2013.07.19 – COSI’ LA REGIONE VENETO ESPROPRIA I COMUNI


RETE STRADALE DEL VENETO19 LUGLIO 2013
Deregulation: così la Regione Veneto espropria ai Comuni caselli e stazioni
Caselli autostradali, stazioni delle ferrovie regionali e svincoli d’ingresso alle superstrade espropriati: la Regione Veneto li fa suoi, e decide di sottrarre ai Comuni la gestione urbanistica dei terreni in un raggio di 2 chilometri. 
Roba astrusa, materia da esperti? 
Mica tanto, visto che i caselli e gli svincoli – soprattutto quelli progettati nel reticolo di “grandi opere” a quattro corsie che la Regione e il suo assessore alla mobilità Chisso hanno autorizzato con il project financing – in Veneto abbondano e ce ne saranno sempre di più. 
La norma è contenuta nell’articolo 38 del Ptrc, il piano territoriale regionale di coordinamento, in pratica il grande “piano regolatore” del cemento e delle strade del Veneto.
La giunta di Luca Zaia ha ereditato il Ptrc dalla giunta Galan. 
Quest’ultima lo aveva adottato nel 2009, in scadenza di mandato. 
Poi, proprio a causa della valanga di osservazioni piovute dai mille comitati resistenti del Veneto, non era riuscito a portarlo ad approvazione in consiglio regionale. 
Ora il Piano ha ripreso il proprio iter. 
Ma non si è fermata nemmeno la mobilitazione dal basso. 
Lunedì 15 luglio il Ptrc è stato presentato a Vicenza, nella sala convegni di Confartigianato, dal vicepresidente della Regione Marino Zorzato: dalla platea sono emersi tutti i dubbi di ambientalisti e comitati verso quell’articolo, e non solo.
Maria Pia Farronato, attivista del comitato No Valsugana e dell’associazione LABC di Romano d’Ezzelino, lancia l’allarme: «L’anno scorso i comitati di tutto il Veneto avevano raccolto 3500 firme contro l’articolo 38 delle norme tecniche del Ptrc. 
Ma ora, con la “variante paesaggistica” approvata in aprile dalla giunta di Zaia, le cose sono ancora peggiorate: la Regine non si prende solo le aree attorno ai caselli delle autostrade, ma anche gli accessi alla “rete primaria”, cioè le superstrade». 
Che vuol dire “variante paesaggistica”? 
Semplice: il Ptrc nasceva come piano urbanistico e della mobilità, da completare con un ulteriore piano, quello del paesaggio, di cui il Veneto non è ancora dotato nonostante sia un obbligo prescritto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004. 
Nei mesi scorsi però la giunta regionale ha deciso di non attendere oltre: anziché realizzare un piano paesaggistico ex novo, ha riformato il Ptrc dando a quest’ultimo una “valenza paesaggistica”. 
Lo ha fatto adottando il 15 aprile una “variante parziale” al Ptrc stesso.
Il piano riformato non cambia gli assiomi di base: tutto l’impianto ruota intorno ai “progetti strategici” su cui la giunta regionale potrà disporre di arbitrio assoluto quanto a tempi e modi di intervento. 
Ma mentre nella precedente versione del Ptrc l’articolo 5 ne elencava dodici (dal porto di Venezia alle “cittadelle aeroportuali”, dagli hub della logistica alle ville palladiane), nella nuova versione si aggiunge che «la Giunta Regionale provvede con propri atti all’individuazione dei progetti strategici», che è come dire che può fare e disfare la lista senza limite alcuno.
Una logica basata su una deregulation spinta e sull’esproprio delle prerogative degli enti locali. 
Una logica che, nelle intenzioni di Zorzato e della giunta, sarebbe motivata dalla necessità di mettere fine al caos urbanistico dei mille campanili e delle milleuna zone industriali che infestano il territorio veneto. 
Ma secondo i comitati i rischi sono ben maggiori: «La Regione dice che vuole “fare tenuta” bloccando gli appetiti degli enti locali – sostiene Maria Pia Farronato – In realtà la Regione alza una barriera ancora più pesante: Pat e Piani degli Interventi su vaste aree dei comuni perdono qualsiasi potere d’intervento, si tratta di un vero e proprio “vincolo d’esproprio” dove la Regione si arroga il diritto di istituire “piani strategici” a proprio piacimento. 
Senza alcun meccanismo di controllo. 
Basta un passaggio in giunta regionale e si passa sopra alla volontà popolare e degli enti locali». 
Il pericolo inizia ad essere sentito anche dai comuni: quello di Fontaniva, in provincia di Padova, si appresta ad approvare una mozione per l’abrogazione dell’articolo 38. 
Sarebbe la prima in Veneto.
Secondo la rete dei comitati anti-cemento “Altrove” «il richiamo ai progetti strategici, soprattutto per quanto concerne la norma di cui all’articolo 38 che attribuisce alla Regione la possibilità decidere le trasformazioni urbanistiche in prossimità dei caselli autostradali e degli accessi alle superstrade, per un raggio di 2 km dalla barriera stradale, una enorme ed imprecisata quantità di ambiti territoriali, sembra finalizzato a consentire la realizzazione indiscriminata di nuovi centri commerciali (vedi anche commi 1.a e 1.b dell’art. 46 e comma 1.g dell’art. 67 delle Norme) e quindi nuove speculazioni immobiliari decisamente contrastanti con la finalità dichiarata di riduzione del consumo di suolo».
Maria Pia Farronato e l’associazione LABC hanno provato ad applicare l’articolo 38 sul territorio del loro comune, Romano d’Ezzelino: il risultato (spiegato sul loro blog) è quello che si vede nell’immagine qui a lato. 
Tracciando i cerchi di 2 chilometri di diametro a partire dai punti d’accesso alla futura Nuova Valsugana (che da Romano d’Ezzelino vedrebbe partire un tunnel sotto il monte Grappa in direzione nord), si vede come la quasi totalità del territorio comunale venga di fatto tolta dalla competenza urbanistica municipale. 
Un rischio contro cui l’associazione ha iniziato a raccogliere firme anche con una petizione on line.
di Giulio Todescan il 19 lug 2013
Nuova Vicenza
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