato, non ha nulla di sacro, non è in veste di santo patro¬no, è l’emblema della potenza della città. Una costante nella lettura dei simboli del Bucintoro è l’assoluta mancanza di raffigurazioni religiose che pur erano presenti nelle navi veneziane. Iddio, i Santi che sono spesso invocati, adorati e venerati nel corso della cerimonia e dei riti che si compiòno sul Bucintoro per lo sposalizio del mare, non trovano posto nell’imbarcazione dogale. Se la preghiera per i naviganti, che invoca porti tranquilli, è rivolta a Dio durante la funzione che si celebra a bord¬o il medesimo concetto è raffigurato sul Bucintoro da una divinità pagana, Por¬tumno (che simboleggia appunto l’arrivo in porto sicuro). E manca parimenti una qualsiasi raffigurazione delle storie di Alessandro III a Venezia, da cui pure avreb¬be avuto origine l’investitura per il possesso del mare Adriatico. Il Bucintoro va letto come una bibbia pauperum ed ha lo scopo di dimostrare mondo la potenza veneziana, in un secolo in cui purtroppo essa era in rapido de¬clino; è un tempio in cui si esaltano fino all’esasperazione la storia, il mito e il culto civico di Venezia. Il naviglio dogale rappresentava, nella tradizione popolare, un elemento fiabe¬sco e mitizzato. Solamente la sua “Cate bionda Biriota” era superiore in bellezza, afferma Alessandro Caravia nel Naspo Bizaro (Venezia 1565), allo splendore del Bucintoro:
No credo che ghe sìa stele in tel cielo Né zoie in India che sia più lusente De i to oci, viseto mio belo E del restante dirò solamente Che ‘l raro al mondo Tizian col penelo Solo a retrarte sarave valente: Val più le to belezze che quant’ oro Xe in Zeca e l’Arsenal con Bucintoro
Il Bucintoro è menzionato persino in ninne nanne. Nella raccolta del Canti po¬polari del Bernoni, due lo ricordano. Nella prima, si parla di una bimba fortunata nata di maggio, mese in cui le fasce si asciugano facilmente, e di un copriletto di raso d’oro ricamato: Quel bel covertor de razo d’oro Che par el dose co’ el va al Bucintoro. Nella seconda, dolcissima, una nutrice cerca di far addormentare il bambino promettendogli tutto ciò che più di prezioso esiste a Venezia: bei vestiti, collane d’oro al collo (i preziosi manini), la Zecca, l’Arsenale e il Bucintoro; che qui vedia¬mo addirittura sposato alla Bucintoressa, considerato a guisa di un essere animato evidente ricordo del doge e della dogaressa):
Fame la nana; se ti fussi mio, Te mandaria pulito e ben vestio; Te mandaria eo i manineti al colo, La Zeca, l’Arsenal e ‘l Buçintoro: EI Buçintoro e la Buçintoressa. La mama che t’ ha fato è andata a messa; E la xe a la messa e la xe ai Tolentini, In dove che va tuti i fantolini.
IL BUCINTORO In dettaglio
Innanzitutto il suo nome. Ci sono diverse versioni sul suo appellativo: chi lo fa derivare dal Latino “Bucem taurus”, chi da altri nomi più o meno nobili o greci. Io, più prosaicamente, lo faccio derivare dal nome veneziano “burcio d’ oro”, in quanto le sue dimensioni, al nudo di tutti gli abbellimenti, sono proprio quelle di un “burcio”, ossia di una grossa imbarcazione da carico tuttora circolante nelle Lagune. Era la nave di rappresentanza ufficiale della Repubblica di Venezia, adibito a ricevere gli ospiti più illustri al loro arrivo ed allo sposalizio del mare. Gli ospiti potevano arrivare o dalla parte della laguna, ed allora si andava loro incontro o a S. Nicolò o per il Canale dell’ Orfano a Malamocco; oppure da terra: o da Fusina, se arrivavano da Padova, o dalla fossa Grimana, l’ attuale Piazza Barche, se da Treviso e dal Friuli. Allora passava attravesro il Canal Grande e sotto il Ponte di Rialto, la cui altezza era stata progettata proprio per agevolare il passaggio del Bucintoro. Queste sono le musure dell’ ultimo Bucintoro, come descritto da Emanuel Cicogna in un suo manoscritto del Museo Correr (copia di mano di Giovanni Casoni), cc. 186 r – 190 v.
BUCINTORO SETTECENTESCO
piedi veneti        metri Lunghezza                     100                 34,800 Altezza                       24                   8,351 Larghezza alla bocca          21                   7,308 Gabinetto di poppa, lunghezza 15 e 3/4             5,481 Giardini di poppa             34 e 1/2            12,006 Sporto di un pergolo nel mezzo 6                   2,088 Palmetta di prora             12 e 1/4             4,263 Remo, lunghezza               30                  10,440 Sperone superiore, lunghezza  13 e 1/2             4,698 Sperone inferiore, lunghezza  11                   3,826 Sala grande, lunghezza        65                  22,620 Tiemo (piccolo -) con sporto  24 e 1/2             8,525 Arcate interne: 8, larghe      7                   2,436 Arcata interna: 1, larga       3 e 1/2             1,218 Fori per remi e corde: 50 (42 per i remi; 8 per le corde)
Banchetto degli Arsenalotti 1 A, ms, Cicogna 33# del Museo Correr di Venezia (copia di mano di Giovanni Casoni), cc. 186 r- 190 v, Notizia A, Gelfi: Descrizione delle formalità intrinseche e minute della Festa dell’ Ascensione col Bucintoro riguardo singolarmente a quanto riferisce alli Arsenalotti e loro trattamento in Palazzo Ducale scritta dal maestro Gelfi Antonio e qui fedelmente trascritta, Parmi convenevole dar una descrizione della funzione che succedeva il giorno dell’ Ascensione del Signore che a tale oggetto era d’uopo anche del Bucintoro per apportarsi al Lido, come più dettagliatamente il leggitore conoscerà qui appiedi. Il Bucintoro stava già pronto alle rive della Piazza condottovi la vigilia dell’ Ascensione dalli Arsenalotti con li tre Ammiragli, cioè quello dell’ Arsenale, quello del Lido e Malamocco, il primo dei quali andava a situarsi nella località del giardino laterale a puppa, il secondo a prora ed il terzo finalmente si collocava a puppa vicino al timon, nella situazione dell’ultimo ci stavano tutti li Proti, sotto Proti e capi d’opera dell’ Arsenale, Posto che il Bucintoro si staccava dalle rive della Piazza, cioè nel giorno (l’ Ascensione, di mattina alle ore 9 antimeridiane, tutte le navi, galee, galiasce e bastimenti mercantili che si trovavano, facevano ala e col tiro della loro artiglierie rendevano più maestosa l’andata al Lido del sudetto. Quando attrovavasi dirimpetto all’ex Cappella dell’ Arsenale ove eravi venerata una immagine (immagine che ancora si conserva, su1la torre dell’ Arsenale a sinistra dell’antico ingresso marittimo in un piccolo capitello od altarino) i remiganti la salutavano al modo che si praticava nelle galere. Frattanto Monsìgnor Patriarca se ne stava nell’isola di S. Elena nella quale era il monastero dì Monaci Olivetani ad attender il passaggio del Bucintoro. Veniva trattato egli da quei padri con una veramente religiosa collazione di castagne ed acqua, antico inalterabile costume che sempre si è operato. Dopo la sopressione di quei Padri subentrò alli suddetti la professione dei Ped [ …] d’Istria. Quando accostavasi il Bucintoro, il Patriarca col seguito dei Canonici e Clero della cattedrale di S. Pietro apparato pontificalmente, entrava in un piatton dorato, come egualmente gli altri e si trasferiva ad incontrarlo: pervenuto al fianco del Bucintoro, benediva un mastello d’acqua la quale di poi veniva versata nel mare. (Viene qui dimostrata ancora una volta la netta separazione che usava la Signoria tra Chiesa e Stato: nel Bucintoro prendeva parte solo il “Primicerio”, ossia l’ Ecclesiasta preposto alla chiesa di S. Marco che, va ricordato, era la Cappella “Palatina” ossia la cgiesa privata del Doge e della Signoria; nel mentre il Patriarca seguiva la Nave di Stato in una sua imbarcazione a parte: a fianco della barchetta del Doge dei Nicolotti che il Bucintoro trainava…) Uscito che era il Bucintoro dal Porto del Lido si appriva lo schenale della ducal sedia, dove il doge gettava nell’acqua un anello d’oro (questo doveva esser tale, ma di fatto per lo più era metallo) esprimendo queste parole: “Desponsamus te mare in signum perpetui dominij”.
Eseguita la funzione con li descritti metodi tornava al Lido, dove il Principe con tutto il seguito, scendeva alla chiesa di S. Nicolò (era questa uffiziata dalli monaci cassinensi) e alla lor soppressione supplì un arciprete delle 9 congregazioni: era destinato per turno. Ivi v’assisteva alla messa sollenemente cantata in pontificale e terminata che era ascendeva con tutto l’accompagnamento nel Bucintoro il quale ritornava a S. Marco d’onde partì. Tutti dippoi restavano trattenuti ad un real convitto. Questa la memoria di quanto era consueto di somministrare S. Serenità al n. di 100 graduati ministri dell’ Arsenale con li 3 Ammiragli nel Banchetto il giorno sudetto ancorche non fosse fatta la funzione in quel giorno a cagione degli antichi istituti, cioè che fosse calma e ciel sereno, caso diverso non aveva effetto la gita al Lido. In primo luogo si noti che delli numero 100 proposti convitati erano apposti in 10 tavole, che tali appunto erano ancor questi di tal numero, compresa ancor quella degli Ammiragli e Proti, tutti generalmente avevano le stesse posade, con la sola differenza che nella tavola degli Ammiragli e Proti erano serviti in posade d’argento, e le altre tavole con posade cioé cucchiaio d’ottone, cortello e pirone di ferro e queste poi restavano in proprietà dei 90 ministri e quelle d’argento venivano restituite.
Qualità, quantità e porzione del convitto.
PER ANTIPASTO 1 piatto di fette di Pan di Spagna -una fetta cadauno 1 piatto di Savoiardi 1 piatto di Raffioli 1 piatto di Sfogiade 1 cao di latte – la decima parte 1 piatto di narance garbe – una per cadauno 1 piatto di osso collo – uno per cadauno 1 piatto di cedro – la decima parte 1 piatto di celeni – uno per cadauno 1 piatto di lingua salata – la decima parte
PER PASTO 1 piatto grande di trippe di vitello per minestra – la decima parte per cadauno 1 piatto di fette di figà – una fetta per cadauno 1 piatto – due polpettoni – la decima parte per cadauno 1/4 di vitello allesso – la decima parte per cada uno 1 piatto con tre pollastre allesse – 1/4 per cadauno 1 piatto con 10 colombini rosti – uno per cadauno 1/4 di vitello arrosto – la decima parte per cadauno 1 capretto intiero – la decima parte per cadauno 1 piatto di dindiotti rosti – 1/2 per cadauno
DOPO PASTO 1 piatto di rosada – la decima parte per cadauno 1 piatto di puina – la decima parte per cada uno 1 piatto di pomi – la decima parte per cadauno 1 piatto di sparesi – la decima parte per cada uno 1 piatto di fenocchi – la decima parte per cada uno 1 piatto di artichiocchi – la decima parte per cadauno 1 piatto di straccaganaccie – la decima parte per cadauno 1 piatto di susini – la decima parte per cada uno 1 piatto con un tortion – la decima parte per cadauno 1 piatto con torta sfogiada – la decima parte per cada uno 1 piatto con due formagelle – la decima parte per cadauno 1 piatto con 10 scatole di confetti – una per cadaun 1 piatto con 10 stelle di marzapan – una per cadaun 1 piatto con fiaschetti di moscato – la decima parte 2 panni bianchi per cada un uno bianco e nero a disposizione di tutti li convitati che componevano le 10 tavole e quelli che componevano le 90 persone erano padroni d’appropriarsi della sua posada, ed anco una bassa da tavola di vetro e il suo sotto e li piatti di terra per cadauno. Terminato il pranzo gli Ammiragli si mettevano in vesta e venivano levati dal -calco e condotti al Serenissimo che era a Banchetto, ancor essi in pubblica figura. Sua Serenità facevagli delle ricerche relativamente al pranzo, cioè se erano stati ben serviti e se vi fosse stata trascurata qualche cosa giusto l’antico istituto: questi ri¬spondevano di no, poi li premuniva per l’anno venturo e li licenziava. Questi si portavano di nuovo nella sala ove erano partiti a far nota alli ministri quanto aveva lor detto sua Serenità e davano il congedo a tutti.
N.B. Che nella giornata surifferita la mattina prima di partire dall’Arsenale, si andava in gran numero a prendere il caffè dalli due Padroni dell’ Arsenale, dalli quali eravamo trattati con bussolai, acqua di limone e naranza, con caffè preceden¬temente  si era andati già dall’ Amiraglio che v’era soltanto caffè e bussoladi, partiti  unitamente ambidue li Padroni s’andava in chiesa di S. Martino alla messa, poi con lo stesso seguito andavamo per la parte interna (cioè per S. Antonin, li Greci, S. Provolo etc.) a S. Marco a fare il complimento a Sua Serenità che ci stava attendendo alla sua camera in Palazzo Ducale, ordinando che si desse la merenda ti che consisteva in pane, formaggio e vino. Scrissi con tutta esattezza questa notoria funzione perché io mi trovai testimo¬ne qual ministro dell’Arsenale ed in conseguenza avendo diritto di trovar¬mi in tutti i luoghi descritti, così ho potuto con piena esattezza rendere soddisfatto, il mio benevolo leggitore al quale auguro perfetta salute di vero cuore.
Scritta da Antonio Gelfi, antico maestro dei Calafai, anni ultimi del secolo XVIII.
[a.c. 144 dello stesso manoscritto si legge (di mano del Casoni): “Antonio Gelfi maestro calafato dell’Arsenale morto a Venezia il 10 agosto 1829].

2012.07.22 – E GLI SLOVENI SI RISCOPRONO VENETI???

da un articolo della Tribuna del 22.07.2012 (clicca qui per visionarlo)
22 luglio 2012
di Paolo Coltro
Si vuole qui raccontare come la cultura faccia più Europa di quanto succede a Bruxelles o Strasburgo.
Di come possa superare i confini volando alto e subito dopo atterrando tra la gente: quella di oggi, ma anche quella dei secoli passati.
Perché la cultura utilizzata, in questo caso, è quella degli storici.
Così, succede che a Capodistria si sia formato un Centro di ricerca per la storia di Venezia, che è una notizia forte ed entusiasmante per tutto ciò che significa: un ponte tra due Stati, Italia e Slovenia, (un'ostrega, diciamo noi, tra italia e Slovenia, ma tra Veneto e Slovenia) spesso contrapposti proprio su questioni derivate dalla storia; un lavoro comune che vuol dire riconoscimento di un passato di riferimento condiviso e da leggere in chiave attuale; infine, ma soprattutto, il superamento di stratificazioni ideologiche (quelle fasciste italiane, quelle comuniste titine) che di fronte alla storia vera, quella dei secoli, dimostrano tutta la loro evanescenza.
Come spesso accade, le belle idee camminano con le gambe di persone fisiche.
Anche in questo caso: da una parte, a Capodistria Koper c'è il professor Darko Darovec, medievista e modernista e grande organizzatore; a Venezia Ca' Foscari il professor Claudio Povolo, allievo di Gaetano Cozzi, storico dai multiformi interessi: dalle tradizioni popolari alla koinè mediterranea, dal governo della Serenissima ai sistemi sociali e al ruolo delle religioni.
Questa storia di persone, storia di storici, parte vent'anni fa.
A Capodistria, spopolata dall'esodo degli italiani, ad inizio anni novanta si forma un piccolo gruppo di intellettuali raccolti attorno all'Archivio di Stato, tra loro anche il direttore del locale museo: si battezzano Società storica del Litorale, sembra una delle cento iniziative localistiche.
Un angolo di provincia con idee tutt'altro che provinciali.
Il giovane, allora, Darko Darovec è il motore: con coraggio decide che il primo convegno espressione pubblica del suo gruppo sia dedicato a «Venezia e l'Istria».
Sembra quasi ovvio ma non lo è.
Nel 1991, ben prima che l'idea di Europa cominci a realizzarsi, nell'ex Jugoslavia e quindi in Slovenia, sono forti le folate anti italiane.
E occuparsi di Venezia per molti significa occuparsi dell'Italia, con un errore storico evidente ma non avvertito dalla politica.
Le tracce più recenti – ferite non ancora rimarginate, da una parte e dall'altra – sono l'occupazione fascista e l'italianizzazione spinta di quelle terre, i soprusi e le vendette, le due stagioni delle foibe (1943 e 1945, da rileggere con attenzione), e poi i confini, e poi l'esodo in massa degli italiani, l'irrisolta questione dei loro beni…
Per la memoria recente, questi sono gli italiani per gli sloveni; e viceversa, gli italiani si sentono da decenni profughi e derubati, in una contrapposizione che il ricorrente ricordo degli esuli non sopisce: ricordiamoci che esiste ancora, qui da noi, il comune di Fiume in esilio.
Darovec tira dritto, fa il suo convegno e chiama da Venezia Claudio Povolo, superando le ostilità della politica e dello stesso mondo universitario, che allora vuol dire Lubiana.
Il convegno recepisce il principio del common heritage, quell'eredità comune che unisce invece di dividere.
Quel consesso di studiosi intacca un tabù, incrina la crosta della diffidenza, apre una porta.
Ogni due anni a Capodistria il Centro di Ricerche Scientifiche organizza un convegno, sulle tematiche più diverse: arrivano storici da tutt'Europa e anche dagli Stati Uniti.
Negli anni, il centro diventa sempre più dinamico: ci lavorano 80-100 ricercatori, che cercano nella storia, ma soprattutto cercano finanziamenti europei per i loro studi, quello che da noi si fa poco o niente.
In questo Darovec è un mago, i suoi progetti sono seri e vengono accolti.
Il Centro di Capodistria diventa così forte che la sua gente può dar vita all'Università di Koper, indipendente da quella di Lubiana: il che è un successo anche politico. Claudio Povolo è l'italiano del gruppo: ed è paradossale che di questa sua attività si stupiscano più a Venezia che a Koper.
In fin dei conti si deve al "coraggio" di Darovec e alla presenza di Povolo se in qualche modo Venezia si esporta dove per secoli c'era già.
Ma si avanti: il primo Centro, poi l'Università e ora il Centro Interuniversitario per il Patrimonio Storico-Culturale Veneto ricerche per la storia di Venezia, il cui significato va molto oltre il suo nome.
Va molto oltre, per esempio, a tutte le iniziative sull'identità veneta partorite dalla politica leghista di casa nostra.
Nasce, il Centro, da presupposti diversi e da un progetto battezzato Shared Culture, cultura condivisa.
Spiega Povolo: «Per ritrovare una comune identità culturale spogliata da ogni nazionalismo», e bisogna riconoscere che è uno sforzo soprattutto sloveno.
I rapporti sempre più stretti tra studiosi dalla visione larga forse sconfiggono le posizioni di pancia di qua e di là del confine.
Soprattutto un concetto è chiaro, da una parte e dall'altra: i vent'anni di fascismo non fondano un'italianità che in questo modo diventa pretestuosa e le conferiscono connotati distorti.
Molto meglio ritrovare radici comuni e vicende condivise tornando indietro nella storia, quando governava Venezia.
Che, tanto per dire, nel Cinquecento, per ripopolare l'Istria svuotata da una pestilenza, introduce popolazioni slave, regalando terre ai Morlacchi perché si insedino.
Altro che l'italianità dei muscoli e dei podestà in orbace… Dice Povolo: «Si tratta di decostruire tutto il periodo successivo alla presenza della Serenissima», il che significa proporre ragioni diverse per la cultura condivisa.
Certo, l'idea di Europa e il processo politico dal 2000 in poi hanno aiutato, ma pare che a Koper sloveni e italiani ci siano arrivati prima e insieme.
Con gli studi, con i convegni, che però non sono stati solo parole.
Insomma, è questo il piccolo miracolo da raccontare, il risvolto concreto, l'idea che si traduce in qualcosa di tangibile.
E' nato il centro studi per la storia di Venezia, che è fifty fifty sloveno e italiano: nel comitato scientifico ci sono tre docenti sloveni e tre italiani, tutti di Ca' Foscari: Luciano Pezzolo, Paolo Eleuteri e naturalmente Claudio Povolo, onorato anche con il ruolo di presidente.
Si "tocca" fisicamente il Centro: perché il comune di Capodistria ha donato palazzo Baseggio-Tiepolo, naturalmente appartenuto a famiglie veneziane, e lo sta restaurando.
E al restauro ha collaborato anche Guido Biscontin, altro docente veneziano.
Tutto naturalmente con denaro sloveno, magari ottenuto dall'Europa, ma sloveno.
Venezia, s'intende l'Università e la Regione, non ci hanno messo un euro.
Ora la Regione parteciperà alla pubblicazione di uno studio sulle suppliche alle magistrature veneziane provenienti dall'Istria dal '500 in poi, che è una goccia nel mare ma almeno è una goccia.
A Ca' Foscari, quando è stato presentato ufficialmente il Centro neonato a Capodistria dopo vent'anni di collaborazione diciamo così individuale, il rettore Carraro era impegnato ad illustrare l'iniziativa Art Night: encomiabile, al passo con i tempi, mediaticamente suggestiva.
Ma diversa dalla shared culture che apre orizzonti diversi tra italiani e sloveni.
Perché la cultura apre strade a tutto il resto, favorisce la comprensione, sgretola i pregiudizi e facilita, per esempio, anche gli scambi commerciali.
Il prossimo convegno, a maggio nel palazzo Baseggio-Tiepolo finito di restaurare, sarà dedicato alle Contaminazioni: sul concetto di difesa dell'identità, ogni gruppo per sé, con le cause e gli effetti.
Insomma, si mette il dito proprio sulla piaga.
Per farla rimarginare.
e aggiungiamo noi…
per far rimarginare questa piaga (che per noi è l'italia), FUORI L'ITALIA DALLA REPUBBLICA VENETA!

2012.11.13 – IN SERBIA SI CANTA PER SAN MARCO

 

Una dichiarazione d’amore negli accordi distorti di una canzone heavy metal.
 
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da un articolo de IL MATTINO DI PADOVA (curato da Raixe Venete)
 
«Par San Marco, par ła Serenissima» cantano in lingua veneta i belgradesi Rain Delay, giovane band acclamata dalla critica di settore come una delle migliori del panorama serbo.
Una presenza fissa nelle playlist delle radio locali, qualche apparizione alla tv di stato, e un piccolo esercito di fan disseminato tra i mille paesini dei Balcani («non c’è villaggio della Serbia dove non abbiamo suonato»).
Su di loro è stato anche girato un documentario, attualmente in circolazione nei festival studenteschi della capitale.
Il titolo sintetizza gli otto anni di vita della band in due semplici parole: “San Marco”.
E uno dei pezzi più intensi di “Slumber Recon”, ultima fatica dei Rain Delay, si chiama proprio “Par ti, San Marco”: un inno a Venezia e alla sua storia millenaria.
Mentre il precario presente della città fa da sfondo al brano che ha suggerito il titolo dell’album, “Veneto Slumber Recon”.
Canzoni nate sorseggiando bicchieri di Cabernet rigorosamente veneto, in una sala prove sulla cui parete troneggia il gonfalone col Leone Alato.
«Quella bandiera mi rappresenta» dichiara orgoglioso Dušan Pešić, cantante e chitarrista del gruppo.
27 anni, studente in legge, una cintura rossa di karate e una potenziale carriera di pallamanista «interrotta dall’aggressione NATO del 1999», Dušan ha vissuto tutta la vita a Belgrado, città che non ha intenzione di abbandonare.
Ma a chi gli chiede quale sia la sua patria risponde senz’ombra di esitazione: «Io sono un veneziano.»
.
Essere veneziani non è mai stata una questione di sangue.
Chiunque, da qualsiasi paese del mondo, può diventare veneziano se abbraccia un certo tipo di sguardo, un particolare stile di vita.
Quali sono le ragioni per cui ti definisci veneziano?
«Semplicemente, dalla prima volta che ho messo piede a Venezia nel 2002, mi sono sentito a casa.
Ho sentito di trovarmi in un posto dove sarei stato al sicuro da qualunque cosa.
I veneziani secondo la tradizione sono protettori degli artisti e dell’arte stessa, quindi forse il motivo è questo.
Non trovo le parole per spiegare il sentimento che provo quando vedo la bandiera veneta, o quando ascolto l’inno “Na bandiera, na łengoa, na storia”. Ad ogni modo, mi sento bene.
Mettiamola così: anagraficamente, per nascita, sono serbo; culturalmente, per scelta, sono veneziano.»
.
“Par ti, San Marco” è cantata in un veneto perfetto.
Come hai imparato così bene questa lingua?
«Due talenti che possiedo sono un discreto orecchio, senza il quale non potrei fare il cantante, e una buona comprensione di quasi tutte le lingue straniere.
In più, ho avuto un grosso aiuto dalla mia cara amica Claudia Schiavon.
Lei è la cantante di una grande band metal veneta, gli An Ocean Between Us, e mi ha aiutato a tradurre il testo.
Da solo non credo davvero che ce l’avrei fatta.
Ho fatto di tutto per entrare in sintonia col suono della vostra lingua: sono andato alla ricerca di madrelingua veneti in Serbia e perfino in Istria, ho guardato video su YouTube, e finalmente sono riuscito, con molta a fatica, a preparare una prima versione della canzone.
L’ho cantata a Claudia durante la mia ultima visita in Veneto, in un incantevole campiello nel sestiere di Dorsoduro, e lei ne è stata assolutamente soddisfatta.
Credo che i serbi (diversamente da italiani, spagnoli, francesi, russi o americani) non abbiano un accento così forte quando parlano una lingua straniera.
La cosa più difficile è stata impadronirmi di quella strana “r” morbida tipica della laguna, che nel mio caso suonava più come la “r” inglese.
Ho trovato che come la pronunciavo io non suonasse affatto bene, così ho deciso di usare piuttosto la “r” rotante.
In combinazione con la “l” morbida (ł), credo di essermi avvicinato alla pronuncia del veneto centrale parlato a Padova.
Ho imparato queste cose dall’introduzione al “Dizionario Veneto-Inglese” di Lodovico Pizzati, che ho ricevuto in regalo dalla mia ragazza.»
 
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Cantare in veneto per un madrelingua serbo non dev’essere una cosa semplice.
Se ci hai speso tanta fatica immagino tu abbia pensato che fosse importante.
Perché la lingua ha così tanto peso nel vostro omaggio al popolo veneto?
«È sempre meglio rivolgersi alle persone nella loro lingua madre, e nonostante il mio messaggio in “Par ti, San Marco” possa apparire a molti oscuro e complicato, volevo che il tributo a San Marco e alla Serenissima fosse completo nel ritornello.
Ci sono poi tre ulteriori motivi che mi hanno spinto a utilizzare il veneto.
Il primo è che nessun’altra band metal del mondo l’aveva mai fatto (almeno credo, ma potrei sbagliarmi); il secondo che milioni di persone in Serbia e nel resto del pianeta non sanno nulla di questa lingua, e contribuire alla sua diffusione è per me un dovere e un onore; il terzo, e più importante, è che mi è venuto naturale, perché semplicemente amo cantare in veneto.
Ha un suono melodioso e incantevole.
Non vedo l’ora di tornare a cantare in “łengoa Veneta” per il prossimo album dei Rain Delay.»
.
In “Par Ti, San Marco” si parla anche di maschere veneziane. Cosa ti ha affascinato di questo tema?
Innanzitutto questa canzone è dedicata alla Repubblica di Venezia, alla sua gente (passata, presente e futura) e al suo patrono San Marco, perché mi ha ispirato come artista, perché ha resistito al tempo e alla storia, perché il suo popolo è meraviglioso, ha saputo creare e conservare un’arte immensa e farsi portatore di una bellezza straordinaria.
L’ispirazione per il pezzo mi venne due anni fa, quando il mondo era dominato dalla psicosi creata da quella grottesca menzogna chiamata “influenza suina”.
A Belgrado molte persone si misero a indossare maschere per protezione.
La mia ragazza (presente nel disco con lo pseudonimo di “Selena Shiseido”) era così spaventata dalla situazione da domandarsi se non dovesse portare anche lei una maschera di quel tipo.
Viveva in preda al terrore: un terrore basato sulle bugie.
Io volevo solo scappare con lei nell’unico posto al mondo dove la gente indossa maschere “par divertirse, e mai par via de la paura”, come dico nella canzone.
Il verso in inglese “niente mi trattiene dal chiudere il libro e impugnare la spada” è invece un riferimento al cambio di bandiere quando la Serenissima passava dal tempo di pace al tempo di guerra.
Mentre il verso successivo “niente… eppure tutto” spiega che se dovessi andare a combattere un’altra guerra, e perciò abbandonare gli studi, perderei molte cose che non potrei mai riavere indietro.
.
La prima strofa, in veneto, non parla però né di Venezia né di maschere, ma apre uno scorcio su una scena di vita familiare: un padre che riposa e una madre persa nei suoi pensieri.
Cos’ha a che vedere questo con la Serenissima?
«Come dicevo, è complicato.
In quei versi introduttivi descrivo l’atmosfera di casa mia, in un momento in cui sto affrontando alcune decisioni difficili a livello personale, per esempio riguardo al fatto di abbandonare gli studi, una cosa a cui pensavo molto al tempo in cui scrissi questo testo.
È una scena che a casa mia si ripete spesso: mio padre che schiaccia un pisolino dopo una mattinata di duro lavoro; mia madre, un po’ preoccupata, che fa i mestieri domestici; e io che esco per andare al mio allenamento di jiu-jitsu, con la testa piena di pensieri.
Per qualche misterioso motivo, la mia più grande fonte di ispirazione in momenti simili è il Leone Alato.
Questa rappresentazione biblica di San Marco con le ali d’angelo mi dà forza e mi illumina in tutte le mie “battaglie”, che si tratti di jiu-jitsu, di una rissa da strada in cui vengo coinvolto mio malgrado (A Belgrado ci sono alcuni quartieri violenti), o di qualsiasi altra sfida che la vita mi metta davanti.
Molti altri aspetti di questa canzone sono spiegati nel documentario sui Rain Delay, intitolato “San Marco”.
Questo film, diretto da Filip Cerović, è stato presentato a Belgrado all’inizio di giugno.
Speriamo di poterlo distribuire presto in qualche festival veneziano, o magari in una delle vostre televisioni locali.
Credo che per il pubblico veneto sarebbe piuttosto interessante.»
 
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“Veneto Slumber Recon” si apre con un’immagine molto poetica: un disperato grido d’allarme lanciato attraverso l’etere da un balcone illuminato dalla luna.
Il messaggio dice: “la città sta affondando.”
Cosa significa?
«Spiegare questo brano è probabilmente una delle domande più difficili che abbia mai ricevuto da un giornalista, come ho già avuto modo di dire in una recente intervista fattami da Claudio Hutte per la web tv VeNETvision.
La Venezia di oggi è la scena principale della canzone, il posto dove si svolge l’azione.
Fino al momento in cui una voce mi scuote, facendomi capire che forse, mentre io credo di stare dormendo (per strada, in Fondamenta della Salute) in una città che affonda, di fatto sto solo sognando di essere lì, mentre nella vita reale c’è un’occasione che a sua volta sta “affondando” proprio in quel momento.
Mi chiama per svegliarmi prima che sia troppo tardi.
Ma il destino è stato gentile con me, non permettendo che io mi svegliassi, perché credo che il proseguire di quel sonno abbia avuto una ragione.
In ogni caso, per i veneziani vale esattamente l’opposto.
Loro sono proprio quelli che devono svegliarsi prima che sia troppo tardi.»
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In questo pezzo sia la musica che le parole esprimono un forte sentimento di nostalgia.
È qualcosa di legato soltanto alla tua esperienza personale, o anche al rimpianto per la Venezia del passato?
«Al tempo in cui ho scritto questa canzone, provavo nostalgia per la mia passata relazione con una persona, la stessa con la quale ebbi l’”occasione” di cui parlavo nella risposta precedente.
La seconda parte del brano, in lingua serba, descrive i miei rapporti con questa persona, ma allo stesso tempo spiega come il destino avesse altri piani per me.
Sinceramente non conosco “la Venezia del passato”, né sono sicuro di aver capito a quale “passato” tu ti riferisca.
Naturalmente la situazione della città era molto migliore prima che la laguna fosse devastata dall’inquinamento e dallo sfruttamento ambientale, ma queste sono cose di cui chiunque può rendersi conto.
Ad ogni modo sarei più propenso ad affrontare il futuro, e lasciare il passato alle poesie e ai libri di storia.»
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Un famoso giornalista italiano, Indro Montanelli, una volta scrisse: “salvare Venezia è già difficile, farlo con i veneziani contro è impossibile.”
Cosa ti senti di dire, dall’altra sponda dell’Adriatico, per convincere i veneziani a prendersi cura della loro città e della loro cultura?
«Molti veneziani oggi non si rendono conto di quello che hanno e di quello che sono.
Due miei amici, uno di Mestre e l’altro degli Alberoni, parlano in continuazione delle cose che non vanno a Venezia: l’invasione dei turisti, i problemi del trasporto pubblico …
Sinceramente non so cosa pensare di questioni come il Mose o roba del genere.
Funzionerà?
Mi auguro di sì.
Nonostante sia piuttosto informato su questi temi, non vorrei addentrarmi nelle faccende politiche della vostra regione.
Su un altro versante, i Rain Delay possono fare la loro parte per preservare la cultura veneziana cantando la gloria della città, suonando e diffondendo “Par ti, San Marco” come una sorta di inno alternativo del popolo veneto (potrebbe diventare una canzone patriottica per il pubblico metal del Veneto).
Ma soprattutto, vogliamo ricordare a queste persone l’esistenza della loro lingua e della loro cultura.
Questo è il mio desiderio più profondo.»
Tommaso Stoppa
 

2013.06.10 – IL RAZZISMO E IL COLONIALISMO ITALIANO… RIMOSSI 14 SECOLI DI STORIA DAL MUSEO CORRER!

QUANTO TEME L'ITALIA IL RISVEGLIO DI COSCIENZA DEL POPOLO VENETO???

articolo mattino di padova

(da un articolo di Davide Guiotto)
Rimossi 14 secoli di storia dal Museo Correr – interrogazione in Regione
Sta per arrivare in Consiglio Regionale la protesta contro quanto sta avvenendo da mesi ormai presso il Museo Correr, uno dei più famosi musei veneziani.
Il 5 giugno è stata presentata infatti dal consigliere M.Foggiato un’interrogazione per far luce su quella che sembra essere, di fatto, una vera e propria censura della memoria storica della Civiltà Veneta: da qualche anno a questa parte “il museo ha mutato conformazione, si sono accantonati i materiali prestigiosi di storia veneta, quelli che tutto il mondo venendo a Venezia vuole apprezzare e conoscere, al fine di valorizzare la conoscenza di ciascuno su questo mondo incantevole. Nel contempo venivano messi in primo piano ambientazioni tirate a nuovo, non di meno banali, che riproponevano il soggiorno di Napoleone, della principessa Sissi, di Francesco Giuseppe e dei Savoia”.
Ma andiamo per ordine. Fra i primi a sollevare il caso attorno a questa vicenda è stato il Presidente dell’Associazione “Europa Veneta”, Edoardo Rubini, che attraverso un comunicato stampa ha denunciato come fosse stata “maldestramente sconvolta l’esposizione dei pregiatissimi pezzi, frutto di preziosi lasciti e importantissime acquisizioni collezionate nel tempo, nel segno del recupero 
e della valorizzazione della storia veneta: si è proceduto alla rimozione e all’accantonamento delle testimonianze più importanti, riferite alle vittoriose campagne navali del futuro Doge Francesco Morosini, e alla dispersione di pezzi “storici” di ingente valore, allo snaturamento delle precedenti ricchissime sale dedicate alla storia veneta. Con i nuovi allestimenti, 14 secoli di storia veneta sono divenuti una trascurabile parentesi davanti ai fasti di effimere occupazioni straniere, che vengono esaltate come prodromo dell’italico trionfo con un po’ di ciarpame neoclassico, su cui vengono impiantati tricolori e la solita retorica illuminista e patriottarda. Tutto ciò è avvenuto, come al solito in questo cosiddetto stato, nel silenzio assordante della stampa e delle istituzioni cittadine. […] Io, cittadino obtorto collo di questa specie di stato – prosegue Rubini – mi sento incredulo e avvilito per quanto accade. Nella famosa Ala napoleonica sorgono le sale ottocentesche del Museo perché durante il primo Regno d’Italia (1805-1814) l’occupazione francese provvide a demolire la chiesa di San Giminiano e i due bracci della Procuratie Nove e Vechie che si congiungevano ad essa; al loro posto fu realizzata una sala da ballo dove il conquistatore francese potesse celebrare i suoi fasti, dopo essersi proclamato imperatore.
Ecco come appariva Piazza San Marco in precedenza:
piazza San Marco
 

 

 

Negli ultimi mesi il restauro delle sale ottocentesche (di quello che oggi è ribattezzato Palazzo Reale di Venezia) è stato completato, su iniziativa del Comitato francese per la Salvaguardia di Venezia e con il mecenatismo del World Monuments Fund.

Il Comitato Francese per il recupero del Palazzo Reale veneziano dal 2000 – nell’ambito del Programma Unesco – Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia – ha proseguito i lavori sugli appartamenti di rappresentanza (2000-2004) e nelle altre sale di nuova acquisizione, affacciate sui giardini e sul Bacino. Alla fine di questa incredibile mutazione, il museo ha messo in primo piano l’ala già abitata da Napoleone, da Sissi a Francesco Giuseppe e dai Savoia”.
Quindi la visita del museo Correr, un tempo rivolta alle collezioni strettamente legate alla storia della Veneta Repubblica, come da volontà del suo fondatore Teodoro Correr (da La Gazzetta di Venezia, 26 febbraio 1830: “tutta la sua facoltà mobile, immobile, azioni, ragioni, crediti abbiano a servire di patrocinio a questa sua Pubblica istituzione, ch’egli pone a tutela della Città di Venezia”) è oggi dichiaratamente riservata alle occupazioni straniere post 1797.
Ora la parola passa alla politica veneta, che a breve dovrà interrogarsi su “quali iniziative si intendano intraprendere affinchè il Museo ritorni in linea con le volontà del fondatore Teodoro Correr e, in particolare, se e quando possano venire rimessi i pezzi storici al loro posto ed essere progettata nel contempo la loro nuova sistemazione in modo da conferirvi massime centralità e visibilità, con allestimenti esplicativi all’avanguardia, che consentano al visitatore di entrare nel vivo della Venezia del tempo”.
Un’interrogazione che dovremmo tutti fare nostra.
Davide Guiotto
 

 

 

2013.08.06 – RECOARO E LE SUE TERME

001Uno scrigno protetto dalla cerchia delle Piccole Dolomiti, che ha fatto della cordiale ospitalità la sua carta vincente, dove l’amore per il proprio territorio viene profuso in un’accoglienza calorosa e semplice, per far scoprire agli ospiti attenti una natura ed un ambiente ancora intatti, ben conservati; un piccolo grande mondo che ad ogni stagione si colora, con inesauribili possibilità per trascorrere il tempo libero, attivamente o in totale relax.
Recoaro Terme è un comune di 6.645 abitanti della provincia di Vicenza, situato nell'alta Valle dell'Agno, sul fondo di una conca a 445 metri sul livello del mare, ai 
piedi delle Piccole Dolomiti.
La zona di Recoaro venne abitata nel corso del XIII secolo da dei coloni germanici: il primo documento ufficiale nomina la "villa" di Rovegliana risale al 1262. 
La frazione fu inizialmente il centro principale della conca, data la posizione favorevole, esposta al sole, rialzata sulle colline, mentre il capoluogo, pur abitato, si sviluppò in seguito.
Nel XIV secolo la zona del vicentino fu sottoposta alle signorie prima degli Scaligeri e quindi dei Visconti, finché nel XV secolo non subentrò la Repubblica Veneta, che mantenne il proprio predominio fino al XVIII secolo. 
Tracce della dominazione veneziana si possono trovare nel leone di San Marco, originariamente posto a Rovegliana e oggi conservato in municipio, e in tracce di disboscamento nella zona di Recoaro Mille.
Importante fatto nella storia di Recoaro fu la scoperta delle acque minerali nel 1689, ad opera del conte Lelio Piovene (da cui la sorgente prese il nome di Lelia). 
Nel Settecento Recoaro conobbe un primo sviluppo a causa del termalismo, ma fu solo nell'Ottocento che il paese ebbe una vera e propria crescita legata allo sfruttamento curativo delle acque. 
Nel frattempo, seguendo le sorti del Lombardo-Veneto, al crollo della Serenissima il territorio comunale era passato all'Impero Asburgico, sotto la cui giurisdizione rimase fino al 1866.
Nonostante lo sfruttamento delle acque termali e lo sviluppo turistico (con medie di 8-9000 visitatori all'anno nell'Ottocento e di 10-15.000 nei primi del Novecento), la maggioranza della popolazione viveva ancora di un'agricoltura di sussistenza, molto povera a causa dell'ambiente montano.
Solo lo sfruttamento commerciale dell'acqua minerale tramite lo stabilimento di imbottigliamento fra le due guerre mondiali pose le basi per uno sviluppo economico che ebbe il suo apice nel secondo dopoguerra.
Durante la seconda guerra mondiale Recoaro fu anche sede di un comando nazista, con occupazione da parte delle truppe tedesche di molti edifici, fra cui anche le Fonti, che vennero bombardate dagli Alleati nell'aprile 1945.
« Recoaro, come paesaggio, è una delle più belle esperienze; e questa sua bellezza io l'inseguita prodigandovi con zelo e fatica.
La bellezza della natura, come ogni altra bellezza, è gelosa, e vuole che si serva lei sola » – (Friedrich Nietzsche, dalla lettera a Peter Gast del 17 giugno 1881).
 
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Tratto anche da (CLICCA QUI)

 

 

2013.08.07 – GNOCCHI CON FIORETTA


La tradizione e la specificità dei gnocchi con la fioretta, ricetta prettamente Recoarese, viene celebrata con una festa dedicata, che si svolge nel mese di settembre in centro a Recoaro Terme,
"la Festa dei Gnocchi con la Fioreta".
Alla festa organizzata in collaborazione con "i malgari dei Ronchi" si possono degustare i tipici "gnocchi con la fioreta" nella ricetta originale, un piatto tipico che riassume il sapore della malga di montagna e dell'alpeggio. 
La Festa dei Gnocchi con la Fioreta, con la sua ricetta semplice e povera ma gustosa, richiama  a questa manifestazione dedicata migliaia di persone provenienti anche da fuori provincia, oltre agli ospiti della località termale.

La ricetta:
DSCN1362Ingredienti per 6 persone
1,5l di fioretta, 1kg di farina bianca, 300g di burro di malga, 300g di formaggio stagionato di malga, sale.
come fare:
in una ciotola ampia versate la fioretta e unite la farina, quindi impastate con un cucchiaio di legno fino ad ottenere un composto liscio ma discretamente compatto. 
Aiutandovi con un cucchiaio, prendete parte del composto e fatene dei piccoli gnocchi da tuffare nell'acqua bollente abbondantemente salata. 
Quando riaffiorano lasciarli cuocere per altri tre, quattro minuti. 
Nel frattempo mettete a scaldare in una padellina il burro lasciandolo fino a che s'è colorato di nocciola. 
Pescate quindi gli gnocchi con delicatezza, disponeteli nel piatto, cospargeteli con abbondante formaggio grattugiato, conditeli con il burro fuso e servite.
A piacere possono essere aggiunte delle foglie di salvia per insaporire il burro oppure può essere grattugiata della ricotta affumicata.
Evitare di alterare la ricetta base con altri ingredienti (es. pancetta, speck, prosciutto, noce moscata, ecc.). 
Ricordiamo che la ricetta è derivata da un’attenta e minuziosa ricerca delle tradizioni popolari del territorio di Recoaro Terme.

Giovedì 1 agosto 2013, dopo una visita alle Terme di Recoaro ,  presso il Ristorante “Al Mulino”,  ho avuto la fortuna di assaggiare personalmente questa prelibatezza, accompagnato da un delizioso vinello e dalla preziosa e amabilissima compagnia di Mario e Lorena.
Sergio Bortotto Presidente del MLNV e del Governo Veneto Provvisorio
 
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Se volete gustare questa prelibatezza vi consiglio
il RISTORANTE "AL MULINO" di via Stoccheri nr.39 a Recoaro Terme (Vi) (Tel.0445-75564)

 

 

Con grande piacere ho avuto modo di constatare che ad apprezzare la ricetta dei gnocchi con la fioretta nello stesso posto c'è stato anche Dino da Sandrà – un Fenomeno de Costume (vedi qui)

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2013.08.09 – MUSEO DELLA NAZIONE E DEL POPOLO VENETO.


Non comprendo l'accanimento se non dal punto di vista di un riconoscimento ufficiale del Movimento di Liberazione Nazionale del Popolo Veneto come unica alternativa, con intera la sua proposta, alla impossibilità di mantenere civiltà e cultura venete nell'ambito di uno stato italiano che si è fatto usurpatore di molte nazionalità.

Avevo preparato una riflessione circa le ricchezze d'Italia intitolandola "museo italia".

Credo che ora dovrò darmi da fare per invitare a farsi ricchi del "museo veneto".

Ecco la mia riflessione:

IL MUSEO ITALIA – note per una gestione politica del territorio

L'Italia è una ………. fondata sulla bellezza.

Sul vecchio muro di un paesino, a perenne memoria, stava una scritta: Qui nell'anno del Signore…. nevicò una gamba!

L'Italia non ha bisogno, in ogni suo angolo più remoto, di farsi pubblicità con memorie di un passato meteorologico tradotto per ambigue letture dei posteri.

L'articolazione geografica frutto di fantasia creativa delle ere geologiche differenzia il paesaggio prima che l'occhio si sia pienamente beato dello stralcio precedente.

Le stratificazioni umane dalla preistoria all'oggi hanno deposto loro uova d'oro in ogni spazio adatto a farle dischiudere.

Viaggiando da nord a sud e da est ad ovest non esiste tratto superiore ai venti chilometri che non faccia affiorare un elemento di bellezza innalzato da un antenato di qualsivoglia generazione.

Si percorrono territori immensi, uniformi, per visitare un castello nei deserti della Giordania, siti archeologici delle Americhe, Samarcande dopo ore di steppa, monasteri russi dopo boschi e boschi di betulle, eterne vie della seta per l'incontro con le città proibite, tutta un'Australia per un'altura esigua foracchiata dalla ricerca di opale…

Per la nostra Italia non bastano successioni di vite a cogliere a volo contenuto la bellezza disseminata dall'artista tempo e dal suo ospite umano.

Ci si accorge, viaggiando, che per troppo di ambienti e manufatti il paesaggio ormai soffoca e la testimonianza artistica è ugualmente lasciata tra i rovi.

Un tempo le politiche sussidiarie che inorgoglivano un comune, una marca, una contea o il piccolo villaggio curavano l'ambiente, gelosamente custodivano il bello, non permettevano invasioni a scapito del gusto, della sicurezza, della saggezza dei padri che lì e non altrove avevano edificato e rispettato quanto la natura di quando in quando ri-esigeva togliendo diritti all'usucapione umana.

All'insegna dell'Unità mazziniana, artatamente conformata all'arco alpino quale confine settentrionale e ai mari, abbiamo trascurato l'Alpe, ingolfate di fabbriche le pianure, tratteggiate di strutture di mercato le coste, abbrutiti i villaggi cresciuti negli ambienti adatti a loro, gonfiate le città del potere, abbattute culture e autonomie millenarie… e quando il centralismo più non paga lo si rafforza con privilegi… e quando l'uniformità della produzione diventa asmatica ci si sente d'improvviso poveri in un paese dove la ricchezza ammicca ad ogni angolo e di fra i rovi.

Spingo al Museo Italia, verso una ricchezza che tutto il pianeta deve godere coltivandone il custode in tutti i suoi bisogni.

L'Italia è ricchezza universale e non va goduta perché il custode crede di sopravvivere dedicando il suo tempo ad altri compiti.

L'Italia può offrire adeguato guadagno ad ogni suo abitante, come custode del Museo Italia, come campana di vetro che conservi tutto ciò che natura ed arte hanno seminato sullo stivale togliendo al degrado quanto soffocato o lasciato in rovina.

Per governare questa nostra terra ci sono alcuni passi da fare: riconoscimento internazionale di una terra patrimonio dell'umanità nella sua conformazione geografica e nella elaborazione artistica dei suoi abitanti lungo i millenni; conseguente impegno economico per la conservazione ambientale e artistica della medesima; affidamento agli abitanti l'Italia della custodia dell'aiuola compensandoli adeguatamente per il servizio svolto o da svolgere.

Conseguentemente e quasi contemporaneamente va riportato in essere il principio di sussidiarietà, vigente il quale il signor qualunque creò e coltivò un tempo il suo spazio vitale, lo correlò a quello dei vicini, innalzò con essi l'isola del villaggio e con i vari villaggi armonizzò una cultura che diede i tratti a varie civiltà strappate dalla foga dei risorgimenti nazionali, affamati di terre e di “anime”, da inglobare nell'ideologia di una potenza pronta e adeguata ai conflitti del ventesimo secolo ed oggi a quelli economici.

Ecco la mia utopia da offrire a un governo che non sa dove trovare ricchezza e come risolvere una conflittualità troppo a lungo alimentata da una posta in gioco abnorme che il centralismo sempre mostra ai concorrenti.

Cambio completamente il titolo e invito a tradurre il tutto in IL MUSEO DELLA NAZIONE E DEL POPOLO VENETO.

Mario Corato

2013.08.20 – RECOARO TERME E LA FESTA DELL’ACQUA


La Festa dell'Acqua a Recoaro Terme offre l'occasione per fare un tuffo nel passato per rivivere i fasti del termalismo di fine '800 nelle piazze, nei locali e per le strade.
Si può rivivere quell'atmosfera speciale, grazie ad un allestimento e ad un'animazione con personaggi in costume, concertini, operette, mercatini, degustazione di delizie dell'epoca e delle acque di Recoaro Terme.
La città di Recoaro Terme è indissolubilmente legata all'acqua: stazione termale dal tempo dei Romani e particolarmente in voga nell'Ottocento, oltre che sede di una fonte dal quale si ricava una delle migliori acque minerali nazionali.
In nome di questa sua storia sociale e naturale, ogni anno a Recoaro si tiene la Festa dell'Acqua: spettacoli di teatro e musica, iniziative varie per coinvolgere gli abitanti e i turisti, per celebrare Recoaro come stazione termale amata dalla borghesia dell'Ottocento, con persone in costume d'epoca, splendide carrozze trainate da cavalli e auto d'epoca che porteranno dalla piazza della città alle Fonti Centrali.
La giornata si svolge tra animazioni e intrattenimenti, spettacoli musicali e di teatro per i più piccoli con numerosi figuranti, espositori molto particolari, scelti per questa importante occasione e adatti ad un pubblico sia adulto che ai bambini.

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Tratto da: (CLICCA QUI)
Le foto sono state "girate" da Mario (grazie).

2013.09.05 – IL MOSTRIFICIO ITALICO HA FATTO UNA VITTIMA ILLUSTRE – DISTRUTTO PER SEMPRE IL GESSO DI CANOVA.


Distrutto per sempre il gesso di Canova, in una mostra inutile

gesso-canova-distrutto-copPrima o poi doveva succedere: il mostrificio italico ha fatto una vittima illustre.

Il 2 agosto un bassorilievo in gesso di Antonio Canova è stato staccato dal muro dell’Accademia d’Arte di Perugia per essere spedito a soli 24 chilometri di distanza, a una trascurabile mostra di Assisi intitolata semplicemente “Canova”.

L’operazione, affidata alla ditta di trasporti Alessandro Maggi di Pietrasanta, è stata fatale: il gesso, cadendo, si è ridotto in mille pezzi.

E non c’è restauro che tenga.

L’opera era uno dei pochi esemplari noti dell’Uccisione di Priamo, episodio omerico che insieme ad altre famose scene della letteratura classica ispirarono a Canova una delle sue più celebri serie di bassorilievi.

Proprio come il bronzo, il gesso consente di moltiplicare gli originali, e in questi casi l’importanza dell’esemplare è legata alle circostanze della creazione: e quello di Perugia aveva tutte le carte in regola, perché era stato donato all’Accademia dagli eredi dello stesso Canova.

L’assicurazione dovrebbe ripagare 700.000 euro.

Magra consolazione: la nostra generazione ha distrutto qualcosa di unico e irripetibile, che non passeremo ai nostri figli.

DELITTO NEL DELITTO, su questo episodio clamoroso è scesa una coltre di silenzio: la notizia non è riuscita a evadere da scarne cronache locali, e i grandi giornali (che vivono anche del business delle mostre) si sono ben guardati dal raccontare il disastro perugino.

Né il sito dell’Accademia né quello del ministero per i Beni Culturali ne danno notizia.

L’unico che ha messo il dito nella piaga è lo storico dell’arte Francesco Federico Mancini, in una bella intervista al Corriere dell’Umbria.

Mancini chiarisce assai bene la costellazione strumentale e commerciale sotto la quale è nata la mostra che è all’origine di quella che definisce una “gravissima perdita per il nostro patrimonio” che suscita “sconcerto e indignazione”.

La mostra di Assisi è una specie di franchising della Gipsoteca Canoviana di Possagno, l’istituzione che raccoglie l’eredità dell’artista, e che oggi è stata trasformata in una fondazione, e dunque immancabilmente cannibalizzata dalla politica.

Il suo presidente, infatti, è il solito Giancarlo Galan, l’ex ministro pdl per i Beni Culturali il cui consigliere saccheggiò la Biblioteca dei Girolamini a Napoli.

Il rapporto culturale tra Galan e Canova è ben chiarito dalla scelta di far realizzare (nel novembre 2012) un catalogo di intimissimi nella Gipsoteca: una galleria fotografica in cui tombe papali, santi e eroi classici servono a vendere mutande e reggicalze.

Una scelta benedetta dall’allora sottosegretario ai Beni Culturali Roberto Cecchi (governo Monti), il quale dichiarò sottilmente che “economia e cultura sono un tutt’uno, non a caso siamo il Bel Paese”.

La mostra di Assisi è l’esatta attuazione di questa linea: non ha un progetto scientifico (anche se ha un comitato che vanta direttori generali Mibac e soprintendenti: i quali forse dovrebbero lasciarlo, visto il tragico epilogo), non ha una linea culturale.

È un’antologica da cassetta che sarebbe giustificata dal fatto che il fratello di Canova aveva possedimenti in Umbria: parole incredibili, ma vere, del direttore artistico culturale di Perugia- Assisi 2019, che è il carrozzone di una delle quasi venti candidature italiane a capitale della cultura europea nel 2019.

Un direttore (meraviglia nella meraviglia) che è il critico letterario Arnaldo Colasanti, noto ai più per aver condotto un’edizione di Uno Mattina Estate.

PROPRIO IL TANDEM europeo Perugia-Assisi è il motivo per cui la mostra di Canova (invece di svolgersi semmai all’Accademia di Perugia, dove avrebbe avuto più senso e più sicurezza) è stata programmata ad Assisi: dando la stura a un coro di esilaranti scempiaggini, come quella (avanzata dal direttore della sventurata Accademia perugina) sulle affinità armoniche tra le forme neoclassiche di Canova e i versi medioevali di San Francesco.

MA C’È POCO DA RIDERE: i cocci del rilievo di Canova ci ricordano che il mostrificio politico-commerciale in servizio permanente-effettivo non mette a rischio solo la funzione civile e culturale del patrimonio.

Ne minaccia la stessa sopravvivenza materiale.

Il Mibac diretto da Massimo Bray ha stoppato la terrificante mostra di Roma Barocca prevista a Pechino e annullato l’esibizione commerciale del San Giovannino di Michelangelo alla Galleria Borghese.

Ma è tutto il sistema a dover essere profondamente innovato.

 E non è il caso di aspettare altri cocci.

Tratto da (CLICCA QUI)

 

2013.09.13 – L’ITALIA COPIA NAPOLEONE, GUERRA AI SIMBOLI DEL POPOLO


Napoleone, amichevolmente conosciuto come "l'infame" dai Veneti, per i crimini di guerra perpetrati durante l'occupazione della nostra Patria, a quanto pare ha degli estimatori eccellenti: gli italiani.

Il suo odio verso Venezia è leggendario, e a quanto pare ha contagiato gli occupanti attuali, che stanno via via rispolverando tutte le nefandezze del piccolo generale francese.

Dopo la vergognosa "riorganizzazione" del museo Correr in chiave "infame", ecco torna in auge forse uno dei peggiori atti di terrorismo mai compiuti: la distruzione sistematica dei simboli popolari, del Simbolo per eccellenza dei Veneti e di Venezia, il Sacro Leone di San Marco.

È notizia di questi giorni, la rimozione di un mosaico raffigurante il Leone in moéca della metà del '900, sovrastante un esercizio commerciale delle Mercerie dell'Orologio, probabilmente per fare spazio ad un'inutile, quanto profana insegna luminosa; un vergognoso atto di puro spregio, di cui i responsabili dovranno sicuramente rispondere a tempo debito. I simboli del Popolo Veneto, tra cui spicca il Leone di San Marco, sono infatti patrimonio di tutti i cittadini, e la loro rimozione non è in alcun modo accettabile.

L'azione non è stata nemmeno mitigata dal tentativo di conservare l'opera spostandola, il mosaico infatti è stato vergognosamente rimosso con trapano e scalpello.

Ulteriori indagini per definire le responsabilità dell'atto sono in corso.

Tratto da (CLICCA QUI)

WSM
Venetia,venerdì 13 Settembre 2013
Davide Giaretta

Provveditore Generale del MLNV e del Governo Veneto Provvisorio

2013.10.31 – VENEZIA VITTIMA DELL’ITALIANIZZAZIONE FASCISTA DI TOLOMEI

Si sta compiendo in questi giorni l'ennesimo abuso ai danni del Popolo Veneto da parte dell'occupante italiano. Vittima ancora una volta è la nostra storica capitale, Venezia, la cui dignità è ogni giorno calpestata in modo sempre più evidente. A farne le spese questa volta i nizioleti, le pitture recanti i nomi delle calle e delle strade della città, particolare storico di Venezia. Pensando evidentemente di "farla franca", sotto gli occhi di un Popolo e dei Cittadini, ancora in gran parte assopiti nel sonno italiota che dura da quasi un secolo e mezzo, l'assessore italiano alla toponomastica, ha deliberato la modifica dei suddetti nizioleti, con diciture "italianizzate" in cui sono state inserite doppie, e sostituiti termini tipicamente veneti con altri dal retrogusto amaro dell'epoca fascista. Rio tera' diventa così "Rio terrà", in Parochia compaiono R e C dal nulla, si leggono castronerie come "Salizzada" o "Madonnetta", sparisce Calle del Fontego del Curame, sostituito da "della donzella". Colti in flagrante, i responsabili si difendono citando come fonte documenti del 1786, il Cattastico dei Sestieri, che riporterebbe queste diciture. Ovviamente, prendendo in esame una storia più che millenaria, gli amministratori italiani hanno ben pensato di prendere spunto dagli ultimi 10 anni di una Repubblica che aveva rappresentato un faro per il mondo, ed era travagliata da correnti interne, che senza l'intervento devastante di Napoleone, avrebbero portato a grandi trasformazioni, ma non certo all'annullamento del Popolo e della Cultura Veneta, come avvenne dall'occupazione italiana del 1866 in poi. Sproniamo quindi i Veneti e soprattutto i Veneziani ad opporsi fieramente a quest'ennesimo scempio e crimine contro il nostro Popolo e la nostra Capitale. Queste sono operazioni studiate a tavolino, servono per tastare il terreno, vogliono vedere se esistono ancora dei Veneti e dei Veneziani a cui importa qualcosa della propria storica Capitale, o se possono abusarne senza ritegno, come con i mostri del mare che entrano in laguna. Per questo non bisogna mollare la presa, non darsi per vinti. Dobbiamo dimostrare che il Popolo Veneto e la sua Storia sono sempre esistiti ed esistono ancora, non lasciamoci cancellare con un colpo di spugna, o una man de bianco come in questo caso!

 

WSM

Venetia, 25 ottobre 2013

Davide Giaretta

Provveditore Generale del MLNV e del Governo Veneto Provvisorio

25 APRILE… FESTA DEL BOCOLO

Il 25 Aprile a Venezia, Festa del Bocolo 
In occasione della festa del Patrono i Veneziani usano donare il bocolo (bocciolo di rosa) alla propria amata; sulle origini di questo dono conosciamo due ipotesi leggendarie.
Una riguarda la storia del contrastato amore tra la nobildonna Maria Partecipazio ed il trovatore Tancredi.
Nell'intento di superare gli ostacoli dati dalla diversità di classe sociale, Tancredi parte per la guerra cercando di ottenere una fama militare che lo renda degno di tanto altolocata sposa.
Purtroppo però, dopo essersi valorosamente distinto agli ordini di Carlo Magno nella guerra contro i Mori di Spagna, cade ferito a morte sopra un roseto che si tinge di rosso con il suo sangue.
Tancredi morente affida a Orlando il paladino un bocciolo di quel roseto perché lo consegni alla sua (di Tancredi, non di Orlando) amata.
Orlando fedele alla promessa giunge a Venezia il giorno prima di S.Marco e consegna alla nobildonna il bocciolo quale estremo messaggio d'amore del perito spasimante.
La mattina seguente Maria Partecipazio viene trovata morta con il bocciolo rosso posato sul cuore e da allora gli amanti veneziani usano quel fiore come emblematico pegno d'amore.
Secondo l'altra leggenda la tradizione del bocolo discende invece dal roseto che nasceva accanto la tomba dell'Evangelista.
Il roseto sarebbe stato donato a un marinaio della Giudecca di nome Basilio quale premio per la sua grande collaborazione nella trafugazione delle spoglie del Santo.
Piantato nel giardino della sua casa il roseto alla morte di Basilio divenne il confine della proprietà suddivisa tra i due figli. Avvenne in seguito una rottura dell'armonia tra i due rami della famiglia (fatto che sempre secondo le narrazioni fu causa anche di un omicidio), e la pianta smise di fiorire.
Un 25 aprile di molti anni dopo nacque amore a prima vista tra una fanciulla discendente da uno dei due rami e un giovane dell'altro ramo familiare.
I due giovani si innamorarono guardandosi attraverso il roseto che separava i due orti.
Il roseto accompagnò lo sbocciare dell'amore tra parti nemiche coprendosi di boccoli rossi, e il giovane cogliendone uno lo donò alla fanciulla.
In ricordo di questo amore a lieto fine, che avrebbe restituito la pace tra le due famiglie, i veneziani offrono ancor oggi il boccolo rosso alla propria amata.
Sebastiano Giorgi & Umberto Sartori
 
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25 APRILE… FESTA DI SAN MARCO

  Per i Veneti il 25 aprile è ricorrenza assai più antica dell'attuale festa nazionale italiana.
Vi cade infatti il giorno del Santo Patrono Marco le cui reliquie, che si trovavano in terra islamica ad Alessandria d'Egitto, furono avventurosamente traslate a Venezia nell'anno 828 da due leggendari mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello.
Si tramanda che per trafugare ai Musulmani il prezioso corpo (l'Islam riconosce e venera a sua volta Cristo e i Santi), i due astuti mercanti lo abbiano nascosto sotto una partita di carne di maiale, che passò senza ispezione la dogana a causa del noto disgusto per questa derrata imposto ai seguaci del Profeta.
Va ricordato che in quei tempi (e in parte ancor oggi) le reliquie erano un potente aggregatore sociale; inoltre attiravano pellegrini e contribuivano a innalzare il numero della popolazione nelle città, effetto molto importante per un urbanesimo agli albori che stentava ad affermarsi sulle popolazioni prevalentemente rurali.
Ogni reliquia era quindi bene accetta assieme a chi la recava e quella di San Marco lo fu particolarmente a Venezia, in quanto proprio quel Santo, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete divenendone Patrono ed emblema sotto forma di leone alato.
Alato, armato di spada e munito di un libro sul quale, in tempo di pace, si poteva leggere la frase Pax Tibi Marce Evangelista Meus (Pace a Te o Marco Mio Evangelista); un libro che veniva minacciosamente chiuso quando la spada, anziché cristianamente discriminare il bene dal male, si arrossava di sangue guerriero.
La commemorazione è oggi ridotta al solo 25 aprile, data della morte del Santo, ma ai tempi della Serenissima si festeggiava anche il 31 gennaio (dies translationis corporis) e il 25 giugno, giorno in cui nel 1094 dogante Vitale Falier avvenne il ritrovamento delle reliquie del Santo nella Basilica di S.Marco.
Alla celebrazione si associarono col tempo alcune leggende popolari.
Secondo una di queste, durante la fortissima mareggiata che, come narra Marin Sanudo, colpì Venezia nel febbraio del 1340, un barcaiolo riparatosi presso il ponte della Paglia fu invitato a riprendere il mare da un cavaliere.
Durante il tragitto verso la bocca di porto, il barcaiolo fece sosta a S.Giorgio Maggiore e poi a S.Nicolò del Lido.
Raggiunto il mare aperto, i demoni che spingevano l'acqua verso Venezia furono affrontati e battuti dai tre cavalieri, che altri non erano che i santi Marco, Giorgio e Nicolò.
Sconfitti i demoni, San Marco affidò al barcaiolo un anello, da consegnare all'allora doge Bartolomeo Gradenigo perchè fosse conservato nel Tesoro di San Marco.
Sebastiano Giorgi & Umberto Sartori
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Il 25 aprile l'Italia festeggia la liberazione dal nazifascismo, ma per Venezia e per i veneziani il 25 aprile è una tradizione ben più antica dell'attuale festa nazionale: è la festa di San Marco, santo patrono della città. 
Le reliquie di San Marco furono trafugate da Alessandria d'Egitto e trasportate a Venezia nel 828 da due leggendari mercanti veneziani: Rustico da Torcello e Buono da Malamocco.
Si racconta che per trafugare il corpo di San Marco i due mercanti lo abbiano nascosto sotto un carico di carne di maiale, che riuscì a passare senza ispezione la dogana a causa del ben noto disprezzo dei Musulmani per questo alimento.
La reliquia di San Marco fu accolta con grande gioia a Venezia, non solo per la sua funzione di attrarre pellegrini da tutta Europa a Venezia, ma anche perché la storia veneta racconta che proprio l'evangelista Marco, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete divenendone patrono.
San Marco divenne così il patrono e l'emblema della città assumendo le sembianze di un leone alato che brandisce una spada e stringe tra le zampe un libro sulle cui pagine aperte si legge: Pax Tibi Marce Evangelista Meus,  Pace a Te o Marco Mio Evangelista.
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wikipedia, l’enciclopedia libera… di disinformare!

La festa di San Marco è la festa patronale di Venezia che viene celebrata il 25 aprile, in memoria di San Marco Evangelista.
Durante il regno della Serenissima (quello dello Serenissima non è mai stato un regno ma una Repubblica), veniva organizzata una processione da piazza San Marco.
A tale manifestazione, partecipavano le autorità maggiormente influenti, sia civili che religiose, della Repubblica, (infatti qui poi si parla di Repubblica).
Erano dedicati a San Marco anche il 31 gennaio, ricordo della traslazione a Venezia delle reliquie, e il 25 giugno, data del rinvenimento, nel 1094, del luogo in cui esse erano state occultate.
 


 

CENA CAO DE ANO 2014


Il giorno 1° Marzo 2014, l'MLNV, ha partecipato alla cena organizzata dal 16° Reggimento Treviso 1797 Serenissima  Repubblica di San Marco, presso l'Osteria Al Cacciatore di Cornuda (TV), i presenti erano circa 170, tra gli invitati c'erano esponenti di partiti politici italiani quali Alessio Morosin di Indipendenza Veneta, Roberto Marcato della Lega Nord, rappresentanti della Liga Veneta Repubblica, nonchè Franco Rocchetta di Plebiscito 2013, Lucio Chiavegato del Movimento 9 Dicembre, Annamaria Deoni dell'Associazione Culturale Raixe Venete, inoltre il rappresentante istituzionale in ambito locale il vicesindaco di Cornuda, ed uno scrittore famoso profondo conoscitore della Cultura Veneta e del suo Popolo come Gianfranco Cavallin.

L'evento è stato gradito per la sua importanza storica data appunto la ricorrenza del Capodanno Veneto che secondo le antiche tradizioni viene festeggiato il 1° Marzo.

Questo perché nella Repubblica Serenissima, il 28 o 29 Febbraio era l'ultimo giorno dell'anno e corrispondeva all'incirca alla fine dell'Inverno e all'inizio della Primavera, e questo lo si può dedurre anche alla denominazione dei mesi settembre, ottobre, novembre, decembre, ossia 7, 8, 9, 10…e così via.
Purtroppo le condizioni atmosferiche avverse, non han permesso l'accensione del Falò del Buon Augurio….
Verso le 20:40 il Reggimento ha fatto ingresso in sala al cospetto di tutti i presenti, con una serie dimostrazioni militari veneziane e di ordini impartiti dal Comandante Mattias Von Der Schulenburg, interpretato dal Sig. Luciano Dorella; a lui il merito e l'onore da parte nostra, di aver creato questa Associazione Storica che fa tornare in auge gli antichi Reggimenti della Serenissima Repubblica di Venezia.
Da subito si è capito che l'atmosfera era particolarmente intensa e piena di emozione, poichè tra vari intermezzi storici legati al passato ancora presente nei nostri cuori, il grido "Par Tera Par Mar San Marco", risuona ancora nelle nostre menti con grande fragore.
La voce tuonante del Comandante, e gli ordini impartiti al suo reggimento, hanno fatto da cornice alle pietanze tipiche venete servite dalle cameriere dell'Osteria. L'atmosfera si è fatta ancora più intensa nel momento in cui è stato suonato l'Inno della Serenissima, che al tempo è stato composto dal nostro amatissimo e nostro conterraneo Antonio Vivaldi, uno degli orgogli del Popolo Veneto nel campo musicale come tanti altri hanno contraddistinto la Cultura quanto mai esemplare e maestosa che ha sempre accompagnato la storia della nostra Repubblica.
La serata è continuata tra una pietanza e l'altra con intermezzi storici, cori a San Marco da parte di tutta la sala con tutti i presenti, lacrime e gioia nel riassaporare questi momenti particolari.
Per finire poi è stato rievocato il ricordo dell'ultimo ammaina bandiera per il Gonfalone di San Marco, a Perasto nei territori dalmati del Montenegro odierno, lungo la costa Adriatica ultimo baluardo dei territori della Serenissima Repubblica per effetto dell'invasione Napoleonica, poi ceduto all'Impero Austroungarico.
Tra emozione e lacrime di alcuni dei partecipanti, il cuore batteva forte per quei momenti intonati e narrati dall'attrice che impersonava Giustina Renier Michiel, famosa storica veneta che visse a cavallo di quel periodo buio e quindi testimone per tutto il Popolo Veneto delle sofferenze decretate sopratutto dalla cattiveria dell'Esercito Napoleonico nel razziare senza pudore e senza la benchè minima sazietà, territori, viveri, ricchezze lasciando nella miseria più assoluta tutto ciò che lasciava alle sue spalle comprese terre e popolazione.
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Ma tornando alla cena, prima che il dessert fosse servito, il Signor Dorella, comandande del 16° Reggimento Treviso, ha voluto che ogni portavoce dei partiti politici presenti, movimenti e associazioni, andasse di fronte al pubblico della sala ed esponesse in pochi minuti il suo pensiero e le sue opinioni per far sì che l'unione di tutti i gruppi fosse fruttuosa e portasse a qualche risultato concreto….ovviamente il percorso del MLNV non può essere in sintonia con tali gruppi poichè si tratta di associazioni iscritte in ambito italiano.
 
 
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Ma ciò che più interessa al MLNV comunque è la consapevolezza ed il risveglio di coscienza, nonchè l'emozione che ancora una volta certi momenti donano. Non possiamo che soffermarci sulla particolarità di questo momento storico, un sentimento che ancora oggi perdura e che mai e poi mai potrà scomparire, perché la nostra identità, la nostra storia e la nostra cultura devono essere sempre in prima linea poichè un Popolo che non conosce il proprio passato non potrà mai avere un futuro.
WSM
Venetia, 12.03.2014
Rocco DE FLORIO, Procurator General del MLNV e Capo Dipartimento del Governo Veneto Provvisorio
 

CIAO …

ciaouna piccola semplice parola di origine veneta...
Hello, Hallo, Hola, Bonjour, Ola, Helo, مرحبا, Բարեւ Ձեզ, Salam, Kaixo, হ্যালো, Прывітанне, halo, Здравейте, ahoj, 你好, 你好, 안녕하세요, Bonjou, Bok, Hej, שלום, Saluton, Tere, Hei, გაუმარჯოს, こんにちは, Γεια σας, હેલો, नमस्ते, nyob zoo, Halo, Dia duit, halló, ಹಲೋ, ជំរាបសួរ, ສະບາຍດີ, salve, sveiki, Sveiki, Здраво, हॅलो, Hallo, سلام, Olá, Alo, привет, Здраво, ahoj, Pozdravljeni, Hallå, hujambo, สวัสดี, வணக்கம், దూరంగా ఉండేవారిని పిలుచుటకు వాడే ఓ శబ్ధ విశేషము, Merhaba, Привіт, Helló, خوش , chào, העלא …
dal veneto: s'ciavo (schiavo)
Salutare dicendo "schiavo" può parere strano.
Ma così come altre espressioni di saluto – ad esempio "servo suo" – è il retaggio di un rispetto profondo che si rinnovava ad ogni incontro mettendosi simbolicamente a disposizione dell'altro come un servo, come uno schiavo.